C’è un numero che dovremmo tenere a mente ogni volta che apriamo un rubinetto per lavarci i denti, annaffiamo il giardino, versiamo un bicchiere d’acqua nel bicchiere. Tutti gesti quotidiani che dipendono da quel solo 2,5% del totale dell’acqua. È la quota disponibile sull’intero pianeta, contro un 97,5% che è acqua salata, inutilizzabile per bere, allevare, coltivare, vivere. E di quel già esiguo 2,5%, la stragrande maggioranza, più o meno il 69%, è imprigionata nei ghiacciai e nelle nevi perenni. Un’altra fetta consistente riposa nel sottosuolo, nelle falde profonde. Quella che è davvero accessibile è l’acqua di superficie di laghi e fiumi, e quella che scorre sottoterra nelle falde acquifere e ogni tanto riemerge attraverso pozzi e sorgenti. Apriamo il rubinetto e quella che abbiamo a disposizione è meno dell’1% dell’acqua dolce del pianeta. Sono gocce da cui dipendono ecosistemi, economie e società intere. Sempre che quell’acqua non venga compromessa dall’inquinamento, dalla guerra o dagli effetti della crisi climatica. La nostra poca acqua, inseguendo una follia difficile da raccontare a chi verrà dopo di noi, l’abbiamo umiliata, offesa, dispersa e sprecata come se fosse infinita, quando invece è la risorsa più esigua, fragile e “finita” di tutte. In Italia, circa il 60% dell’acqua viene utilizzata per l’agricoltura, quasi il 42% dell’acqua immessa nella rete idrica si perde per la scarsa manutenzione degli acquedotti. Vita e oblio in un paradosso senza futuro. Il poeta inglese W. H. Auden lo scrisse in modo lapidario, nei versi conclusivi di First Things First: “migliaia hanno vissuto senza amore, non uno senza acqua”
L’acqua salata invece è tanta ma non siamo ancora capaci di usarla.
Possiamo fare qualcosa? La risposta è sì, possiamo e dobbiamo gestire meglio le risorse, ridurre gli sprechi, proteggere gli ecosistemi, costruire una cultura fatta di conoscenza, consapevolezza, obiettivi. Perché la questione idrica non riguarda soltanto l’ambiente, descrive il nostro futuro. Ed è esattamente da qui, da questo luogo meraviglioso che si affaccia sul lago che dobbiamo cominciare.
L’Italia custodisce una ricchezza che spesso diamo per scontata. Parliamo del Lago di Garda, il più grande bacino idrico di acqua dolce del Paese. Non solo una meta turistica tra le più amate d’Europa, ma un’infrastruttura naturale vitale, che alimenta agricoltura, comunità e biodiversità di un intero territorio a cavallo tra Lombardia, Veneto e Trentino. Riflettere sulla sostenibilità del suo futuro è quindi quanto mai necessario. La candidatura di Bardolino e del Lago di Garda a Capitale Italiana della Cultura 2029, grazie allo splendido progetto messo insieme da Daniela Cavallo, intende superare i confini amministrativi e raccontare il lago come un unico sistema culturale. Il progetto coinvolge oltre 160 soggetti tra Comuni, istituzioni, imprese, università e associazioni. Lo storico Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale degli Italiani, accompagnerà la candidatura come ambasciatore. Per il sindaco di Bardolino Daniele Bertasi, la sfida consiste nel fare rete tra le tre sponde e trasformare la cultura in uno strumento di sviluppo duraturo. Il 18 settembre, a Bardolino, le tre sponde sottoscriveranno il “Patto per il Lago di Garda”, in vista del deposito del dossier al Ministero della Cultura il 23 settembre.