Troppa confusione e incapacità di gestire la complessità che lo definisce, oggi dobbiamo mettere a fuoco l’oggetto in analisi: cosa è un Centro Storico? Vista l’entità del danno, tra spopolamento, chiusura di esercizi commerciali, invivibilità, perdita di identità, inaccessibilità, è una domanda alla quale abbiamo fatto sempre fatica a dare una risposta precisa, ma che sempre più si presenta come questione comune di una città in totale trasformazione, senza consapevolezza, che ci sta sfuggendo di mano. Il centro storico di Verona sarà Laboratorio nazionale, a cura di un gruppo di studiosi, in fase di formazione.
Diciamolo subito: abbiamo perso il senso del centro storico, l’anima, una «perdita del centro» a dirla con Hans Sedlmayr, la scomparsa di una realtà divina dall'orizzonte umano, che si traduce ipso facto nella perdita di senso della vita umana, sino a propiziare la perdita di ogni percezione conforme a realtà, giustizia e ordine, in ogni ambito; nel nostro caso, nel contemporaneo, è la perdita del significato.
Nella Storia, il centro storico è stato trattato come “oggetto”, espressione statica e materica della Storia, senza pensare che la Storia è tempo che passa, è per definizione in movimento, la Storia procede, e il territorio è un sistema vivente, dove la parola chiave è Relazione. Ce lo insegnano l'urbanista Alberto Magnaghi, nel 2000, con il suo far diventare il Territorio soggetto, e la Convenzione europea del Paesaggio dello stesso anno, che mette l’accento sull’interazione uomo/territorio.
Il centro storico, nella sua complessità, lo abbiamo considerato per compartimenti stagno, come accezione culturale, o urbanistica, prevalentemente, dimenticando quella antropologica, economica e identitaria, luogo per la comunità.
Così ancora oggi abbiamo questo approccio arcaico e rigido, trattando il centro storico come materia morta; così è stato tema della Tutela in quanto Bene culturale, dimenticando che “cultura” è parola che viene da “cura” e da “cuore”: avere cura non solo dell’aspetto, ma dell’anima non è solo un fatto di estetica (restaurare le facciate, ecc), ma è fatto sociale.
Il Centro storico è stato per molto tempo considerato contenitore di singoli monumenti d’interesse e fine culturale, considerati nella loro individualità, fin dalle leggi del 1939 dove si tutela il Bene materiale, tanto che nella Legge 1089 si dice “Tutela delle COSE d’interesse artistico e storico”, non si considera l’ambiente, ovvero il luogo in cui si vive, le relazioni che lo definiscono, come se persone e attività commerciali non fossero materia da considerare.
Quell’atteggiamento di musealizzazione, un congelamento dei luoghi che ha portato oggi alla paralisi, anche dell’abitare, del commerciare, del vivere in una dimensione passiva del luogo e non attiva. Da qui derivano le istanze di chiusura alle auto, per un godimento estetico senza un ragionamento né un tempo di inserimento di servizi sostitutivi, perché il Centro storico non è più considerato luogo da vivere.
Certo, nel tempo pian piano si sono messi in mezzo i valori culturali, si è parlato di tessuto urbano e negli anni Sessanta, con la Commissione Franceschini (1960) e con la Carta di Gubbio (1964), ha cominciato a insediarsi il dubbio che il Centro storico non fosse solo materia, ma avesse valore di civiltà.
La Commissione Franceschini, istituita dalla legge n. 310 del 26 aprile 1964 e che opera fino al 1967, definisce centri storici urbani "quelle strutture insediative urbane che costituiscono unità culturale o la parte originaria e autentica di insediamenti, e testimonino i caratteri di una viva cultura urbana”. Viva cultura urbana, questa è l’eredità che dobbiamo portare avanti: il Centro storico è luogo dell’abitare, del vivere, dunque del commercio dello scambio economico sociale e culturale. Questo manca, un nuovo modo di guardare al Centro storico, per non perdere l’anima delle nostre città.
Il Centro storico è un costante conflitto di opinioni che viviamo ancora oggi, in una complessità che è andata aumentando, prevalentemente tra istanze culturali e urbanistiche: oggi invece più forti sono quelle sociali, antropologiche ed economiche.
Il centro storico di un comune o di un centro abitato è quella «parte del territorio comunale di più antica formazione sottoposta a particolare tutela per assicurare la conservazione di testimonianze storiche, artistiche, ambientali», così lo definisce il glossario di Urbanistica, anche se Iaia Tucci, architetto, vede nei Centri storici una definizione mai formulata.
Spesso dimentichiamo l’oggi, il contemporaneo, dimentichiamo che “gli organismi urbani di antica formazione hanno dato origine alle città contemporanee” recita la legge regionale del 22 dicembre 1999, n. 38, relativa alle Norme del governo del territorio che definisce i centri storici, non inserendo criteri temporali, ma facendo riferimento a parametri derivanti dalla presenza antropica, e aggiunge “i cui interessi ed esigenze modificano costantemente il territorio”.
Ecco, un soggetto vivente di cui dobbiamo oggi capire bisogni e trasformazioni che ci stanno sfuggendo di mano.