L’
agricoltura sociale promuove l’offerta di servizi assistenziali e occupazionali rivolgendosi a numerose categorie sociali. Ma l’agricoltura sociale fa molto di più, perché crea benefici per l’intera comunità che accoglie attraverso la cooperazione tra istituzioni locali e associazioni del Terzo Settore.
Nel caso della
formazione e del
reinserimento lavorativo di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, l’agricoltura diventa sociale perché si pone come strumento di promozione e di contrasto contro la marginalizzazione e lo sfruttamento lavorativo.
Trovarsi in un contesto nuovo, culturalmente spesso molto diverso, dove è difficile capire e farsi capire, crea terreno fertile per coloro che vogliono avvantaggiarsi illegalmente dal lavoro di altri attraverso lo sfruttamento. È quindi fondamentale sottrarre queste potenziali vittime al reclutamento illegale, che sfocia spesso in autentiche forme di schiavitù. Un fenomeno che si verifica in modo trasversale nel nostro Paese, amplificato da ostacoli burocratici, precarietà sociale e giuridica, politiche di accoglienza e inclusione inefficaci, che impediscono la corretta presa in carico dell’individuo.
L’agricoltura sociale si rivolge a un target ampio e si pone l’obiettivo di integrare e valorizzare le competenze delle persone, lottando contro l’isolamento e lo sfruttamento attuato dalle agromafie e da tutte le forme di caporalato. Spesso il lavoro dei migranti non risulta efficacemente tutelato dalla contrattazione collettiva di settore, i rapporti sono di breve durata e caratterizzati da una accentuata stagionalità. Un corretto inserimento è alla base del processo di integrazione, dato che le specifiche condizioni di vulnerabilità dei migranti rendono facile il lavoro sottopagato e dequalificato, abbassandone la qualità della vita. Partendo da percorsi di formazione, si arriva a un corretto inserimento all’interno dell’azienda agricola, durante il quale è possibile monitorare i progressi fatti e consolidare l’entrata nel mercato del lavoro.
Il processo di integrazione ha degli evidenti benefici sulle persone direttamente interessate e si ripercuote positivamente su tutto il territorio. Da un lato è fondamentale sensibilizzare i nuovi lavoratori e chi è stato già vittima di sfruttamento, partendo dalla condivisione di quelli che sono i loro diritti e doveri, il contesto culturale e i principi fondamentali della contrattazione. Dall’altro lato è essenziale coinvolgere l’opinione pubblica e sensibilizzare la comunità. Il lavoro di consapevolezza da svolgere quindi sul piano culturale deve avere l’obiettivo di modificare la percezione del fenomeno.
Sono diverse le iniziative realizzate negli anni e sempre più cooperative agricole e sociali si fanno promotrici di questo messaggio. Un esempio è quanto è stato realizzato con il
progetto PINA-Q: Promozione di percorsi di inclusione attiva nel settore agricolo di qualità, finanziato dal Fondo Asilo Migrazione e Integrazione 2014-2020. Partendo dalla volontà di prevenire ed eliminare situazioni di sfruttamento lavorativo, le azioni che possono essere realizzate sono volte alla costruzione di una rete solida e multi-attore che promuova la multifunzionalità aziendale, incoraggi le buone pratiche e costruisca attività virtuose, come la realizzazione di filiere corte, il recupero di colture, di terreni confiscati alla criminalità organizzata o abbandonati, la riscoperta di tradizioni gastronomiche locali.
Un altro lavoro di ricerca molto ben fatto e utile per approfondire il tema è il
Rural Social Act, un
progetto cofinanziato dall’Unione Europea che concentra la propria attività principalmente nella lotta al Caporalato e alle Agromafie. Il progetto indaga lo stato dell’arte e si occupa di creare una
rete solida tra organizzazioni, così da permettere la presa in carico degli individui ed evitare tutte le realtà che costringono i lavoratori a condizioni di palese sfruttamento, con orari prolungati, paga difforme al contratto, condizioni igieniche non sufficienti e senza tutele nella sicurezza. Si vuole mostrare che non solo esiste un modo diverso di integrare, ma che lavorare in modo sostenibile fa bene alla società.
Le contenute, ma frequenti esperienze di agricoltura sociale, quando attente sia allo sviluppo di pratiche inclusive sia alla produzione di reddito, generano un
circolo virtuoso in cui tutta la comunità si avvantaggia. I migranti, ma in generale tutti coloro che sono coinvolti in queste attività, beneficiano di una maggiore inclusione e integrazione sociale. Le realtà aziendali dispongono di una manodopera, praticamente immediata e il territorio, in particolare nelle aree soggette a spopolamento, si rivitalizza. La disponibilità a mettersi in gioco e andare al di là del mero dovere, è in grado di generare occupazione, servizi,
spazi di accoglienza, favorisce il confronto e crescita reciproca e soprattutto coltiva un nuovo pensiero rispetto alla diversità, all'
inclusione, all'economia, all'ambiente.