I numeri del fenomeno Nimby sono impressionanti. In Italia sono centinaia gli impianti e le infrastrutture contestate a livello territoriale. Il Nimby (Not In My Back Yard) ha assunto nel tempo dimensioni sempre più importanti ed è andato sempre più ingrandendosi e trasformandosi.
Ne parliamo con Massimo Vaccari che, con il fratello Carlo, ha creato un modello di discarica, La Filippa di Cairo Montenotte, seguendo i principi di sostenibilità ed economia circolare della responsabilità sociale d’impresa, all’insegna della coesione con il territorio e la comunità che lo abita. Un modello industriale vincente che, alla fine di un lungo percorso, ha messo d’accordo tutti all’interno di un paradigma e di un ecosistema virtuoso da seguire e, perché no, imitare e prendere da esempio.
Massimo Vaccari, il fenomeno Nimby è in continua evoluzione. Oggi ai comitati locali di cittadini contrari a un’opera nel loro giardino sono andati ad aggiungersi anche gli enti pubblici e la politica (forti rispettivamente del 26,3% e 25,4% delle contestazioni) che non si sentono più capaci di rispondere proattivamente alle preoccupazioni dei propri elettori: da Nimby a Nimto dunque, Not in my terms of office, ovvero non durante il mio mandato elettorale. Eppure l’Italia ha bisogno di impianti e infrastrutture. La loro mancanza inevitabilmente rallenta lo sviluppo economico e produttivo. Quali sono le ragioni?
Le cause sono da ricercare nell’epoca del dissenso in cui ormai siamo immersi. Attorno alla mancanza di fiducia nei confronti dei decisori pubblici e di tutto quanto è istituzionale (politica, imprese, enti terzi), si è creato un nefasto circolo vizioso dove diventa assai complicato distinguere tra progetti che contribuiscono allo sviluppo sostenibile del Paese e quelle operazioni che effettivamente mettono a rischio la tutela dell’ambiente. Viviamo in un vero e proprio paradosso dove qualsiasi opera o infrastruttura è vista come una minaccia e quasi mai come un'opportunità. A mancare sono i fondamentali: certezza delle regole e comunicazione trasparente.
È, innanzitutto, nella fase iniziale dei progetti che si creano le condizioni del conflitto, in quanto il decisore pubblico è spesso incerto e preoccupato nell’affrontare l’iter amministrativo e autorizzativo, così come la volontà politica appare eccessivamente timida e contraddittoria. E la comunicazione va di pari passo: rimane vaga e ipotetica e quasi sempre manca un piano di comunicazione dettagliato che veda pubblico e privato uniti nella condivisione delle regole d’ingaggio. E questo accade anche quando imprenditori che vogliono contribuire a un futuro più sostenibile sono disposti a investire in comunicazione e a impegnarsi in dialogo e confronto; perché, anche quando il proponente è un soggetto serio, affidabile e responsabile, se all’appello del tavolo mancano un interlocutore disponibile al confronto costruttivo e un garante delle regole, il conflitto diventa inevitabile e, così, si bruciano tempo e risorse e si rallenta, lo sviluppo sostenibile di cui il Paese – ora più che mai – ha bisogno.
Avere a che fare con cittadini informati rappresenta quindi sempre un confronto utile per gli imprenditori che realizzano opere necessarie anche alla comunità? In altre parole, chi conosce bene il proprio territorio desidera organizzarsi e partecipare attivamente al suo sviluppo e disegno strategico, soprattutto se il progetto di insediamento produttivo proposto ha delle ricadute ambientali, interviene sui beni comuni ed è potenzialmente pericoloso per la salute. Dov’è il punto di equilibrio tra qualità della vita e della comunità territoriale e l'economia dei processi produttivi? Come si può passare dal conflitto al confronto?
Circa la prima domanda sui processi produttivi e la qualità della vita, più che di punto d’equilibrio parlerei di sostenibilità. La sostenibilità deve essere il vero obiettivo dell’impresa. Intesa, però, non solo come sostenibilità economica: seppur indispensabile per la vita dell'impresa, deve essere integrata dalla sostenibilità ambientale e sociale.
E su questi temi, per passare dal conflitto al confronto, occorre anticipare i tempi della condivisione e della partecipazione. E riscoprire il valore della fatica comunicativa e della responsabilizzazione.
Spesso, invece, si preferiscono le “scorciatoie” in quanto rassicuranti nell’immediato: anziché affrontare la complessità dei progetti e delle loro implicazioni sociali e ambientali, si tenta di forzare la mano per arrivare in fretta all’autorizzazione formale. Così facendo, non si fa altro che lasciare eccessivi spazi di manovra alle strumentalizzazioni e alle mistificazioni, spesso fondate più sul gioco delle parti che non sul merito del progetto. E la strada diventa tutta in salita. Al contrario, chi ha la responsabilità delle scelte, dovrebbe riscoprire tanto la cultura dell’ascolto quanto quella della responsabilizzazione dei cittadini. Ma a tal proposito dovremmo tutti ricordarci la frase scritta da Aldo Moro nel 1978, poco prima del suo rapimento, che indicava come si sarebbe rivelata effimera la stagione dei diritti senza far rinascere nel Paese il senso del dovere. Quindi, in conclusione, sono persuaso che, per passare dal conflitto al confronto e uscire dalla palude della politica del “contro”, che tiene il paese al palo, sia necessario rilanciare la fase del “per” ripartendo proprio dal senso del dovere. Quando parliamo di sviluppo, cioè di nuove opere e nuovi progetti, la responsabilità deve ritornare ad essere il comune denominatore dei differenti ruoli in gioco: comunità, politica e impresa. E proprio nel mio ruolo, dico che chi vuole creare vero sviluppo sostenibile e generare valore condiviso, non chiede e non vuole alcuno sconto né sull’assunzione di responsabilità, né tantomeno sul rilascio di garanzie. E non ditemi che non è vero perché allora non state parlando di imprenditori ma di “prenditori” e questi è facili stanarli. Come? Pretendendo, appunto, trasparenza, impegni e garanzie, in cambio di regole chiare e certezza del diritto.