Barriere invisibili: cosa frena davvero l’adozione di pratiche sostenibili nelle aziende?

di Diego Parassole

19/02/2026

Barriere invisibili: cosa frena davvero l’adozione di pratiche sostenibili nelle aziende?

Una mia amica l’altro giorno ha comprato una di quelle macchine per il pane ultra-tecnologiche, con trentadue programmi diversi, inclusa la funzione brioche parigina appena sfornata che ti guarda pure con l’aria snob.

Era carica, motivata, pronta a rivoluzionare la sua dieta, eliminare i conservanti e diventare la regina del lievito madre.

Poi ha aperto la scatola.

Ha scoperto che le istruzioni erano scritte in cantonese (nel senso in cinese, non del Canton Ticino), che in cucina aveva una sola presa di corrente (già occupata dal frigorifero) e che, soprattutto, l’unico ingrediente disponibile in dispensa era un po’ di farina di ceci scaduta nel 2022. 

Se ci pensate, la sostenibilità nelle piccole e medie imprese (PMI) oggi somiglia terribilmente a questa scena. Tutti vogliamo il profumo del pane fresco (un’azienda green, etica e circolare), ma tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di infrastrutture scassate, file Excel che sembrano geroglifici e una sana, atavica paura che il “Cloud” sia un posto magico dove i nostri dati vanno in vacanza e non tornano più.

Ma allora cos’è che blocca le aziende dall’implementare processi sostenibili?

Il dilemma del “non lo so fare” (Competenze)

Recentemente mi sono imbattuto in una ricerca intitolata “Review of enablers and barriers of sustainable business practices in SMEs“.

Un titolo che farebbe sbadigliare anche un bradipo dopo tre tisane alla melissa, lo so, ma i contenuti sono esplosivi. Sapete cosa hanno scoperto i ricercatori?

Che a frenare la transizione ecologica non è la mancanza di buoni propositi. Non è che gli imprenditori odino i pinguini o preferiscano lo smog all’aria di montagna. Il problema è “mettere a terra” l’idea. 

La prima grande barriera è un classico dei classici: mancano le persone che sappiano dove mettere le mani. La ricerca parla di unskilled workforce. Tradotto dal linguaggio accademico: vogliamo fare l’Industry 4.0, ma facciamo fatica a programmare il microonde in ufficio.

Le PMI cercano disperatamente esperti di cybersecurity, esperti di dati o maghi dell’automazione, ma queste figure sono rare come un parcheggio all’ombra a Ferragosto. Senza competenze tecniche, l’intelligenza artificiale e i Big Data restano solo parole carine da scrivere nelle brochure per darsi un tono, mentre in realtà si continua a gestire il magazzino con la memoria prodigiosa del signor Sergio, che però tra due anni va in pensione.

La resistenza culturale (O del “si è sempre fatto così”)

Poi c’è lei, la barriera psicologica che è più solida del cemento armato: la resistenza al cambiamento. Quando si prova a introdurre un nuovo processo sostenibile, in azienda si scatena una sorta di reazione immunitaria.

Gli strumenti digitali vengono adottati solo parzialmente o usati in modo superficiale. 

È quella che gli autori chiamano scarsa cultural feasibility.

È come regalare uno smartphone di ultima generazione a vostro nonno: lo userà sicuramente per schiacciare le noci o, nel migliore dei casi, come sottobicchiere. Senza una cultura pronta a integrare digitalizzazione e sostenibilità, ogni innovazione viene rigettata come la musica heavy metal al Festival di Sanremo.

Il Capo che dice sì (ma pensa no)

Arriviamo al capitolo “Top Management”. La ricerca sottolinea che senza il supporto dei vertici, la sostenibilità è destinata a morire di solitudine in un angolo dell’ufficio marketing.

Se manca una roadmap chiara, un piano di implementazione e dei KPI (indicatori di performance) precisi, l’obiettivo resta una nuvoletta rosa.

Il capo dice: “Dobbiamo essere sostenibili!”, ma poi non assegna budget, non cambia i processi e non definisce le responsabilità. È come dire “da domani mi iscrivo in palestra” mentre state ordinando un vassoio di bignè alla crema. (Spoiler: i bignè vinceranno sempre).

L’infrastruttura di carta velina

Passiamo alla parte “hardware”. Molte PMI vorrebbero usare l’IoT (l’Internet delle cose) o creare una smart factory, ma si scontrano con infrastrutture ICT che ricordano l’era del modem a 56k.

Se i sistemi non comunicano tra loro, se la connettività è ballerina e se il database aziendale è un labirinto di cartelle dai nomi creativi (tipo “Documento_Finale_V2_Ok_QuestoSi_Copia.pdf”), non si possono raccogliere dati affidabili.

E senza dati, la sostenibilità è solo un’ipotesi basata sul sesto senso.

C’è poi un tema quasi filosofico: la fiducia.

Molte imprese hanno il terrore di perdere il controllo fisico del dato. “Se metto i dati sul Cloud, dove sono davvero? Posso andarli a trovare la domenica?”.

Questa assenza di presenza fisica del server genera ansia da separazione. Aggiungeteci il timore di data breach e violazioni della privacy, ed ecco che molte aziende preferiscono restare incatenate ai loro server polverosi nel sottoscala, convinte che siano più sicuri solo perché li possono toccare (e usare come scaldabagno d’inverno). 

Il portafoglio piange e il ROI si nasconde

Ovviamente, non possiamo dimenticare i soldi. Gli investimenti iniziali per trasformare un’azienda in senso green e digitale sono alti. Hardware, software, consulenza, formazione… la lista è lunga come lo scontrino della spesa di una famiglia di dodici persone. E qui arriva il dramma: la difficoltà a misurare il ROI (il ritorno dell’investimento).

Molte PMI non sanno scegliere i “casi d’uso” giusti e, non vedendo un guadagno immediato e concreto, decidono che forse è meglio rimandare al 2074. È il paradosso del risparmio: “Non investo per diventare efficiente perché costa troppo, quindi continuo a sprecare soldi essendo inefficiente”. Un capolavoro di logica!

Infine, ci sono le barriere esterne. Regole poco chiare, burocrazia che sembra un videogame di livello “Impossibile”, costi di certificazione che farebbero impallidire uno sceicco danaroso.

A volte c’è persino la percezione che il mercato non sia pronto: “Se faccio il prodotto sostenibile e costa 2 euro in più, i clienti mi abbandonano per andare dal mio concorrente che usa ancora il carbone di epoca vittoriana?”.

Superare gli ostacoli sorridendo (e scoprendo cose nuove!)

In sintesi, come avete visto, non c’è un unico colpevole. È una catena: poche competenze portano a una tecnologia debole, che alimenta la paura del management, che blocca gli investimenti, che impedisce di vedere i vantaggi.

Per spezzare questa catena non serve solo un tecnico informatico o un consulente ambientale; serve un cambio di narrazione.

La sostenibilità non è una punizione divina, ma la più grande opportunità di evoluzione dai tempi della scoperta della ruota (che, tra l’altro, all’inizio sicuramente qualcuno avrà criticato dicendo: “Sì, ma la pietra quadrata ha più grip in frenata!”).