Bergamo prova a diventare una città circolare

di Giulia Mochi

26/05/2026

Bergamo prova a diventare una città circolare
Bergamo ha approvato la sua Strategia di Economia Circolare e la notizia va oltre i confini amministrativi di una delibera comunale. Perché quello che sta emergendo nel capoluogo lombardo è un tentativo sempre più concreto di trasformare la sostenibilità in una politica urbana strutturale, capace di tenere insieme ambiente, innovazione sociale e rigenerazione economica.

Il documento approvato dalla Giunta si inserisce nel percorso europeo che vede Bergamo tra le città impegnate a raggiungere la neutralità climatica entro il 2030 attraverso la missione “100 Climate-Neutral and Smart Cities”. Ma l’aspetto più interessante è forse un altro: l’economia circolare smette di essere raccontata soltanto come gestione virtuosa dei rifiuti e diventa una lente attraverso cui ripensare l’intera città.

Rigenerare gli spazi per ridurre il consumo di risorse

La strategia nasce da un lavoro avviato nel 2021 insieme alla Banca Europea per gli Investimenti e al Circular City Centre e individua tre ambiti chiave su cui intervenire: l’ambiente costruito, il sistema alimentare e i beni di consumo. Dietro queste categorie si leggono alcune delle fragilità più evidenti delle città contemporanee: il consumo di materiali e suolo, lo spreco alimentare e l’accumulo crescente di oggetti destinati a una vita sempre più breve.

Nel settore edilizio, Bergamo sceglie di puntare sulla rigenerazione urbana e sul riuso degli spazi esistenti. È una direzione che intercetta una delle grandi trasformazioni in corso nelle politiche europee: costruire meno e recuperare meglio. Non è un caso che tra gli esempi citati figurino il recupero dell’ex Palazzetto dello Sport destinato alla nuova sede della GAMeC, la riqualificazione dell’ex carcere di Sant’Agata e quella dell’ex Asilo Principe di Napoli. Interventi che raccontano un’idea precisa di città: ridare funzione e valore a ciò che esiste già, invece di consumare nuove risorse.

Ma è sul fronte sociale che la strategia assume forse il suo profilo più interessante. Il tema del cibo, ad esempio, viene affrontato non soltanto in chiave ambientale ma anche come infrastruttura di solidarietà urbana. Nel territorio bergamasco operano già reti di recupero alimentare consolidate e il Comune richiama il ruolo del Banco Alimentare, che recupera ogni anno oltre 1.100 tonnellate di cibo nella provincia. In questa prospettiva la lotta allo spreco non riguarda soltanto la riduzione dei rifiuti: significa anche redistribuire risorse, rafforzare comunità e costruire resilienza territoriale.

Dalla raccolta differenziata a una nuova idea di città

Lo stesso approccio emerge nelle iniziative dedicate ai beni di consumo. Il nuovo Centro del Riuso in via Cremasca, pensato come spazio per la riparazione e la seconda vita degli oggetti, prova a spostare l’attenzione dal possesso alla durata, dalla sostituzione al riutilizzo. È un cambio culturale prima ancora che ambientale, perché mette in discussione il modello lineare che per decenni ha accompagnato consumi e sviluppo urbano.

Anche la gestione dei rifiuti viene riletta dentro questa visione più ampia. L’introduzione di cestini intelligenti alimentati a energia solare e capaci di ottimizzare la raccolta rappresenta il tentativo di integrare tecnologia e sostenibilità nella gestione quotidiana della città.

Bergamo, del resto, parte già da dati significativi. La raccolta differenziata ha raggiunto il 79,2%, un valore superiore alla media nazionale, ma il dato forse più importante riguarda il metodo. Attorno al Climate City Contract gravitano infatti decine di soggetti territoriali tra imprese, istituzioni, università e realtà sociali. È il segnale di una transizione ecologica che prova a diventare governance condivisa e non semplice politica calata dall’alto.

Resta naturalmente la sfida più difficile: trasformare una strategia in cambiamento reale. Perché la circolarità funziona soltanto quando entra nella vita quotidiana delle persone, modifica abitudini, orienta investimenti e cambia il modo in cui una comunità utilizza le proprie risorse.

Ed è proprio qui che il caso Bergamo potrebbe diventare interessante anche per il resto d’Italia. Non come modello perfetto, ma come laboratorio urbano in cui l’economia circolare smette di essere slogan e prova a diventare infrastruttura concreta della città futura.