CES di Las Vegas 2026. Quando tutto diventa “AI-qualcosa”: l’evoluzione della sostenibilità che non fa rumore

di Emanuele Micheli

15/01/2026

CES di Las Vegas 2026. Quando tutto diventa “AI-qualcosa”: l’evoluzione della sostenibilità che non fa rumore
Inizio questa serie di articoli dedicati al CES 2026 di Las Vegas (6-9 gennaio) e alla collaborazione fra Italia Circolare e Scuola di Robotica delineando come vorrei declinare il concetto di sostenibilità legandolo alle tecnologie emergenti. Nei miei tre giorni al Consumer Electronics Show, una sorta di Disneyland per chi vive di tecnologia, ho avuto accesso a un osservatorio privilegiato su ciò che sta diventando “normale” e, in questo contesto, ho osservato le innovazioni che incrociano la sostenibilità lungo i suoi assi maggiori: ambiente, società, salute, economia.

Parto da un dato di contesto che, in fiera, era quasi fisico: il 90% dei prodotti era “AI-qualcosa”. Nel 2026 l’intelligenza artificiale smette definitivamente di essere un’etichetta di marketing confinata dentro il software e inizia a “prendere corpo”: non solo genera testi o immagini, ma si muove, agisce nel mondo, interagisce con noi e soprattutto comincia a diventare una vera assistente quotidiana. Questo non cancella il tema del suo impatto ambientale, ma sposta la conversazione su un punto più pratico: se l’AI sarà ovunque, allora la sostenibilità non dipenderà solo da grandi scelte ideologiche, ma da micro-ottimizzazioni continue, distribuite, spesso invisibili.

Qui mi interessa proprio questo: alcune soluzioni, concetti e visioni che ho potuto toccare con mano al CES. La prima è semplice, quasi banale, e proprio per questo potente: qualunque cosa proporremo nel futuro prossimo sarà accompagnata dall’AI, che diventerà scontata e ovvia in ogni oggetto e servizio. Quando quindici anni fa mi occupavo di IoT (Internet of Things) predicavo che qualsiasi oggetto sarebbe stato connesso a internet. Partecipai anche a un progetto italiano in cui una grande TelCo aveva capito che i maggiori consumatori di rete sarebbero diventate le macchine. Oggi quella narrativa si è avverata solo a metà: sì, abbiamo lavatrici e lavastoviglie connesse, ma non è diventato quel fattore di mercato “travolgente” che ci si aspettava.

Succederà lo stesso con l’AI? Credo di no. Non perché l’AI sia “più spettacolare”, ma perché è più utile nel punto in cui l’IoT ha spesso fallito: non la connessione in sé, bensì l’ottimizzazione. Non potremo fare a meno di ottimizzare l’uso degli oggetti che ci circondano smettendo di fare affidamento su impostazioni umane, menu, programmazioni manuali. In casa e in ufficio non dovremo più regolare il riscaldamento o il condizionamento: avremo sistemi che dopo poche settimane di training sulle nostre abitudini si adeguano a ciò che facciamo, leggono i nostri spostamenti (tra smartphone, auto, agenda) e si auto-programmano con due scopi: facilitarci la vita e – cosa forse più importante – ridurre consumi e impatti ambientali.

Raccontare quello che è emerso al CES 2026 non significa, quindi, per forza cominciare con l’elencare le tecnologie più roboanti e assurde che pure erano presenti. Perché i cambiamenti permanenti sono piccoli e arrivano piano piano (e poi, come direbbe qualcuno più famoso di me, a un certo punto ci travolgono tutto d’un tratto); mentre i “colpi di scena” che conquistano i giornali spesso sono attrazioni utili sicuramente ad accendere i riflettori ma anche capaci di spiazzarci e non farci comprendere appieno il cambiamento epocale in atto.
Ed è qui che entra in gioco un esempio operativo molto concreto, visto al CES, che secondo me vale più di cento slogan: SaeFarm AI Satellite Farm Monitor, un sistema premiato nella categoria dedicata alla transizione energetica e alla sostenibilità. Perché lo cito in un articolo che, fino a qui, sembra parlare di termostati e automazioni domestiche? Perché SaeFarm mostra la stessa logica applicata non alla comfort zone dello “smart home”, ma a un settore in cui la sostenibilità coincide con risorse primarie: acqua, suolo, fertilizzanti, sprechi, resa agricola.

L’idea è lineare: usare immagini satellitari e AI per passare dall’agricoltura “a sopralluogo” (manuale, lenta, reattiva) a un’agricoltura “a monitoraggio continuo” (preventiva, misurabile, ottimizzabile). Il sistema combina monitoraggi quotidiani con analisi sullo stato di salute delle colture, su pattern di malattie, stress idrico e carenze nutrizionali. Il punto, per me, non è la promessa di precisione, ma il modello: la sostenibilità non come “rinuncia”, bensì come controllo di processo. Dove prima arrivavi tardi (malattia o stress idrico quando il danno è fatto), qui l’obiettivo è arrivare prima. E quando arrivi prima, usi meno acqua, meno fertilizzante, fai meno trattamenti, sprechi meno, perdi meno raccolto.

Ancora più interessante è la parte di “servizio”: non solo dashboard, ma consulenza basata su una base dati ampia e su casi reali già monitorati. È un dettaglio che sembra marginale, ma in realtà è cruciale: molte tecnologie “green” falliscono non per mancanza di sensori, ma per mancanza di interpretazione e adozione. Qui l’AI diventa un ponte fra dato e decisione, fra analisi e pratica quotidiana.

Ecco perché, quando dico che “qualunque cosa sarà AI-qualcosa”, non lo intendo come moda. Intendo che l’AI diventerà lo strato che rende finalmente sensata la digitalizzazione: nel caso della casa, imparando abitudini e riducendo sprechi energetici; nel caso dell’agricoltura, trasformando immagini e dati in interventi mirati, prima che il problema esploda.

Ma veniamo a quello che ho visto: oggetti e sistemi che continuamente usano l’AI non per stupire, ma per togliere frizione alle decisioni e, quasi senza far rumore, spostare efficienza e sostenibilità nella stessa direzione. E su questo, tornerò a raccontare nei prossimi articoli, altri notevoli progetti visto al CES che meritano di essere letti non come gadget, ma come segnali deboli di un cambiamento strutturale.