Il problema è che le parole non sono dotate di coscienza. Non si rendono, cioè, conto del fatto di essere manipolate e, quindi, non oppongono resistenza alla loro snaturalizzazione. Noi esseri umani, invece, una coscienza l’abbiamo. E, dunque, potremmo – anzi, dovremmo! – opporre resistenza all’inquinamento delle parole ma non lo facciamo. A mio avviso, per cinque ragioni su tutte.
1. Non ci rendiamo conto di quello che accade. I manipolatori di parole sono molto più scaltri e preparati di noi. Essi non cambiano l’aspetto (la forma) delle parole ma ne alterano, profondamente e irrimediabilmente, la sostanza. Il nostro vino preferito ha sempre lo stesso nome, è nella bottiglia che conosciamo ed è sempre rosso. Peccato, però, che non sia più vino.
2. Non ci rendiamo conto di cosa significhi inquinare le parole e quali danni tale inquinamento produca alle nostre conoscenze, alle nostre scelte, alle nostre azioni e, quindi, alla realtà nella quale viviamo. “Le conoscenze – scrive Lorusso – formano, in questo senso modellano, l’esperienza stessa: articolandone fasi, cause, elementi, ci fanno sentire e vedere in modo diverso”. Scusate se è poco.
3. L’inquinamento linguistico favorisce noi o il gruppo/categoria (etnico, sociale, professionale…) al quale apparteniamo, e noi lo sosteniamo, divenendone complici, per goderne i benefici.
4. Siamo omertosi. L’omertà non è solo tacere: è anche non voler chiamare le cose con il loro nome. Siamo consapevoli della manipolazione ma non la denunciamo perché farlo potrebbe danneggiarci personalmente o metterci in conflitto con il gruppo/categoria cui apparteniamo, per non perdere i privilegi, piccoli o grandi che siano, che ne derivano. Così la manipolazione diventa normalità e cresce come un tumore silenzioso (“Silence like a cancer grows”, cantavano Simon & Garfunkel) che finisce col contaminare tutto il discorso pubblico.
5. Siamo indifferenti: la categoria peggiore. Ci giriamo dall’altra parte. Non sappiamo – o, peggio, fingiamo di non sapere – e consegniamo le parole (e, dunque, la nostra anima) ai manipolatori. «L’indifferenza – scriveva uno tra gli interpreti più acuti e rigorosi della modernità, che vedeva nel linguaggio il luogo stesso del potere e delle trasformazioni sociali – è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. […] È il peso morto della storia. […] La materia bruta che strozza l’intelligenza».
Purtroppo per tutti noi – coscienti, incoscienti, in buona o in cattiva fede – la parola sostenibilità, essendo tra le più importanti, è anche una di quelle che, negli ultimi decenni, è stata più brutalizzata.