Chiare e fresche dolci acque? Ecco l'Italia divisa da alluvioni al Sud e siccità al Nord

di Paolo Marcesini

02/04/2026

Chiare e fresche dolci acque? Ecco l'Italia divisa da alluvioni al Sud e siccità al Nord
O troppa o troppo poca. C’è un’immagine che più di altre racconta lo stato della crisi climatica in Italia: dighe piene fino all’orlo nel Mezzogiorno, fiumi già in affanno nella Pianura Padana. Due scenari opposti, simultanei, sempre più frequenti. È questo il quadro che emerge dall’ultimo report dell’Osservatorio ANBI sulle risorse idriche, che fotografa un Paese diviso non solo geograficamente, ma anche nel modo in cui l’acqua si manifesta: eccesso da una parte, carenza dall’altra.

Nel Sud, le ultime settimane sono state segnate da piogge intense e ravvicinate. Non si tratta delle precipitazioni regolari che riforniscono falde e territori, ma di eventi concentrati, violenti, spesso difficili da gestire. In molte aree tra Calabria e Sicilia, i sistemi di raccolta sono arrivati rapidamente alla saturazione, mentre i territori hanno dovuto fare i conti con allagamenti e dissesti. Dall’inizio del 2026 sono già 184 le località colpite da eventi meteo estremi, un ritmo che conferma come l’eccezione stia diventando regola. L’acqua, anziché diventare una risorsa, si è trasformata ancora una volta in un fattore di rischio.

Ed è proprio qui che entrano in gioco le dighe, uno degli snodi più delicati dell’intero sistema idrico. Gli invasi del Sud, spinti da precipitazioni abbondanti, hanno raggiunto livelli molto elevati, in alcuni casi prossimi alla capienza massima, con valori intorno all’80–90% della capacità. In Italia si contano circa 522 grandi dighe, a cui si affianca una rete estremamente frammentata di oltre 40.000 piccoli invasi. Un sistema ampio, ma poco coordinato, nato nel tempo per rispondere a esigenze locali più che a una visione nazionale. Inoltre, più della metà delle grandi dighe è utilizzata principalmente per la produzione di energia idroelettrica, e non per l’accumulo strategico di acqua.

Così, quando le piogge arrivano in modo improvviso e abbondante, il sistema fatica a trattenerle davvero. Le dighe si riempiono rapidamente e, per ragioni di sicurezza, devono rilasciare acqua che finisce nei fiumi e poi in mare. È un meccanismo inevitabile in condizioni di emergenza, ma che evidenzia una criticità strutturale: l’incapacità di trasformare i picchi di disponibilità in riserve utilizzabili nel tempo.

Il risultato è un cortocircuito evidente. Nello stesso momento in cui alcune aree sono costrette a gestire l’eccesso d’acqua, altre iniziano a fare i conti con la sua scarsità. Al Nord, infatti, i grandi fiumi mostrano portate inferiori alle medie stagionali, mentre i laghi non hanno ancora recuperato completamente i livelli attesi. Non siamo di fronte a una siccità conclamata, ma i segnali sono abbastanza chiari da preoccupare: se la primavera non porterà precipitazioni regolari, l’estate potrebbe riproporre criticità già viste negli ultimi anni.

Questo doppio volto dell’acqua – troppa e troppo poca – non è un’anomalia temporanea, ma il segno di una trasformazione più profonda. Negli ultimi decenni le precipitazioni complessive in Italia sono diminuite di circa il 19%, mentre diventano sempre più concentrate e violente. Il Mediterraneo, sempre più caldo, alimenta fenomeni meteorologici estremi, rendendo i cicli idrici meno prevedibili. L’alternanza tra lunghi periodi secchi e episodi di pioggia intensa rende evidente quanto il territorio fatichi ad assorbire e gestire le risorse disponibili.

In questo contesto, il report dell’Osservatorio ANBI mette in luce una questione spesso sottovalutata: la crisi idrica italiana non è solo climatica, ma anche infrastrutturale e gestionale. Il problema non è tanto la mancanza di opere, quanto la loro integrazione. Senza una rete capace di collegare invasi, territori e bisogni, anche un sistema numericamente rilevante rischia di funzionare a compartimenti stagni. Una parte significativa dell’acqua in eccesso non viene trattenuta, ma rilasciata verso il mare, mentre contemporaneamente altre aree soffrono la scarsità. Il cortocircuito tra surplus e deficit mette in evidenza quanto sia urgente ripensare la gestione idrica in chiave strategica e circolare.

La sfida, allora, non è solo quella di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico, ma di ripensare radicalmente il modo in cui l’acqua viene gestita, a partire proprio dal ruolo delle dighe. Non più solo infrastrutture di contenimento o emergenza, ma elementi centrali di una strategia integrata, in grado di accumulare, regolare e redistribuire le risorse nel tempo. Il rafforzamento dei piccoli e medi invasi, la manutenzione dei sistemi esistenti, la rete capillare di distribuzione e il riuso delle acque reflue diventano strumenti essenziali per trasformare l’acqua da rischio a risorsa.

Il report ANBI, letto in questa chiave, non è solo una fotografia dell’esistente, ma un avvertimento. L’Italia sta già vivendo dentro un nuovo regime climatico, in cui gli estremi non sono più eccezioni ma regola. Continuare a intervenire solo quando si verifica un’emergenza significa inseguire un problema destinato a ripresentarsi, ogni volta in forme diverse e più intense.

La vera sfida è anticiparlo.

Perché oggi, più che mai, la questione non è se l’acqua ci sia o meno. È se siamo in grado di trattenerla quando arriva e di usarla quando serve.