C’è un festival che da quasi trent’anni continua a fare una scelta controcorrente: raccontare la crisi ecologica non come semplice emergenza, ma come esperienza culturale collettiva. È il CinemAmbiente, che torna a Torino dal 3 all’8 giugno per la sua 29ª edizione con una domanda sempre più urgente: può il cinema ambientale uscire dalla nicchia e parlare davvero a tutti?
Nato nel 1998, il festival ha costruito negli anni un’identità precisa, intrecciando documentario, ricerca artistica, divulgazione e riflessione politica. Un percorso portato avanti nello spirito del fondatore Gaetano Capizzi, che aveva intuito prima di molti come l’ambiente non fosse un “genere”, ma una lente attraverso cui leggere il presente.
La sfida di CinemAmbiente resta la stessa: trasformare l’urgenza climatica in racconto condiviso senza ridurla a un bollettino apocalittico. Per questo il festival ha progressivamente superato i confini della sala cinematografica, occupando spazi urbani, università, luoghi pubblici e territori, nel tentativo di costruire un dialogo tra immagini e vita quotidiana.
L’edizione 2026 si apre con un gesto simbolico potente: la proiezione di The Great Greenland Film, documentario del 1922, accompagnata dalla sonorizzazione live degli Inukksuit. Un incontro tra archivio e contemporaneità che attraversa uno dei temi centrali del festival: il ghiaccio, osservato nelle sue dimensioni ambientali, politiche e simboliche.
Il tema ritorna in molte sezioni della programmazione, dai documentari in concorso fino alla mostra fotografica dedicata al ghiacciaio Presena, allestita lungo la pista ciclabile del Castello di San Mauro. Non solo cinema, quindi, ma un tentativo di portare la questione climatica fuori dagli spazi specialistici e dentro il paesaggio urbano.
Tra gli ospiti più attesi c’è Michel Gondry, presenza apparentemente inattesa in un festival ambientalista. Eppure il suo cinema artigianale, visionario e anti-industriale sembra incarnare perfettamente una delle intuizioni più interessanti di questa edizione: immaginare il futuro senza alimentare esclusivamente paura e catastrofismo.
Spazio anche a un tema raramente affrontato con chiarezza: la sostenibilità dell’industria audiovisiva stessa. Quanto pesa ecologicamente il cinema che racconta il collasso climatico? Produzioni, festival, trasporti, allestimenti: il settore culturale non è esterno alla crisi che denuncia. CinemAmbiente prova a mettere in discussione anche questo, aprendo una riflessione necessaria sul concetto di “cinema sostenibile”.
Dopo ventinove anni, il festival continua così ad avere un ruolo particolare nel panorama culturale italiano. Non perché la crisi climatica sia diventata improvvisamente più visibile, ma perché rischia di trasformarsi nel contrario: un rumore di fondo permanente, assorbito dalla quotidianità e dalla saturazione mediatica.
Ed è forse proprio qui che il cinema può ancora fare la differenza: non limitarsi a documentare il presente, ma restituire attenzione, immaginazione e tempo di ascolto a temi che l’informazione continua spesso a consumare troppo in fretta.