Come la circolarità ci protegge e ci fa stare meglio. Soprattutto in città

di Paolo Marcesini

23/09/2026

Come la circolarità ci protegge e ci fa stare meglio. Soprattutto in città

Un albero in più in città non è solo ombra. Significa meno calore, meno acqua da smaltire, più aria pulita, un luogo dove le persone si incontrano. Cerchiamo l’ombra che non c’è, camminiamo dove l’asfalto e il cemento sono isole di calore insopportabili, gli alberi intorno sono dei miraggi, il verde viene considerato uno spazio inutile, gli anziani non possono uscire di casa, i bambini non possono andare a giocare nel parco. Ci sentiamo in pericolo.

Le città sono lo specchio che riflette il disagio e il pericolo della crisi climatica. Ma sono anche il luogo nel quale vive una parte sempre più importante della popolazione mondiale. Secondo le Nazioni Unite, nel 2025 il 45% della popolazione mondiale vive nelle città e circa due terzi della crescita demografica prevista da qui al 2050 si concentreranno nelle aree urbane. È quindi nelle città che la crisi climatica diventa esperienza quotidiana. Il caldo, l’acqua che non sa più dove andare, gli edifici che si surriscaldano, la qualità dell’aria, la difficoltà di muoversi. Tra obiettivi di mitigazione e necessità di adattamento, l’economia circolare può rappresentare una parte della soluzione?

Parlare di adattamento circolare urbano significa parlare di rigenerare invece di consumare, riusare invece di sostituire, chiudere i cicli dell’acqua, gestire il verde, progettare il verde e gli alberi, ridurre le emissioni di CO₂, l’impatto della mobilità, il consumo di energia, lo spreco del cibo. L’economia circolare rende le città più vivibili, lega la rigenerazione al benessere individuale e collettivo e ci costringe a misurare non soltanto quanto consumiamo, ma anche la qualità degli spazi nei quali viviamo.

Il caso delle isole di calore

L’isola di calore evidenzia la differenza di temperatura tra il centro città e le aree circostanti ed è probabilmente l’esempio più diretto di come la crisi climatica incida sul benessere delle persone. Il fenomeno può aggravare gli effetti delle ondate di calore e colpisce in particolare le persone più fragili, gli anziani, i bambini, le persone con patologie croniche. Secondo il Joint Research Centre della Commissione europea, le aree urbane possono risultare mediamente diversi gradi più calde rispetto alle aree circostanti, con differenze che in determinate condizioni possono arrivare a circa 10 °C. Asfalto, cemento, edifici ravvicinati e superfici impermeabili assorbono e rilasciano calore. A Roma un progetto europeo dedicato proprio all’effetto isola di calore urbana ha individuato 25 soluzioni basate sulla natura per contrastare il caldo estremo nei Municipi I e V, tra centro storico e area Tiburtino-Casilino. Al progetto partecipano ENEA, Università Roma Tre, Ecologic Institute e PwC Italia. Le soluzioni comprendono microforeste urbane, parchi “tascabili”, pensiline verdi, pavimentazioni permeabili, tramvie verdi, giardini della pioggia, tetti e pareti verdi, bacini di ritenzione e infiltrazione. Non si tratta soltanto di aggiungere alberi, l’obiettivo è ripensare insieme verde, acqua, suolo e spazio pubblico che diventano parti dello stesso sistema.

Il beneficio non è soltanto climatico. Le soluzioni basate sulla natura possono migliorare la qualità dell’aria, la biodiversità e il benessere psicofisico, rafforzando contemporaneamente la resilienza urbana. Una ricerca coordinata da ENEA nell’ambito del progetto europeo VEG-GAP ha inoltre stimato benefici sanitari evidenti associati al rinverdimento urbano in diverse città italiane. La rendicontazione dell’adattamento e gli effetti della mitigazione possono così essere letti insieme: non si misura soltanto quanti alberi vengono piantati, ma anche quanta temperatura si può evitare, quanta acqua si può trattenere, quanta biodiversità si può generare e quali benefici si possono produrre per le persone.

Depavimentare per respirare

Quando parliamo di economia circolare in città, una delle pratiche più interessanti è il desealing, la rimozione o sostituzione dell’asfalto e delle pavimentazioni impermeabili con suolo permeabile, vegetazione o materiali capaci di favorire l’infiltrazione dell’acqua.

L’effetto è doppio, il suolo torna a “respirare” e a raffrescarsi naturalmente e, allo stesso tempo, assorbe l’acqua piovana invece di scaricarla tutta in fognatura, riducendo la pressione sui sistemi di drenaggio durante le piogge intense. Il suolo, insomma, diventa una vera infrastruttura resiliente e sostenibile.

A Genova questo principio è entrato anche nella pianificazione urbana. Nel marzo 2026 la Giunta comunale ha approvato una delibera che riconosce suolo e verde come infrastrutture ecosistemiche, introducendo nel PUC il principio della depavimentazione e favorendo superfici verdi, alberi e terreni permeabili. La proposta prevede anche di utilizzare strumenti urbanistici ed economici per incentivare interventi di depaving, rain garden e verde di prossimità. È un passaggio importante perché sposta la depavimentazione dalla dimensione dell’intervento occasionale a quella della pianificazione. Togliere asfalto non è più soltanto una scelta estetica: significa restituire una funzione ecologica al suolo e considerare il verde come un’infrastruttura ambientale, climatica e sociale.

Città come Copenhagen hanno trasformato questo principio in una vera strategia urbana. Il Cloudburst Management Plan prevede circa 300 progetti dedicati alla ritenzione e al drenaggio dell’acqua: strade verdi, aree di ritenzione, parchi capaci di trasformarsi temporaneamente in bacini durante gli eventi estremi e sistemi che integrano la rete fognaria con gli spazi pubblici. Il principio è semplice, l’acqua piovana, da scarto da smaltire il più in fretta possibile, diventa una risorsa da trattenere, infiltrare e, dove possibile, riusare localmente. Un esempio concreto è quello della nuova foresta urbana di Place de Catalogne a Parigi. Il progetto ha trasformato una piazza fortemente mineralizzata creando oltre 4.000 metri quadrati di foresta e 470 alberi, con 5.525 metri quadrati di superficie permeabile. Il sistema di aiuole e depressioni vegetate consente di gestire localmente il 54% delle acque piovane. Il Comune di Parigi stima inoltre una riduzione di circa 4 °C dell’effetto isola di calore. L’investimento complessivo per studi e lavori è stato di circa 10 milioni di euro. Non è soltanto un intervento paesaggistico. È un nuovo modo di progettare lo spazio pubblico: più alberi, più suolo permeabile, più acqua trattenuta, meno calore.

Rigenerare edifici invece di demolirli

L’adattamento circolare riguarda anche il patrimonio edilizio esistente. Ristrutturare e riconvertire un edificio invece di demolirlo e ricostruirlo non è solo una scelta che riduce l’impatto ambientale del costruito, ma può diventare una vera strategia di adattamento.

I numeri europei spiegano bene perché. Secondo la Commissione europea, l’85% degli edifici dell’Unione europea è stato costruito prima del 2000 e il 75% ha una prestazione energetica scarsa. Il tasso annuo di ristrutturazione energetica resta intorno all’1%.

Questo significa che la grande sfida non è soltanto costruire edifici nuovi, ma trasformare quelli che già esistono.

Tetti verdi, facciate ventilate, materiali permeabili, schermature solari, isolamento, sistemi per il riuso dell’acqua e impianti più efficienti possono rendere gli edifici più adatti alle nuove condizioni climatiche e più vivibili quando le temperature estive aumentano.

Il tetto verde, ad esempio, può contribuire all’isolamento termico dell’edificio, riducendo il fabbisogno energetico per il raffrescamento, trattenere parte dell’acqua piovana e contribuire alla riduzione delle temperature locali. In questo senso mitigazione e adattamento non sono due capitoli separati: lo stesso intervento può produrre contemporaneamente più efficienza energetica, maggiore capacità di gestione dell’acqua e una migliore qualità ambientale. Una riqualificazione energetica profonda di un edificio inefficiente può arrivare, secondo la Commissione europea, a ridurne il consumo energetico fino all’80%, a seconda delle condizioni di partenza e degli interventi realizzati. Rigenerare invece di demolire significa inoltre conservare e trasformare una parte della materia e dell’energia già incorporata nell’edificio.

Orti urbani e comunità

E poi c’è la dimensione dell’adattamento circolare che riguarda la comunità. Gli orti urbani e i giardini condivisi, ricavati spesso su aree dismesse, dimenticate o residuali, chiudono un ciclo che vede i rifiuti organici trasformati in compost, il compost che nutre il suolo e il suolo che produce cibo vicino a chi lo consuma. Ma il loro valore non si esaurisce nella produzione alimentare. Creano occasioni di incontro, riducono l’isolamento, offrono attività fisica e contatto quotidiano con la natura e possono favorire la coesione sociale, soprattutto per le persone più fragili. Un esempio particolarmente significativo è quello dell’Orto Collettivo di Genova, nato dal recupero di un’area abbandonata. Il progetto si estende su circa 7 ettari, dà accesso all’orto a circa 700 persone e ha coinvolto circa 300 volontari, compresi gruppi socialmente svantaggiati. È un esempio quasi perfetto di adattamento circolare: un’area degradata torna a produrre, il suolo viene rigenerato, il cibo viene prodotto localmente, le persone si incontrano e le competenze vengono condivise.

La letteratura sulla natura urbana associa inoltre la presenza e l’accessibilità degli spazi verdi a diversi benefici per il benessere, tra cui attività fisica, rilassamento, riduzione dello stress e maggiore coesione sociale. Il verde, quindi, non è un elemento decorativo della città: è una vera infrastruttura di salute e di relazione.

Dalla città che cura alla città circolare

È interessante che proprio a Genova questo ragionamento abbia cominciato a trovare anche una dimensione istituzionale più ampia.

Nell’aprile 2026, il Comune di Genova e Italia Circolare hanno promosso la nascita della Rete Italiana delle Città Circolari, un’alleanza tra amministrazioni dei capoluoghi impegnate nella transizione verso modelli urbani circolari, sostenibili, resilienti e inclusivi. La sindaca Silvia Salis ha introdotto la sessione istituzionale inaugurale dell’iniziativa.

Nello stesso percorso genovese, più di cento studenti del liceo Pertini hanno elaborato una proposta di legge di iniziativa popolare dedicata alla sostenibilità e all’economia circolare, con particolare attenzione al potenziamento dei centri del riuso, e l’hanno consegnata alla sindaca Salis durante la Giornata della Terra. Il progetto è nato nell’ambito del progetto europeo Interreg SUPER_ECO, coordinato dal Dipartimento Architettura e Design dell’Università di Genova e dalla Città Metropolitana, in collaborazione con AMIU. È un passaggio che riporta la circolarità alla sua dimensione più concreta: una città circolare non si costruisce soltanto con infrastrutture e regolamenti, ma anche con cittadini capaci di partecipare, proporre, riparare, riusare e prendersi cura degli spazi comuni.

E poi ci sono i repair café e i mercatini del riuso, che non sono soltanto strumenti per allungare la vita dei prodotti e ridurre i rifiuti, ma anche spazi di comunità che si attivano nel nome del bene comune. La rete internazionale dei Repair Café è ormai formata da 4.000 progetti. Le rilevazioni della rete stimano circa 60.000 eventi all’anno, 1,5 milioni di visitatori, 89.000 volontari e 1,6 milioni di oggetti portati ogni anno per essere riparati. Per farlo servono competenze, relazioni, cura e possibilità.

Una città circolare non è quindi semplicemente una città che produce meno rifiuti. È una città che spreca meno materia, meno acqua, meno energia, meno suolo e, possibilmente, anche meno relazioni umane.

Un albero in più può essere ombra, acqua trattenuta, biodiversità, aria più pulita. Ma può essere anche una panchina sotto la quale incontrarsi. Una città circolare riesce sempre a restituire alle persone ciò che consuma.
 

Come la circolarità ci protegge e ci fa stare meglio. Soprattutto in città