Come sta l'acqua italiana? Se ne consuma tanta, se ne ricicla poca e mancano consapevolezza e bioraffinerie

di Giovanni Franchini

21/03/2026

Come sta l'acqua italiana? Se ne consuma tanta, se ne ricicla poca e mancano consapevolezza e bioraffinerie
L'Italia consuma più acqua di tutta Europa. Ne consumiamo più di quanto ne produciamo e ne sprechiamo tanta, troppa, mentre dal fronte riciclo, manutenzione, innovazione e burocrazia i miglioramenti sono molto lenti. Una fotografia della situazione idrica italiana è offerta dal Libro Bianco 2026 "Valore Acqua", presentato dalla Community Valore Acqua di TEHA Group, che riunisce i principali operatori che utilizzano e veicolano la risorsa acqua. 

La bancarotta idrica
Il rapporto premette uno scenario globale appena entrato in crisi, chiamato "era della bancarotta idrica globale”. Se il pianeta è composto dal 70% di acqua, solo il 3% di questa è accessibile al consumo umano e il cambiamento climatico sta rendendo l'acqua dolce una risorsa sempre più scarsa. Numerose soglie critiche, secondo un rapporto delle Nazioni Unite hanno superato il punto in cui potevano essere ripristinate ai livelli precedenti e di conseguenza il rischio globale idrico è destinato ad aumentare provocando effetti a cascata nelle diverse comunità". 

Le criticità dell'Italia
La nostra impronta idrica è di 130 miliardi di metri cubi l’anno, che ne fa il Paese più idrovoro d’Europa. Al secondo posto la Germania con 120 miliardi di metri cubi e la Francia al terzo con 110 miliardi, ma a fronte di questi abbiamo un deficit superiore - 227 euro pro capite all’anno, il doppio della media europea (e con picchi di 284 euro durante l'ondata di siccità del 2022) - a cui si aggiungono i dati relativi al cambiamento climatico, 13 miliardi di euro annui, una mezza finanziaria del governo.
Come sta l'acqua italiana? Se ne consuma tanta, se ne ricicla poca e mancano consapevolezza e bioraffinerie
Su sette regioni europee con lo stress idrico al massimo livello (5 su 5), ben quattro regioni sono italiane: Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia. Gli eventi estremi sono in aumento - nel 2025 si sono verificati oltre 1.100 episodi di precipitazioni intense a fronte dei 45 a inizio degli anni duemila, ma sono i dati relativi alla allagamenti urbani, arrivati a quota 139 nel 2025, contro i 3 relativi alla media di inizio anni 2000, spiegano bene la situazione allarmante. Gli allagamenti sono particolarmente significativi perché indicano l'incapacità di un territorio di trattenere l'acqua in eccesso, a sua volta segno di cementificazioni e asfaltamenti sempre più estesi. 

Altro capitolo allarmante sono le Infrastrutture obsolete: Il 22% delle reti idriche italiane ha più di 50 anni e al ritmo attuale di rinnovo, servirebbero 250 anni per sostituire l'intera rete nazionale. Anche il gap digitale pesa con le penetrazione degli smart meter è ferma al 17%, contro una media europea del 53%, rendendo difficile il monitoraggio dei consumi e l'individuazione delle perdite in tempo reale. 

Frammentazione della governance
Il rapporto mette in evidenza anche il deficit di coordinamento. L'Italia presenta uno dei modelli di governance più frammentati d'Europa con ben 31 enti competenti nella gestione idrica, a fronte della Danimarca, ad esempio che ne ha uno soltanto. Le analisi mostrano che all'aumentare della frammentazione della governance si riduce la capacità di investimento dei gestori. 

Riuso e riciclo
Sul lato riuso e riciclo, il rapporto evidenzia come l'Italia sprechi il potenziale delle acque reflue: solo il 4% viene riutilizzato direttamente, a fronte di un potenziale del 15%, un volume drasticamente inferiore di un sesto rispetto alla Spagna e un quarto rispetto alla Francia. 
Buone notizie vengono invece dal recupero dei fanghi - 3,2 milioni di tonnellate annue che dal 2023 superano del 53% quelli smaltiti diversamente, segnando un'inversione di tendenza verso l'economia circolare - e dagli investimenti delle imprese industriali verso il riciclo con una priorità specifica per il riuso delle acque reflue (32,6%).
Come sta l'acqua italiana? Se ne consuma tanta, se ne ricicla poca e mancano consapevolezza e bioraffinerie
Il deficit culturale e di consapevolezza
Esiste infine un profondo divario tra la percezione dei cittadini e la realtà: Il 96% degli italiani non è in grado di quantificare i propri consumi reali e l'Italia rimane il primo Paese in Europa per consumo di acqua in bottiglia (249 litri pro capite), nonostante l'elevata qualità dell'acqua che scorre nelle tubature (che proviene per l'85% da falde sotterranee contro il 62% della media UE)

L'Agenda per l'Italia: i dieci punti prioritari
Per rispondere a questa emergenza, il Libro Bianco propone una vera e propria Agenda per l'Italia, un decalogo di azioni sistemiche per trasformare la gestione idrica in un driver di competitività e sostenibilità:
  1. Visione sfidante: affermare l'Italia come benchmark europeo nella gestione efficiente e circolare, puntando a raggiungere il primo quartile negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) entro il 2030.
  2. Condizioni abilitanti per gli investimenti: superare la frammentazione della governance e ridurre le gestioni in economia, ancora diffuse al Sud.
  3. Rilancio dei finanziamenti: colmare il gap post-PNRR (che vedrà un calo degli investimenti del 20% nel 2027) aprendo al capitale privato e al Partenariato Pubblico-Privato (PPP).
  4. Adeguamento tariffario: allineare la tariffa italiana (tra le più basse in UE a 2,5 €/m³) ai costi reali di manutenzione e alla disponibilità a pagare dei cittadini per garantire la resilienza del sistema.
  5. Aggiornamento infrastrutturale (Circular Water): sfruttare il potenziale inespresso delle grandi dighe (14% dei volumi non autorizzati) e potenziare il riuso delle acque reflue, oggi fermo al 4% a fronte di un potenziale del 15%.
  6. Digitalizzazione (Smart & Digital Water): Accelerare l'installazione di *smart meter* (la penetrazione in Italia è al 17% contro il 53% della media UE) e la distrettualizzazione delle reti per ridurre le perdite.
  7. Approccio "Water Positive": spingere le industrie idrovore e i settori emergenti, come i data center, a restituire al territorio più acqua di quella consumata attraverso l'efficienza e il riciclo.
  8. Efficientamento dei dati: completare i bilanci idrici per distretto e creare un'unica banca dati nazionale per monitorare disponibilità e consumi in tempo reale.
  9. Comunicazione ed educazione: promuovere una nuova cultura della risorsa per eliminare il gap di consapevolezza dei cittadini.
  10. Collaborazione Pubblico-Privato: rafforzare il coordinamento tra stakeholder e valutare l'accentramento delle competenze in un unico "Ministero dell'Acqua".
Le bioraffinerie
La transizione verso la "Circular Water" richiede di trasformare i depuratori da semplici impianti di trattamento a bioraffinerie capaci di recuperare energia, calore e materie prime critiche come il fosforo. A questo scopo vanno formati i futuri professionisti del settore, come gli ingegneri idraulici, oggi tra le figure più difficili da reperire sul mercato. La sfida non è solo tecnica o economica, ma sociale: smettere di gestire l'acqua come un'emergenza estiva per riconoscerla come il pilastro insostituibile del futuro del Paese.

I principali vantaggi delle bioraffinerie per l'economia circolare includono:
  1. Recupero di materie prime critiche: le bioraffinerie permettono di estrarre dai fanghi di depurazione nutrienti preziosi come il fosforo, l'azoto e lo zolfo. In Italia, lo sviluppo di una filiera del fosforo circolare potrebbe coprire fino al 13% del fabbisogno nazionale, riducendo la dipendenza dalle importazioni che oggi si attesta al 68%.
  2. Valorizzazione energetica: questi impianti consentono di produrre energia sotto forma di biometano, calore ed elettricità a partire dai fanghi e dai rifiuti organici. Tecnologie avanzate possono rendere i depuratori energeticamente autosufficienti, abilitando la neutralità energetica del sito.
  3. Recupero idrico: oltre all'acqua depurata, le bioraffinerie possono recuperare fino all'85% dell'acqua presente nei fanghi di depurazione, risorsa che altrimenti andrebbe persa nei processi di smaltimento tradizionali.
  4. Eliminazione di contaminanti emergenti: A differenza dei trattamenti convenzionali, le bioraffinerie sono in grado di eliminare microinquinanti emergenti, come i PFAS e le microplastiche, oltre ad agenti patogeni e metalli pesanti. Questo garantisce standard di sicurezza alimentare elevati, fondamentali per il riutilizzo dei residui in agricoltura.
  5. Riduzione drastica dei rifiuti: l'adozione di questi modelli industriali può ridurre di oltre il 90% la massa di rifiuto finale da smaltire, trasformando quello che era un costo in una risorsa economica.
  6. Benefici economici e autonomia strategica: la creazione di una filiera integrata a valle della depurazione potrebbe ridurre del 37% i costi di gestione dei fanghi in Italia e ampliare il valore della filiera nazionale dei fertilizzanti da 1,3 a 4,3 miliardi di euro.