Le stime delle organizzazioni internazionali parlano di 800.000 tonnellate di attrezzi da pesca perduti o abbandonati ogni anno, un numero pari a circa il 10% del totale dei rifiuti marini. Di questi il 5.7% sono reti messe in acqua e andate perse, seguite dalle nasse (8.6%) e dalle lenze e cordame vario (29%). Finora di questi rifiuti si tentava un riciclo meccanico ma i materiali invecchiati e degradati dal mare, non permettevano una seconda vita efficace. Almeno fino ad ora, perché una nuova tecnologia, presentata di recente all'Università Politecnica della Marche promette di invertire la tendenza e dare una risposta al fenomeno delle reti che inquinano i fondali e continuano a imprigionare animali.
Il cuore dell’idea è semplice quanto affascinante: le reti vengono "squagliate" usando alte temperature al fine di rompere le molecole plastiche e ricomporle in una miscela gassosa, il syngas, ricca di monossido di carbonio, idrogeno e altri componenti ,che può essere bruciata per produrre elettricità o impiegata come materia prima per processi chimici.
La caratteristica del dispositivo sperimentale presentato ad Ancona sta nella sua modularità e nella possibilità di operare vicino ai luoghi di raccolta (porti, aree di conferimento), riducendo i costi e le emissioni legate al trasporto dei rifiuti.
I dati comunicati nella presentazione parlano di una capacità sperimentale di circa 100 kg al giorno di plastica marina non riciclabile, trasformata in syngas. È una quantità modesta su scala industriale, ma sufficiente per dimostrare il circolo virtuoso: recuperi i rifiuti in mare, li porti al porto o in un’unità mobile, li trasformi in gas e quel gas può alimentare direttamente piccoli impianti elettrici o veicoli elettrici locali, chiudendo così un anello territoriale.
La tecnologia nasce da anni di ricerca e dallo sviluppo industriale di iris srl, che ha già passato fasi pilota con una versione del sistema denominata green plasma safe, pensata inizialmente per il trattamento di rifiuti speciali e contaminati. L’idea di applicarla alle plastiche marine è diventata pratica grazie al progetto "PNRR Merc – ghost nets", che ha messo insieme ong, università, enti locali e imprese per mappare i fondali, recuperare gli attrezzi abbandonati e sperimentare soluzioni di circular economy.
Non mancano però alcuni scogli da superare. Il processo termochimico va gestito con attenzione per evitare emissioni indesiderate (diossine, ultrafini); serve poi una fase di pre-trattamento per rimuovere fanghi, organismi e metalli, e la sostenibilità economica rimane da dimostrare su larga scala.
In più, affidarsi al recupero-energia non deve diventare una scusa per non fare prevenzione: la vera soluzione rimane ridurre l’abbandono e migliorare le pratiche di pesca e gestione dei rifiuti, aspetti richiedono standard di controllo, monitoraggio delle emissioni e trasparenza sui flussi energetici e finanziari.
Nelle prime fasi del progetto Merc – ghost nets, sono già stati mappati centinaia di ettari di fondale e recuperate tonnellate di materiale: i numeri citati dagli organizzatori parlano di oltre 400 attrezzi rimossi, per un totale che si aggira sulle dieci-tonnellate, e di decine di siti recuperati e ripristinati.
Se la tecnologia dimostrerà costi operativi ridotti e emissioni controllabili, uno scenario possibile è quello di piccole unità dislocate nei porti principali per trattare il flusso locale di reti e plastiche non riciclabili. Questo modello è compatibile con politiche di economia circolare e con i piani di rigenerazione delle coste finanziati dal pnrr.
Resta però la domanda dell’economia di scala: per coprire la mole di rifiutto globale servirebbero decine o centinaia di impianti, o un salto nelle prestazioni delle macchine. E, oltre a ciò, servono linee guida normative chiare: come classificare il syngas prodotto? A quale normativa sulle emissioni si deve sottoporre un impianto portuale che brucia syngas derivato da plastica? Sono domande a cui il settore pubblico dovrà dare risposta.