Cosa sta succedendo col riciclo della plastica e perché non possiamo smettere di riciclare

Di Giovanni Franchini

24/09/2026

A fine luglio un'ordinanza del Comune di Brindisi ha sospeso per alcuni giorni tutti i conferimenti degli imballaggi in plastica, come ha raccontato Repubblica. Dal 10 settembre il Comune sardo di Tratalias ha fermato raccolta e conferimenti agli ecocentri, perché il circuito del consorzio Corepla aveva raggiunto i limiti di stoccaggio.

Nella città metropolitana di Roma diversi sindaci hanno avvisato i cittadini che la raccolta potrebbe rallentare o fermarsi. Eppure la differenziata non è mai andata così bene: nel primo semestre 2026 è cresciuta del 5%. Gli italiani separano la plastica più e meglio di prima. È a valle, dove quella plastica dovrebbe tornare materia, che il sistema si sta inceppando.

Cosa sta succedendo in Italia

Secondo Corepla, nel primo semestre 2026 sono state raccolte 50 mila tonnellate in più rispetto all'anno prima, mentre la capacità di selezione si è ridotta di 11.500 tonnellate al mese. Più materiale entra, meno ne esce.

Il Ministero dell'Ambiente ha fotografato la situazione nel quadro conoscitivo presentato il 28 luglio al "tavolo plastiche". Campania, Lazio, Puglia, Marche, Emilia-Romagna e Sardegna sono in sofferenza, con segnalazioni anche da Piemonte e Veneto.

Il documento definisce il fermo degli impianti "diffuso e strutturale, non episodico". Aggiunge che la capacità residua degli inceneritori è sostanzialmente esaurita, quindi bruciare la plastica in eccesso non è una via d'uscita. Nel Lazio la Regione, rispondendo a un'interrogazione, ha parlato di depositi con autonomie residue di pochi giorni. L'Emilia-Romagna aveva chiesto già a giugno un intervento del governo, segnalando due rischi: più incendi negli impianti saturi, e plastica correttamente differenziata dai cittadini destinata alla termovalorizzazione anziché al riciclo.

La lettura più diffusa attribuisce tutto al mercato: la plastica riciclata non si vende, i magazzini si riempiono. È una narrazione vera, ma parziale.

La stessa relazione sulla gestione 2025 di Corepla racconta un sistema fragile anche a metà filiera. Tra maggio e giugno 2025 due centri di selezione sono stati sospesi per problemi autorizzativi, lasciando senza destinazione circa 14 mila tonnellate al mese di raccolta, soprattutto veneta e sarda.

A fine 2025 un incendio ha distrutto il centro di selezione Synextra, togliendo altre 7 mila tonnellate al mese di capacità. Il consorzio ammette anche lacune nel rispetto dell'obbligo, per i centri di selezione, di poter stoccare quanto trattano in un mese: è il margine che dovrebbe proteggere la filiera proprio nelle emergenze.

Il Ministero ha presentato una roadmap in quattro fasi e 26 interventi. La Conferenza delle Regioni ha risposto con 21 richieste, osservando che gli stoccaggi aggiuntivi rinviano il problema senza risolverlo.

Cosa sta succedendo col riciclo della plastica e perché non possiamo smettere di riciclare

La situazione in Europa

Il problema del riciclo di plastica non è solo italiano. Secondo Plastics Recyclers Europe, l'associazione dei riciclatori europei, tra il 2023 e la fine del 2025 il continente ha perso impianti per quasi un milione di tonnellate di capacità, con Paesi Bassi, Germania e Regno Unito tra i più colpiti. In Italia il riciclo meccanico ha prodotto nel 2025 circa 850 mila tonnellate, con un fatturato di 685 milioni di euro in calo per il terzo anno consecutivo e margini quasi azzerati, secondo il report di Assorimap, l'associazione dei riciclatori.

Bruxelles si è mossa a dicembre 2025 con un primo pacchetto di misure. Prevede criteri comuni per stabilire quando un rifiuto plastico torna a essere materia prima, e codici doganali distinti per plastica vergine e riciclata. Questi ultimi servono a impedire che plastica vergine a basso costo entri nel mercato europeo etichettata come riciclata. Secondo le Regioni italiane, però, i nuovi codici non sono ancora operativi. La legge quadro europea sull'economia circolare, il Circular Economy Act, è attesa entro fine anno.

Intanto si avvicina una scadenza che aumenterà la pressione: dal 21 novembre 2026 sarà vietato esportare rifiuti di plastica dall'Unione verso i paesi non Ocse (Polyester Time). Ciò che non si ricicla in Europa dovrà restare in Europa.

Plastica vergine contro plastica riciclata

Al centro del problema c'è il prezzo. Secondo Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla, il PET importato dall'Asia o dall'Egitto costa 750 euro a tonnellata, quello riciclato in Italia 1.200-1.300 euro. Sono cifre di parte, e il Ministero dichiara nel suo quadro conoscitivo di non disporre di dati certi sulla differenza di prezzo tra materie riciclate e vergini. Che il divario esista e sia ampio, però, lo confermano tutte le fonti di settore.

Sulle cause le posizioni divergono. I riciclatori europei puntano il dito sul riciclato importato a basso prezzo: secondo il presidente di Assorimap Walter Regis, il prodotto asiatico arriva sul mercato con prezzi fino al 50% inferiori a quelli italiani.

Un operatore asiatico, sulla pubblicazione del Bureau of International Recycling, sostiene invece che la crisi nasca dall'eccesso strutturale di plastica vergine, soprattutto cinese: nel 2025 la Cina ha prodotto circa 17,5 milioni di tonnellate di PET, contro una capacità europea di 2,6 milioni. Le due letture non si escludono. Il risultato è che l'Europa, secondo Petcore Europe, importa ormai quasi il 40% del PET vergine e una quota analoga di quello riciclato.

Chi compra fa i conti. Già nel 2025 alcuni marchi di beni di largo consumo riducevano l'uso di PET riciclato ai minimi contrattuali.

L'effetto si vede alle aste con cui Corepla vende ai riciclatori i rifiuti selezionati, pressati in balle. Il prezzo delle balle non è quello del granulo riciclato, ma ne segue l'andamento. Nel 2025 i prezzi medi delle balle di PET e HDPE sono calati in modo significativo. A fine anno il consorzio ha dovuto pagare contributi per far ritirare alcuni materiali che prima vendeva a prezzo positivo (relazione Corepla). Per le poliolefine miste, una delle frazioni più problematiche, le Regioni parlano di valore netto negativo.

Chi paga il riciclo, e perché non esiste un mercato della plastica

Nel 2025 Corepla ha incassato 786 milioni di euro dal contributo ambientale Conai e 108 milioni dalla vendita dei materiali per il riciclo, a fronte di 943 milioni di costi (relazione Corepla).

Il mercato copre poco più di un decimo del costo del sistema. Il resto lo pagano le imprese che immettono imballaggi sul mercato, attraverso il contributo ambientale, e quindi i consumatori, perché quel costo finisce nei prezzi. Una parte torna ai Comuni: il corrispettivo medio riconosciuto per la raccolta è stato di 377 euro a tonnellata.

Il riciclo della plastica in Italia, dunque, non è mai stato un mercato che si regge da solo.

È un servizio finanziato da produttori e consumatori, e la crisi ha eroso anche quella piccola quota di ricavi che il mercato garantiva. Il conto sta già salendo: dal 1° ottobre 2026 Conai aumenta il contributo sugli imballaggi in plastica, con la fascia più alta che passa da 790 a 922 euro a tonnellata. Le Regioni chiedono che l'aumento non si traduca in minori corrispettivi ai Comuni.

C'è poi un conto meno visibile. Dal 2021 ogni Stato membro versa al bilancio europeo 0,80 euro per ogni chilo di imballaggi in plastica non riciclati. Nel bilancio Ue 2025 l'Italia figura con 1,18 milioni di tonnellate non riciclate e un contributo netto di 760 milioni di euro, dopo una riduzione forfettaria. Non lo pagano i produttori di imballaggi: lo paga la fiscalità generale.

Lo strumento per spostare questo costo su chi sceglie la plastica vergine esiste già. È la plastic tax, 0,45 euro al chilo sui manufatti monouso, da cui è esclusa la plastica riciclata.

Introdotta nel 2019, è stata rinviata otto volte, l'ultima al 1° gennaio 2027. Il confronto è istruttivo: 0,45 euro al chilo fanno 450 euro a tonnellata, un valore dello stesso ordine del divario di prezzo indicato da Corepla.

Andrebbe però applicata solo al monouso, e il costo finirebbe comunque sui prezzi. I trasformatori sono contrari. Il presidente di Unionplast Massimo Centonze ha definito l'ultimo rinvio "una decisione di buon senso e di responsabilità", sostenendo che una tassa generalizzata penalizzerebbe proprio chi investe nel riciclo. Il consorzio PolieCo ha invece accolto il rinvio con preoccupazione, perché sottrae tempo alla transizione.

Cosa sta succedendo col riciclo della plastica e perché non possiamo smettere di riciclare

Perché riciclare comunque, e come farlo meglio

Arrendersi al prezzo della plastica vergine non conviene né all'ambiente né ai conti pubblici. Secondo Corepla, nel 2022 il riciclo degli imballaggi in plastica ha evitato circa 885 mila tonnellate di CO2 e fatto risparmiare quasi 11 mila GWh di energia rispetto alla produzione di plastica nuova. Le alternative al riciclo, cioè incenerimento, discarica ed export, sono sature o in chiusura. E ogni tonnellata non riciclata alza il conto con Bruxelles.

Ci sono poi gli obblighi. Nel 2025 l'Italia ha riciclato il 49,6% degli imballaggi in plastica, appena sotto l'obiettivo europeo del 50%. Per superarlo Corepla propone di contare come riciclo la plastica che finisce sotto forma di ossidi nel clinker dei cementifici, dopo essere stata bruciata come combustibile: con questo calcolo si arriverebbe al 50,2% (relazione Corepla).

Nel 2030 l'obiettivo salirà al 55%. Dallo stesso anno il regolamento europeo sugli imballaggi imporrà quote minime di plastica riciclata nei nuovi imballaggi, dal 10% al 35% secondo il tipo. Sarà la prima vera domanda obbligata di riciclato. Da qui al 2030, però, quella domanda va creata o sostenuta in altro modo.

Le leve sul tavolo sono diverse, e ognuna ha un costo e qualcuno che la paga. La plastic tax sposterebbe il costo su chi usa vergine, ma è la misura su cui la politica ha dimostrato più resistenza.

Il Ministero ha già scritto una norma sulle sanzioni per chi non rispetta gli obblighi di contenuto riciclato, e le Regioni ne chiedono l'approvazione con priorità.

Allo stesso modo andrebbero fatti rispettare i criteri ambientali minimi negli appalti pubblici, già obbligatori ma poco controllati: sono strumenti che creano domanda senza costare allo Stato. Il credito d'imposta per chi usa plastica riciclata, indicato dalla roadmap del Ministero come cardine economico da inserire nella prossima legge di bilancio, aiuterebbe subito. Ma lo pagherebbero i contribuenti, e le Regioni chiedono che sia notificato a Bruxelles come aiuto di Stato.

Altre misure riguardano la filiera. Servono controlli sulle importazioni, che però dipendono in gran parte dall'Europa. Servono impianti di selezione con stoccaggi adeguati, e impianti di riciclo nei territori che non ne hanno: le isole, secondo il Ministero, non dispongono di impianti di riciclo finale per gli imballaggi in plastica.

E servono dati pubblici: le Regioni chiedono una rilevazione almeno quindicinale di giacenze, capacità e ritiri, senza la quale nessuna misura economica si può dimensionare correttamente. A monte resta la riduzione. Il regolamento europeo impone di tagliare i rifiuti di imballaggio del 5% entro il 2030 e del 15% entro il 2040 rispetto al 2018 (Cna Parma). Per l'associazione Plastic Free è lì che la crisi va affrontata davvero, producendone meno.

Le prossime scadenze sono vicine. Entro dicembre la legge di bilancio 2027 dovrà decidere se far partire la plastic tax o rinviarla per la nona volta, e se introdurre il credito d'imposta. Ed entro fine anno è atteso il Circular Economy Act.

Nel frattempo l'inverno porterà il divieto di export e il riempimento dei magazzini. Una cosa è già chiara: il costo della plastica che non ricicliamo lo stiamo pagando comunque, nei prezzi, nelle tasse e nei cassonetti che non si svuotano. La scelta politica riguarda chi deve pagarlo, e se quei soldi debbano servire a tenere in piedi il riciclo o a pagare il suo fallimento.