La situazione in Europa
Il problema del riciclo di plastica non è solo italiano. Secondo Plastics Recyclers Europe, l'associazione dei riciclatori europei, tra il 2023 e la fine del 2025 il continente ha perso impianti per quasi un milione di tonnellate di capacità, con Paesi Bassi, Germania e Regno Unito tra i più colpiti. In Italia il riciclo meccanico ha prodotto nel 2025 circa 850 mila tonnellate, con un fatturato di 685 milioni di euro in calo per il terzo anno consecutivo e margini quasi azzerati, secondo il report di Assorimap, l'associazione dei riciclatori.
Bruxelles si è mossa a dicembre 2025 con un primo pacchetto di misure. Prevede criteri comuni per stabilire quando un rifiuto plastico torna a essere materia prima, e codici doganali distinti per plastica vergine e riciclata. Questi ultimi servono a impedire che plastica vergine a basso costo entri nel mercato europeo etichettata come riciclata. Secondo le Regioni italiane, però, i nuovi codici non sono ancora operativi. La legge quadro europea sull'economia circolare, il Circular Economy Act, è attesa entro fine anno.
Intanto si avvicina una scadenza che aumenterà la pressione: dal 21 novembre 2026 sarà vietato esportare rifiuti di plastica dall'Unione verso i paesi non Ocse (Polyester Time). Ciò che non si ricicla in Europa dovrà restare in Europa.
Plastica vergine contro plastica riciclata
Al centro del problema c'è il prezzo. Secondo Giorgio Quagliuolo, presidente di Corepla, il PET importato dall'Asia o dall'Egitto costa 750 euro a tonnellata, quello riciclato in Italia 1.200-1.300 euro. Sono cifre di parte, e il Ministero dichiara nel suo quadro conoscitivo di non disporre di dati certi sulla differenza di prezzo tra materie riciclate e vergini. Che il divario esista e sia ampio, però, lo confermano tutte le fonti di settore.
Sulle cause le posizioni divergono. I riciclatori europei puntano il dito sul riciclato importato a basso prezzo: secondo il presidente di Assorimap Walter Regis, il prodotto asiatico arriva sul mercato con prezzi fino al 50% inferiori a quelli italiani.
Un operatore asiatico, sulla pubblicazione del Bureau of International Recycling, sostiene invece che la crisi nasca dall'eccesso strutturale di plastica vergine, soprattutto cinese: nel 2025 la Cina ha prodotto circa 17,5 milioni di tonnellate di PET, contro una capacità europea di 2,6 milioni. Le due letture non si escludono. Il risultato è che l'Europa, secondo Petcore Europe, importa ormai quasi il 40% del PET vergine e una quota analoga di quello riciclato.
Chi compra fa i conti. Già nel 2025 alcuni marchi di beni di largo consumo riducevano l'uso di PET riciclato ai minimi contrattuali.
L'effetto si vede alle aste con cui Corepla vende ai riciclatori i rifiuti selezionati, pressati in balle. Il prezzo delle balle non è quello del granulo riciclato, ma ne segue l'andamento. Nel 2025 i prezzi medi delle balle di PET e HDPE sono calati in modo significativo. A fine anno il consorzio ha dovuto pagare contributi per far ritirare alcuni materiali che prima vendeva a prezzo positivo (relazione Corepla). Per le poliolefine miste, una delle frazioni più problematiche, le Regioni parlano di valore netto negativo.