Siamo entrati nella Fase 3, quella fase da tanti agognata, che da una parte sembra porre nuovi e pressanti interrogativi sul futuro di questo Paese (e del mondo intero), dall’altra, in molti di noi, lascia il sapore amaro delle riflessioni profonde ma incompiute del lockdown.
Durante il periodo di isolamento sono successe cose straordinarie e cioè ognuno di noi è stato messo di fronte all’insostenibilità, ma anche all’insensatezza - più o meno evidente - del proprio stile di vita. Quelle che prima erano sensazioni “sgradevoli” sono diventate conferme, quelli che prima erano appelli di pochi al cambiamento, o movimenti originali e limitati nel mare magnum della normalità (ecologia, economia circolare, riuso, cohousing…), hanno all’improvviso assunto dimensioni valoriali molto più ampie perché rispondevano concretamente a bisogni urgenti attraverso modelli sostenibili per tutti.
Ecco che parlare di sostenibilità, di economia circolare, di cohousing, ha assunto significati diversi, profondi, quasi viscerali. Perché? Perché ha a che fare con le ragioni intrinseche del nostro essere, del nostro rapporto con gli altri, del nostro convivere nell’ecosistema di cui siamo parte e non padroni. E perché il nostro stile di vita precedente ha mostrato in modo inconfutabile tutte le sue debolezze. Ci stavamo schiantando, lo sapevamo, ma le maschere del nostro quotidiano (e cioè le scuse per posticipare le riflessioni serie e le azioni concrete) erano così normali da “indossare” che nemmeno ce ne rendevamo conto… e intanto il contatore dell’insostenibilità (e dell’insensatezza) scorreva.
Quanto ci è costato e ci costerà vivere con gli attuali modelli, quelli che a ben pensarci sono ancora i modelli post-industriali? Il vero costo, anche sociale, di questi stili di vita non è quello immediato ma quello futuro che si nasconde nella perversione delle economie attuali (si veda in proposito un interessante articolo di Paolo Zanenga “Contro il dominio dei costi e l’ossessione dei tagli alla spesa”). Le strutture alienanti in cui siamo stati ingabbiati nel recente passato (uffici, centri commerciali, case-dormitorio, spazi leisure), hanno modificato la nostra percezione dello spazio, trasformandolo in luogo dove assumere ruoli sociali (lavoro, compro, abito, faccio sport...) senza considerare il ruolo del benessere che nasce da contesti relazionali completi e complessi.