Il 5 novembre 2025 il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato la propria posizione ufficiale sulla riduzione delle emissioni di gas serra: entro il 2040 l’UE dovrà tagliare il 90 % delle emissioni nette rispetto al 1990. La decisione, frutto di un negoziato durato mesi tra gli Stati membri, sarà la base della proposta che l’Europa presenterà alla prossima conferenza ONU sul clima, la COP30 di Belém, in Brasile. Non è un dettaglio: l’UE è la prima grande area economica del mondo ad aver fissato un obiettivo così avanzato, anticipando di fatto la traiettoria verso la neutralità climatica del 2050.
Dietro la soglia simbolica del –90 % si cela però un impianto complesso, costruito su un compromesso politico non privo di sfumature. L’accordo introduce margini di flessibilità che consentiranno agli Stati membri di utilizzare, a partire dal 2036, crediti internazionali di carbonio “di alta qualità” fino a un massimo del 5 % delle emissioni del 1990. In altre parole, l’obiettivo formale resta il –90 %, ma la riduzione effettiva realizzata sul suolo europeo potrebbe fermarsi attorno all’85 %. Una scelta che ha suscitato critiche da parte delle organizzazioni ambientaliste, secondo le quali questa clausola rischia di indebolire l’impatto reale delle politiche di decarbonizzazione. La Carbon Market Watch ha commentato che “così si rischia di trasformare un traguardo storico in un compromesso aritmetico”.
Eppure, la logica della flessibilità è anche ciò che ha reso possibile un’intesa tra economie con profili energetici e industriali profondamente diversi. L’Europa del Nord, già molto avanzata sul piano delle rinnovabili, ha spinto per un target netto e ambizioso. I Paesi dell’Est e alcune grandi economie manifatturiere, come Germania e Italia, hanno invece chiesto più tempo e più strumenti per evitare che la transizione si traduca in un boomerang occupazionale e competitivo. Il risultato è una cornice “vincolante ma realistica”, come l’ha definita la Commissione, che introduce anche un obiettivo intermedio per il 2035, con un intervallo di riduzione compreso tra –66,25 % e –72,5 %.
In sostanza, l’Europa si è data una traiettoria graduale ma chiara: entro il 2030 il taglio dovrà raggiungere almeno il –55 %, entro il 2035 superare i due terzi e nel 2040 arrivare al –90 %. Un percorso che sarà accompagnato da una verifica biennale dei progressi, basata su evidenze scientifiche, sviluppo tecnologico e sostenibilità economica. Ogni due anni, la Commissione europea dovrà valutare se la traiettoria sia coerente con gli obiettivi e proporre eventuali aggiustamenti, anche alla luce dell’evoluzione dei prezzi dell’energia e della competitività industriale.
Sul piano tecnico, l’accordo prevede che le rimozioni permanenti di carbonio – attraverso foreste, suoli o tecnologie di cattura e stoccaggio – possano contribuire al raggiungimento del traguardo, ma in misura limitata e verificabile. È un riconoscimento della necessità di combinare riduzione e compensazione, ma anche un segnale di apertura verso la frontiera tecnologica del carbon capture. In parallelo, è stato posticipato di un anno, dal 2027 al 2028, l’avvio del nuovo sistema ETS2 per trasporti ed edilizia, per attenuare l’impatto economico della transizione su cittadini e imprese.
La sfida più grande, però, non è solo normativa. È industriale. Per rispettare il nuovo obiettivo, l’Europa dovrà accelerare in modo drastico la trasformazione del proprio modello produttivo: elettrificare la mobilità, decarbonizzare i processi, investire in efficienza e reti. Secondo le stime della Commissione, serviranno oltre 600 miliardi di euro l’anno di investimenti pubblici e privati nel prossimo decennio per mantenere la traiettoria del –90 %. È una cifra che ridefinisce la scala stessa della politica industriale europea e che chiama in causa il ruolo del capitale privato, dei fondi infrastrutturali e della finanza sostenibile.
Proprio qui si gioca una parte cruciale del nuovo scenario. La politica climatica non è più un esercizio di regolazione ambientale, ma una strategia di posizionamento economico. Gli investimenti in infrastrutture energetiche, reti digitali, mobilità elettrica e tecnologie low carbon diventeranno la spina dorsale della competitività europea. Per i grandi operatori finanziari, il target del 2040 impone di ripensare la selezione degli asset, la valutazione del rischio di transizione e la misurazione dell’impatto climatico dei portafogli. Le metriche ESG non saranno più un indicatore accessorio, ma un requisito operativo per accedere a capitali, partnership e incentivi pubblici.
Al tempo stesso, la transizione verde non può ignorare la dimensione sociale e industriale. I costi dell’adattamento, la riconversione delle filiere e la dipendenza energetica da tecnologie e materie prime extraeuropee rappresentano fattori di vulnerabilità che la politica europea dovrà saper governare. È qui che si gioca la credibilità del nuovo patto climatico: riuscire a unire ambizione ambientale e stabilità economica, visione a lungo termine e pragmatismo.
Il nuovo obiettivo del –90 % non è dunque solo una cifra da raggiungere, ma una cornice entro cui si ridefinisce l’identità stessa dell’Europa industriale. Dietro quel numero ci sono le scelte su come produrre, investire e innovare nei prossimi quindici anni. La differenza, come sempre, la farà la capacità di tradurre un vincolo in una leva di crescita: trasformare la decarbonizzazione da obbligo politico a opportunità industriale, e fare del 2040 non una scadenza, ma l’inizio di un nuovo ciclo economico.