Dove vanno a finire i pesci? Il riscaldamento globale li riduce, li sposta a nord e cambia le loro abitudini

di Andrea Begnini

12/06/2021

Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay
L'Intergovernmental Panel on Climate Change dedica un report speciale allo stato di salute degli oceani dal quale emerge puntualmente come gli oceani siano sempre più caldi. Inoltre, conferma come la distribuzione e il numero dei pesci negli oceani e nei mari stanno variando in modo drastico. Il riscaldamento delle acque oceaniche e la loro acidificazione, che deriva in modo diretto dall'assorbimento di oltre un quarto delle emissioni di CO2 prodotte dall’attività dell’uomo, determinano l'abbassamento dei livelli di ossigeno con la conseguente riduzione nella disponibilità delle sostanze nutritive. Secondo le stime della FAO, entro il 2050 è prevista una radicale trasformazione della pesca globale che avrà aree geografiche completamente diverse e una diminuzione della quantità di pesce che sarà possibile pescare senza creare danni biologici irreversibili.

Il cambiamento climatico sta causando il riscaldamento anche degli oceani e, di conseguenza sta modificando la vita dei pesci che vi abitano, oltre che, ovviamente dei pescatori, che vivono della realtà marina. Per saperne di più su questi impatti, gli scienziati dello Smithsonian National Museum of Natural History e della Smithsonian Marine Station stanno raccogliendo dati su come questi ambienti stanno cambiando. I pesci preferiscono intervalli di temperatura specifici, quindi quando le temperature oceaniche cambiano, i pesci tendono a trasferirsi in habitat che soddisfano meglio le loro esigenze. A volte, questo significa spostarsi: alcune specie di tonno, come il tonno rosso dell'Atlantico, stanno estendendo il proprio areale a nord fino alle acque artiche, il che comporta anche che la pesca si deve delocalizzare e che gli scienziati, al contempo, possono lavorare con le comunità per adattarsi e consentire alle popolazioni ittiche di acquisire resilienza.

Ha spiegato Steven Canty, biologo marino e coordinatore del programma di Marine Conservation presso la Smithsonian Marine Station: “È tutto collegato. Cerchiamo di selezionare i flussi di dati più importanti, come la salinità dell'acqua e la posizione dei pesci, per darci il quadro più completo possibile”. Per Canty, la via da seguire è la gestione adattiva: monitorare i cambiamenti ambientali e lavorare con le comunità di pescatori per coordinare il lavoro. “È come aggiornare il sistema operativo sul tuo laptop. Escono nuovi aggiornamenti di dati e le persone anche nella pesca adeguano la loro gestione”.

Circa 780 milioni di persone si affidano alla pesca per il proprio reddito: “Sono loro che interagiscono con la pesca ogni giorno. Conoscono i sistemi meglio di noi. Sarebbe un'enorme dimenticanza non includere le loro conoscenze nella gestione della pesca. Siamo così connessi a questi sistemi che quando c'è un guasto colpisce tutti nella catena”. 
 

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