E dopo Trump? Possiamo discutere con la sostenibilità. Ma non possiamo più negoziare con la realtà.

di Paolo Marcesini

17/04/2026

E dopo Trump? Possiamo discutere con la sostenibilità. Ma non possiamo più negoziare con la realtà.
“Drill, baby, drill”.
Più che uno slogan, una dichiarazione di visione. O forse di rimozione.

Negli anni della presidenza di Donald Trump — e ancor più nel suo secondo mandato — la sostenibilità ha smesso, per una parte rilevante del dibattito globale, di essere un orizzonte condiviso per diventare un’opzione discutibile. Non un destino inevitabile, ma un costo. Non una necessità sistemica, ma una scelta politica. Nella migliore delle ipotesi, inutile.

L'intreccio tra sovranismo e negazionismo climatico ha riletto la cooperazione internazionale, pilastro della governance ambientale, trasformandola in vincolo. Il cambiamento climatico, da emergenza scientifica, diventa così materia di contesa ideologica.

Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi nel 2017 non è stato solo un atto politico. È stato un messaggio. Una frattura, certo. Ma soprattutto una legittimazione: l’idea che la sostenibilità possa essere sospesa, rinviata, ridimensionata in nome della crescita immediata.

Eppure, mentre la politica oscillava, la realtà ha continuato a muoversi in un’unica direzione. Eventi climatici estremi, instabilità energetica, nuove geografie industriali. La sostenibilità è rientrata nell’agenda non per scelta, ma per necessità.

L’Unione Europea ha provato a occupare quello spazio, trasformando la transizione in strategia industriale oltre che ambientale. Ma senza una regia globale stabile, ogni avanzamento è apparso più fragile, più esposto, più lento. 

Per l’Italia, come spesso accade, la sfida si è giocata su un crinale sottile: aderire agli obiettivi europei senza perdere competitività, sostenere la transizione senza erodere consenso. La sostenibilità, più che un progetto condiviso, è diventata un equilibrio complicato da gestire.

Intanto mentre la parola sostenibilità sussurrava inerme la sua urgenza, la stagione inaugurata da Trump non ha solo rallentato la transizione: in alcuni casi l’ha anche, indirettamente, accelerata.

L’uscita dagli accordi internazionali e il ritorno dichiarato ai combustibili fossili hanno indebolito la governance globale, è vero. Ma allo stesso tempo hanno prodotto una reazione. Altri attori — a partire dall’Unione Europea — hanno rafforzato il proprio ruolo. Il sistema multilaterale non si è dissolto: ha retto, adattandosi e, in alcuni casi, rilanciando gli impegni. Rallentare per poi accelerare.

È il doppio movimento della storia recente: arretramento politico e avanzamento sistemico.

Il problema è che questi due tempi non coincidono.
La politica può rallentare, fermarsi, perfino tornare indietro.
La crisi climatica no.

E allora la domanda resta, inevitabile: in questi anni, mentre la politica arretrava o si divideva, lo stato di salute del pianeta è migliorato o peggiorato?

L’Accordo di Parigi ha tenuto sul piano dell’agenda: più consapevolezza, più investimenti, più impegni. Ma non abbastanza. Le emissioni globali non hanno invertito la traiettoria. La temperatura media continua a salire. Gli effetti del cambiamento climatico sono sempre più evidenti.

In altre parole: l’agenda ha tenuto. Il pianeta molto meno. Possiamo continuare a discutere la sostenibilità. Ma non possiamo più permetterci di negoziare con la realtà.

E oggi?

Immaginare uno scenario senza Trump non significa immaginare un ritorno all’ordine. Le condizioni che hanno reso possibile quella stagione restano tutte: disuguaglianze, paure, percezione dei costi della transizione.

Senza una leadership apertamente ostile, gli Stati Uniti potranno tornare a un ruolo più prevedibile, rafforzando strumenti come l’Accordo di Parigi. Ma non basta aderire agli accordi. Il punto è renderli efficaci.

Per l’Unione Europea si apre una fase diversa: meno supplenza, più competizione. E per l’Italia, ancora una volta, una scelta netta tra guidare o inseguire.

La vera questione non è se la sostenibilità tornerà centrale.
È se riuscirà a diventare irreversibile.