E se provassimo a spiegare l'Economia Circolare a Milton Friedman?

di Paolo Marcesini

10/03/2025

E se provassimo a spiegare l'Economia Circolare a Milton Friedman?

L’industria manifatturiera sta reinventando se stessa e un buon management aziendale non può oggi fare a meno di un driver strategico: la circolarità. La transizione delle imprese verso un’economia più sostenibile e circolare non è soltanto una necessità ambientale, ma un’opportunità per acquisire un vantaggio competitivo sul lungo periodo attraverso il ridisegno di prodotti, processi e supply chain, con implicazioni anche di carattere economico e sociale. E non ci si può permettere il lusso di stare a guardare.

Attraverso l’analisi empirica di casi aziendali, assegnisti di ricerca e docenti dell’Università LIUC hanno esplorato 12 imprese manifatturiere operanti nel territorio lombardo o molto prossime a esso che hanno implementato
good practice di sostenibilità e di economia circolare dimostrando che è possibile coniugare il successo economico con una riduzione significativa del proprio impatto ambientale. 
Ne è uscito il libro
La transizione delle imprese verso l’economia circolare. Buone pratiche e fattori abilitanti, a cura di Andrea Urbinati, docente LIUC, per la collana Università Cattaneo Libri, Guerini Next. Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo la prefazione del libro, scritta dal Direttore di Italia Circolare, Paolo Marcesini.

Ogni volta che si affronta il tema dell’economia circolare come paradigma produttivo dell’unico futuro possibile torna a manifestarsi il fantasma dell’economia lineare, un modello ancora difficile da superare, con la sua dottrina basata sul profitto a favore degli azionisti a definire l’unico obiettivo della responsabilità sociale d’impresa. Vero che i tempi sono cambiati, vero che il Roundtable pochi anni fa ha ridefinito il purpose aziendale che dovrebbe avere come obiettivi «creare valore per i clienti», «investire sui dipendenti», «promuovere la diversità e l’inclusione», «trattare in modo equo ed etico con i fornitori», «sostenere le comunità in cui lavoriamo» e «proteggere l’ambiente». Verissimo, quindi, che le tre dimensioni della sostenibilità hanno cambiato il modo di raccontare l’essere e il fare impresa, ma la linearità continua a essere troppo suadente per essere messa realmente in discussione.

Per questo motivo la lettura di questo interessante saggio, che racconta esempi concreti di processi circolari applicati ai modelli produttivi delle imprese, ha stimolato una domanda necessaria e paradossale al tempo stesso: e se provassimo a spiegare l’economia circolare a Milton Friedman?

Il vecchio caro Milton non ha mai avuto a che fare con la scarsità della materia e delle risorse, non ha fatto in tempo a vedere gli effetti reali della crisi climatica, l’inarrestabile trasformazione tecnologica e digitale, l’arrivo dell’intelligenza artificiale, e nemmeno la paralisi produttiva globale creata dalla pandemia e dalla follia bellica. E cosa dire della spesa pubblica che Milton ha sempre odiato come male non necessario e che adesso sembra essere l’unico argine all’inflazione? E della transizione energetica che oggi è cronaca e non più dibattito?

Essendo una persona straordinariamente intelligente, avrebbe reagito con meno ruvidezza del solito. E avrebbe potuto persino dire che una sua frase molto iconica – «Gli affari hanno una e sola responsabilità sociale, quella di utilizzare le proprie risorse e svolgere attività destinate ad aumentare i profitti» – sarebbe oggi una enorme sciocchezza.

L’economia circolare è la risposta giusta per accelerare il processo di transizione. Problema risolto? La buona notizia è che la rivoluzione la sappiamo fare, la cattiva notizia è che non la stiamo ancora facendo. Non ne sentiamo il bisogno.

Ellen MacArthur era una giovane velista inglese quando da sola, in mezzo al mare, cambiò il nostro modo di vedere e pensare l’economia globale. Capì il significato reale della parola «bisogno». Nel 2005 aveva 28 anni e aveva battuto il record dei suoi sogni da bambina. Nessuno come lei era stato così veloce a circumnavigare il pianeta in barca su un trimarano: 71 giorni, 14 ore, 18 minuti e 33 secondi. In quelle 71 notti di sonno a intermittenza – i velisti dormono svegliandosi continuamente per vedere se è tutto in ordine – aveva capito che tutte le risorse di cui aveva bisogno erano su quella barca, e che per questo doveva usarle con attenzione, cura e consapevolezza. Non ne aveva altre. Neanche il nostro pianeta era infinito, in fondo era come la stiva della sua barca, solo un po’ più grande. La fondazione che oggi porta il suo nome finanzia centinaia di progetti e parla ai governi e alle aziende di tutto il mondo della rivoluzione gentile dell’economia circolare, capace di rigenerarsi da sola, dove esistono crescita e sviluppo solo se produciamo meglio, con più energia rinnovabile possibile, se consumiamo meno e se recuperiamo materia senza buttarla perché esistono solo risorse da impiegare in maniera diversa.

L’economia circolare è musica, ritmo, blues, note che ripetono e rigenerano all’infinito la stessa armonia per esorcizzare con il ritmo del diavolo concetti come rinascita, metamorfosi, rigenerazione, creazione del valore.

Fare di più e meglio
Usando meno materia
E meno energia
Fare di più e meglio
Rigenerando gli scarti
Con più energie rinnovabili


Lo ripetiamo all’infinito e mentre lo facciamo ci rendiamo conto che funziona. Mentre il tradizionale modello economico lineare è fondato sullo schema «estrarre, produrre, utilizzare e gettare», l’economia circolare punta a una produzione e a un consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile.
Questo è il blues.

Parlare di economia circolare significa parlare di tutto. Riguarda la produzione di beni e servizi, il lavoro, la formazione, il benessere, la produzione di energia, la rigenerazione dei suoli, il modo in cui usiamo le cose, la progettazione degli oggetti, l’abitare, il packaging con cui proteggiamo quello che compriamo, la produzione del cibo, la moda, il diritto al riuso e alla riparazione, la condivisione, perché non è più così importante possedere le cose, ma poterle usare. Secondo il Circularity Gap Report pubblicato da Circle Economy in collaborazione con Deloitte, il tasso di circolarità globale è diminuito dal 9,1% nel 2018 al 7,2% nel 2023. Sarebbe sufficiente raddoppiare questo dato per abbattere le emissioni globali di CO2 e fermare così il riscaldamento globale. Servono politiche adeguate, riforme finanziarie e formazione alla circolarità.

Ma soprattutto servono buoni esempi come quelli raccontati in questo libro. E gli esempi sono importanti. Faccio due mestieri diversi ma confinanti, il giornalista e il comunicatore. A unirli l’obiettivo della sostenibilità e il paradigma dell’economia circolare. La chiamiamo Economia delle Relazioni. Una specie di sintesi che instaura una relazione sempre più stretta e profonda tra la produzione di beni e servizi e la loro capacità di generare narrazione, condivisione, comunità, coesione e valore. Pubblichiamo torte, numeri, sintesi di processi, simbologie logiche e talvolta allegoriche. E lì ci fermiamo. La verità è che l’Economia Circolare è difficile da rappresentare, quasi impossibile da rendere visione e non ha un linguaggio a cui ispirarsi. Al massimo cerca di farsi capire.

Non esiste ancora nel nostro immaginario e per questo non guida ancora le nostre scelte, individuali e collettive. Come lo racconti qualcosa che non esiste? In comunicazione si parla di significati e di significanti. Tutto è qualcosa e al tempo stesso qualcos’altro che spesso non riusciamo a vedere perché non riusciamo a immaginarlo.
Per questo i buoni esempi sono necessari.

«Le storie esistono solo se le sai raccontare», mi è capitato di scrivere una volta. L’economia circolare è la storia più bella che oggi dobbiamo e possiamo raccontare se vogliamo farla esistere sul serio. Come i capitoli di questo libro.
 
La transizione delle imprese verso l’economia circolare. Buone pratiche e fattori abilitanti, a cura di Andrea Urbinati, Università Cattaneo Libri, Guerini Next.La transizione delle imprese verso l’economia circolare. Buone pratiche e fattori abilitanti, a cura di Andrea Urbinati, Università Cattaneo Libri, Guerini Next.