In un mondo che consuma risorse quasi due volte più velocemente di quanto la Terra riesca a rigenerarle, il modo in cui produciamo e usiamo i materiali è diventato un indicatore di tenuta economica, non solo ambientale. Secondo l’International Resource Panel dell’UNEP, l’estrazione e la trasformazione delle risorse sono responsabili di oltre il 50% delle emissioni globali e di più del 90% della perdita di biodiversità.
L’Italia, pur con limiti strutturali legati alla dipendenza dalle importazioni, si distingue per efficienza: secondo il Rapporto sull’economia circolare CEN–ENEA, il Paese è secondo in Europa dopo i Paesi Bassi e primo tra le grandi economie per livello di circolarità. Ogni chilogrammo di materiale consumato genera 4,3 euro di PIL, contro una media europea di 2,7 euro, e il tasso di utilizzo circolare dei materiali è del 20,8%, quasi il doppio della media UE (11,8%).
Ma i segnali non sono tutti positivi. Gli investimenti privati in attività circolari ammontano a 10,2 miliardi di euro, pari allo 0,5% del PIL, in calo del 22% rispetto al 2019, e gli addetti nei settori del riciclo, riuso, riparazione e leasing sono circa 508.000, in diminuzione del 7%. Un trend che suggerisce la necessità di spostare la transizione “a monte”: verso la progettazione dei prodotti, la simbiosi industriale e il mercato delle materie seconde.
L’Europa impone obiettivi vincolanti: entro il 2025 il 65% degli imballaggi dovrà essere riciclato, con target del 50% per la plastica e 70% per il vetro. Ma centrare i numeri non basta: il punto è costruire un sistema industriale capace di prevenire i rifiuti, progettando beni riparabili, modulari, tracciabili.
Se la circolarità terrestre misura la solidità dei sistemi produttivi, il mare ne rappresenta oggi l’estensione naturale. La Blue Economy europea impiega 4,8 milioni di persone, genera 890 miliardi di euro di fatturato e 250 miliardi di valore aggiunto lordo. In Italia, i dati di Unioncamere–OsserMare–Tagliacarne parlano chiaro: 232.841 imprese, oltre 1,08 milioni di addetti, 76,6 miliardi di valore aggiunto diretto e 216,7 miliardi considerando l’indotto, pari a più dell’11% del PIL nazionale.
La frontiera è quella della Blue Circular Economy: integrare i principi della circolarità nelle filiere marittime e costiere. Dal recupero dei materiali metallici delle infrastrutture offshore al riutilizzo degli scarti biologici marini per produrre bioplastiche e biocarburanti; dalla cantieristica modulare al design per lo smontaggio, fino ai porti verdi che uniscono logistica, energia e riciclo. È una prospettiva concreta, già sostenuta dai piani europei sull’eolico offshore e dalle misure industriali del Green Deal.
Il nodo resta la finanza. Il World Economic Forum stima che la Blue Economy globale possa superare i 3.200 miliardi di dollari entro il 2030, ma la mancanza di strumenti adeguati e la percezione di rischio frenano gli investimenti. Per un Paese costiero come l’Italia, dove ogni euro generato dal mare ne attiva quasi tre nel resto dell’economia, costruire un ecosistema finanziario stabile – fatto di blue bond, garanzie pubbliche e strumenti di blended finance – è la chiave per trasformare il potenziale in crescita reale.
La rotta è tracciata: spostare la competitività circolare verso l’innovazione e il design, accelerare i progetti “blu” nelle aree portuali e costiere, consolidare standard e meccanismi finanziari per la transizione. Economia circolare e Blue Economy non sono più percorsi paralleli ma parti di un’unica traiettoria: quella di un’economia capace non solo di ridurre gli sprechi, ma di rigenerare valore, territorio e futuro.