Collegare il fotovoltaico all’idroelettrico
Quanto vale l’ibridazione? Secondo l'analisi
del think tank Ember gli impianti idroelettrici europei idonei all'ibridazione utilizzano in media appena il 19% della loro capacità, un fattore di carico bassissimo, che lascia enormi margini liberi.
Aggiungendo il fotovoltaico, l'uso di quella connessione sale in media al 31%; se a questa aggiungiamo anche l’eolico, si arriva al 36%.
I vantaggi per il sistema Paese, sono notevoli. Energia pulita in più senza attendere che la rete venga potenziata. Nessun nuovo consumo di suolo, soprattutto quando il fotovoltaico è galleggiante e viene installato direttamente sullo specchio d'acqua di un bacino, come nell'impianto di Lazer in Francia, dove cinquantamila pannelli sono stati posati sull'invaso di una diga esistente.
L'Italia, in piccolo, ci sta già provando. In Piemonte il Gruppo Enel ha "solarizzato" due centrali idroelettriche. Una sta a Venaus, in Val di Susa, con un impianto fotovoltaico galleggiante sul bacino di servizio, cresciuto da 1 a 2 megawatt tra il 2023 e il 2024, che alimenta anche un sistema per rimuovere i sedimenti dal fondale senza dover svuotare l'invaso. L’altra centrale, a Narzole, nelle Langhe, contiene moduli fotovoltaici stesi a coprire i canali di una centrale attiva dal 1946.
Sono progetti dimostrativi, di taglia piccolissima rispetto ai numeri di cui parla Ember, qualche megawatt contro i gigawatt del potenziale, e in parte servono i bisogni dell'impianto stesso più che l'immissione di grandi volumi in rete.
Ma l’ibridazione di cui parla il rapporto Ember va oltre la solarizzazione dell’idroelettrico. Si parla di
mettere in collegamento centrali diverse, anche a distanze notevoli, ma utilizzando un accesso unico, che è il modo per non dover ampliare la rete.
Come funziona l’ibridazione
Da qui al 2030 esiste un deficit di oltre 120 gigawatt tra la capacità della rete elettrica e la crescita di rinnovabili attesa: molti impianti pronti restano bloccati in coda, in attesa di un allacciamento che la rete non riesce a concedere.
Di fronte a questo ingorgo ci sono due strade. La prima, la più ovvia, è costruire nuova rete: necessaria, ma lenta e costosissima, con tempi che si misurano in anni se non in decenni.
La seconda è usare meglio quella che già esiste, spremere i cavi, per dirla senza giri di parole.
Ed è qui che l'ibridazione mostra il suo valore: Ember calcola che, agganciando eolico e solare dietro il contatore delle centrali idroelettriche di Austria, Bulgaria, Francia, Italia, Portogallo, Romania e Spagna, si potrebbero integrare 25 gigawatt di nuove rinnovabili senza toccare la rete. Il 18% di tutta la nuova capacità attesa al 2030, senza un metro di linea in più.
L'Italia, in questo quadro, è la protagonista. È infatti il Paese con il potenziale assoluto più alto dei sette paesi: con l’ibridazione può produrre 7 gigawatt, davanti ad Austria e Francia. Il 41% del nostro parco idroelettrico è giudicato idoneo all'ibridazione, un valore che condividiamo con l'Austria, in cima alla classifica..
Quanto vale, in denaro, tutto questo? Una stima prudente sette gigawatt di fotovoltaico producono in Italia, a seconda della latitudine, tra 8 e 11 terawattora l'anno; al prezzo medio all'ingrosso del 2025, circa 116 euro a megawattora, significa un valore di mercato dell'ordine di un miliardo di euro l'anno, che si ripeterebbe per i venticinque o trent'anni di vita degli impianti (al netto del costo di costruzione degli impianti e l'effetto di autodepressione del prezzo che il fotovoltaico esercita nelle ore in cui produce).
Ma il vantaggio dell'ibridazione è semmai un altro:
i costi di rete che si evitano, un allacciamento riusato anziché costruito, che secondo gli operatori del settore può dimezzare la spesa di connessione e gli anni di anticipo con cui i progetti entrano in funzione, invece di restare in coda. Denaro che non si spende in nuove infrastrutture e che non finisce nelle bollette di tutti.