Economia circolare, istruzioni per l’uso. Il Paese reale nelle buone pratiche ICESP

di Paolo Marcesini

09/04/2026

Economia circolare, istruzioni per l’uso. Il Paese reale nelle buone pratiche ICESP
C’è un dato, più di altri, che racconta lo stato reale della transizione circolare in Italia: non le strategie, non i piani, ma le pratiche. Duecentocinquantatré, per la precisione. Tante sono le “buone pratiche” raccolte e analizzate nel Rapporto della Piattaforma italiana per l’economia circolare ICESP, presentato a Roma nel marzo 2026. Non si tratta semplicemente di un censimento, ma di una fotografia viva e dinamica di un Paese che, spesso lontano dai riflettori, sta già sperimentando modelli produttivi e sociali capaci di ridurre gli impatti ambientali, ottimizzare l’uso delle risorse e generare valore.

Il punto di partenza è proprio questo: la concretezza. In un contesto in cui l’economia circolare rischia talvolta di restare confinata nella dimensione narrativa o normativa, il lavoro di ICESP ribalta la prospettiva e mette al centro ciò che funziona. Le buone pratiche non sono esempi isolati o casi di eccellenza difficilmente replicabili, ma tasselli di un mosaico più ampio che mostra come la circolarità possa diventare sistema. Non a caso, il Rapporto si propone come uno strumento operativo oltre che conoscitivo, capace di individuare modelli replicabili e favorire il dialogo tra imprese, istituzioni, ricerca e società civile.

È su questo punto che si innesta la riflessione di Roberto Morabito, Presidente di ICESP, che offre una chiave di lettura particolarmente efficace del lavoro svolto. Le buone pratiche, ha sottolineato, sono fondamentali per comprendere come i principi dell’economia circolare possano tradursi in soluzioni concrete, superando la dimensione teorica e diventando leve reali di cambiamento nei processi produttivi e nei territori. Non solo: il Rapporto, ha evidenziato, consente di analizzare queste esperienze secondo molteplici dimensioni – dai settori ai cicli di vita, dalle tipologie di organizzazione alla distribuzione geografica – trasformandosi così in uno strumento capace di individuare modelli replicabili e rafforzare il dialogo tra imprese, istituzioni, ricerca e società civile. In altre parole, non una fotografia statica, ma una piattaforma dinamica di conoscenza condivisa.

Entrando nel merito dei dati, emerge una distribuzione che racconta molto delle traiettorie industriali del Paese. I settori più rappresentati sono l’agroalimentare, il tessile e l’edilizia: ambiti tradizionali dell’economia italiana che oggi si stanno riconfigurando alla luce delle sfide ambientali. È significativo che la maggior parte delle pratiche si concentri nelle fasi della produzione e della gestione dei rifiuti, cioè laddove si generano i maggiori impatti ma anche le opportunità più rilevanti di miglioramento in termini di efficienza delle risorse.

Ma sono soprattutto i casi concreti a dare spessore a questa trasformazione. Nel settore agroalimentare, ad esempio, si stanno diffondendo modelli che trasformano gli scarti in nuove risorse: sottoprodotti agricoli che diventano ingredienti per l’industria nutraceutica, oppure residui della lavorazione alimentare riutilizzati per produrre energia o fertilizzanti naturali. In alcune filiere vitivinicole, le vinacce e i raspi vengono valorizzati per estrarre composti ad alto valore aggiunto, dimostrando come anche le tradizioni più radicate possano essere reinterpretate in chiave circolare.

Nel tessile, uno dei comparti più critici in termini ambientali, emergono esperienze particolarmente significative. Alcune imprese stanno sviluppando tecnologie per il riciclo delle fibre miste, uno dei nodi più complessi del settore, mentre altre stanno investendo in modelli di produzione basati sul riuso e sulla rigenerazione dei capi. Non si tratta solo di recuperare materiali, ma di ripensare l’intero ciclo di vita del prodotto, dalla progettazione alla distribuzione, fino al fine vita. In questo senso, la circolarità diventa un principio guida che attraversa tutta la filiera.

Anche nell’edilizia si moltiplicano le esperienze innovative. Dalla demolizione selettiva al recupero dei materiali, fino all’utilizzo di componenti modulari e riciclabili, il settore sta evolvendo verso modelli che riducono drasticamente il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. Alcuni progetti sperimentano l’uso di materiali derivati da scarti industriali, come aggregati riciclati o biocompositi, aprendo nuove prospettive per un’edilizia più sostenibile.

Accanto ai casi concreti, il Rapporto ICESP consente di individuare alcune tendenze trasversali che stanno ridefinendo il panorama dell’economia circolare in Italia. La prima riguarda la crescente integrazione tra digitale e circolarità. Tecnologie come la tracciabilità digitale dei materiali, le piattaforme per la condivisione delle risorse e i sistemi di monitoraggio dei flussi stanno diventando strumenti fondamentali per abilitare modelli circolari su larga scala. La digitalizzazione, in questo senso, non è solo un fattore abilitante, ma un vero e proprio acceleratore.

Una seconda tendenza è rappresentata dalla convergenza tra economia circolare e bioeconomia. Sempre più pratiche si basano sulla valorizzazione delle biomasse e sull’utilizzo di processi biotecnologici per trasformare scarti in nuovi prodotti. Questo approccio non solo riduce la dipendenza da risorse fossili, ma apre anche nuove opportunità industriali, in particolare per le aree rurali e per le filiere agricole.

Un terzo elemento riguarda l’emergere di modelli collaborativi. Molte delle buone pratiche analizzate si fondano su partnership tra imprese, enti di ricerca, amministrazioni pubbliche e organizzazioni della società civile. La circolarità, infatti, difficilmente può essere realizzata da un singolo attore: richiede ecosistemi, reti, capacità di cooperazione. In questo senso, ICESP svolge un ruolo cruciale come piattaforma di connessione e scambio.

Infine, si osserva una crescente attenzione alla misurazione degli impatti. Sempre più progetti integrano strumenti per valutare i benefici ambientali, economici e sociali delle soluzioni adottate, contribuendo a rendere la circolarità non solo un principio, ma una pratica verificabile e comparabile. Questo aspetto è fondamentale per attrarre investimenti e per orientare le politiche pubbliche.

In questo quadro, il ruolo delle imprese appare centrale. Sono loro, nella maggior parte dei casi, a guidare l’innovazione e a sperimentare nuove soluzioni. Ma è altrettanto evidente che senza un contesto favorevole – fatto di politiche coerenti, incentivi adeguati e infrastrutture efficienti – queste esperienze rischiano di rimanere isolate. Il Rapporto ICESP, proprio per questo, non si limita a raccontare ciò che esiste, ma indica anche le condizioni necessarie per scalare e diffondere le buone pratiche.

Ciò che emerge, in definitiva, è un’Italia in movimento. Un Paese che, pur tra difficoltà e ritardi, sta costruendo dal basso una transizione circolare fatta di esperienze concrete, innovazioni diffuse e nuove forme di collaborazione. Le buone pratiche non sono solo esempi virtuosi, ma segnali di una trasformazione più profonda, che riguarda il modo stesso di produrre, consumare e vivere.

La sfida, ora, è fare in modo che queste esperienze non restino episodi isolati, ma diventino la norma. Perché la circolarità, come dimostra il lavoro di ICESP, non è un’utopia: è già realtà. E può diventare sistema.