Secondo l'ultimo rapporto della Banca Europea per gli Investimenti, l'Europa deve investire 82 miliardi di euro in più ogni anno per centrare i propri obiettivi di economia circolare al 2030. Il gap complessivo da colmare entro il 2040 supera i 1.200 miliardi. Il problema principale non è il riciclo — già abbastanza finanziato — ma la progettazione dei prodotti: pensarli fin dall'inizio per essere riparati, riusati, smontati. I settori più in ritardo sono costruzioni, automotive, tessile ed elettronica. L'Italia eccelle nelle performance di circolarità ma ha tagliato gli investimenti del 22% rispetto al 2019.
L'Europa ha fissato obiettivi ambiziosi sull'economia circolare — raddoppiare il tasso di circolarità dall'11,8% al 24% entro il 2030 — ma i conti non tornano. L'ultimo rapporto della Banca Europea per gli Investimenti lo dice con una chiarezza che lascia poco spazio all'ottimismo: tra il 2025 e il 2040 il continente deve colmare un gap di risorse pari a 1.229 miliardi di euro, con un fabbisogno aggiuntivo di circa 82 miliardi l'anno rispetto ai livelli attuali. In termini percentuali, significa un incremento del 68% degli investimenti annuali rispetto a quanto viene fatto oggi. Non è una cifra astratta. È la distanza tra dove siamo e dove dobbiamo arrivare, tradotta in denaro.
Negli ultimi dieci anni il settore ha fatto passi avanti concreti. Gli investimenti europei nella circular economy sono cresciuti da circa 70-80 miliardi nel 2015 agli attuali 120 miliardi annui. Un raddoppio in un decennio, trainato quasi interamente dal capitale privato, che copre oltre il 90% del totale. Il pubblico — tra fondi europei, budget nazionali e BEI stessa — pesa per il restante 7-8%, con i fondi UE che incidono per appena l'1% del bilancio comunitario. Il finanziamento pubblico è in leggera crescita, passando da 1,4 a 3,2 miliardi tra i periodi di programmazione 2014-20 e 2021-27, ma è un ritmo che non regge il confronto con la scala del problema. E le prospettive per il prossimo bilancio UE 2028-34 non fanno prevedere risorse aggiuntive significative a fondo perduto.
Il punto, però, non è solo quanto si investe. È dove si investe — e dove invece mancano risorse strutturali. Il gap da 1.229 miliardi si divide quasi equamente tra settori chiave (51%) e attività trasversali (49%), ma la lettura più interessante è quella che guarda alle fasi del ciclo di vita dei prodotti. La BEI individua due punti critici: l'inizio e la fine del percorso. La progettazione circolare assorbe da sola il 34% del fabbisogno. Significa che il principale deficit non sta nel riciclo — su cui si è concentrata la maggior parte degli sforzi e delle normative degli ultimi anni — ma a monte, nella fase in cui i prodotti vengono pensati e progettati. Durabilità, riparabilità, uso di materiali secondari, ecodesign: sono leve decisive che oggi restano largamente sottoinvestite. La fase di fine vita — tra riuso e riciclo — pesa invece per il 27% del gap. Le infrastrutture di raccolta e trattamento dei rifiuti restano insufficienti rispetto ai volumi in gioco, soprattutto in alcune aree geografiche e in alcuni comparti industriali.
Il messaggio della BEI è netto: non basta più ottimizzare il riciclo a valle. Bisogna ripensare i prodotti a monte. Strumenti come il passaporto digitale del prodotto — uno degli asset normativi centrali del Circular Economy Act atteso nel 2026 — diventano leve decisive per mantenere il valore lungo tutta la catena e ridurre la dipendenza dalle materie prime vergini.
Sul piano settoriale il report BEI mappa con precisione le priorità. Le costruzioni guidano la classifica con un gap di circa 18 miliardi l'anno, riflesso di un settore ad alta intensità materiale storicamente resistente ai modelli circolari ma centrale nella transizione. Batterie e veicoli seguono con circa 10 miliardi annui, legati alla gestione dei materiali critici e alla diffusione di modelli circolari lungo tutta la filiera elettrica e automotive. Più contenuti ma rilevanti i fabbisogni negli altri comparti: circa 6 miliardi per il tessile, 5 miliardi per elettronica e ICT, 2 miliardi per le plastiche e 1 miliardo per il sistema alimentare e delle risorse idriche. Una distribuzione che racconta la complessità della transizione: non c'è un solo settore su cui concentrarsi, ma una pluralità di filiere che devono muoversi in parallelo, con tempi e modelli diversi.
Dietro il gap finanziario ci sono barriere strutturali che la BEI descrive con precisione. I mercati per le materie prime seconde sono ancora immaturi, con prezzi delle risorse vergini spesso più competitivi rispetto ai materiali riciclati. L'incertezza normativa scoraggia gli investimenti di lungo periodo. Le difficoltà di accesso ai finanziamenti colpiscono in modo sproporzionato le PMI, che rappresentano la spina dorsale della filiera circolare europea ma raramente hanno la struttura finanziaria per accedere a strumenti di debito o equity dedicati. Il rischio evidenziato dalla BEI è quello degli interventi isolati: azioni frammentate lungo la filiera che non riescono a generare un vero cambiamento sistemico. La transizione circolare funziona solo se le fasi di design, produzione, consumo e fine vita sono coordinate, non ottimizzate singolarmente.
Nel quadro europeo, l'Italia occupa una posizione contraddittoria. Il nostro Paese si conferma tra i primi in Europa per performance di circolarità, in particolare su produttività delle risorse, riciclo dei rifiuti e tasso di utilizzo circolare dei materiali. Ma sul fronte degli investimenti privati il quadro è preoccupante: nel 2023 gli investimenti italiani nelle attività tipiche dell'economia circolare sono stati 10,2 miliardi, pari allo 0,5% del PIL, con un calo del 22% rispetto al 2019. Prima in Europa per risultati, in controtendenza per investimenti. Un paradosso che rischia di erodere nel tempo il vantaggio competitivo accumulato.
Il 2026 è un anno chiave. Il Circular Economy Act della Commissione europea, atteso nelle prossime settimane, ridisegnerà il quadro normativo su ecodesign, passaporto digitale del prodotto e mercato delle materie prime seconde, puntando ad accelerare la transizione verso il target del 24% di materiali circolari fissato dal Clean Industrial Deal. Parallelamente, oggi 14 maggio a Roma il Circular Economy Network presenta il Rapporto sull'Economia Circolare in Italia 2026, con un focus specifico su materie prime critiche, gestione delle risorse idriche e ruolo delle città nella transizione. I numeri della BEI fissano però il perimetro entro cui si gioca la partita: 82 miliardi di euro l'anno in più, per quindici anni, distribuiti lungo tutta la filiera — dal tavolo del progettista all'impianto di riciclo. Non è un obiettivo raggiungibile con le politiche attuali. Richiede un cambio di scala degli strumenti finanziari europei, nuove garanzie pubbliche per attrarre capitale privato, e soprattutto una normativa stabile che riduca il rischio per chi investe nel lungo periodo.