Economia circolare, mitigazione e adattamento

di Paolo Marcesini

14/09/2026

Economia circolare, mitigazione e adattamento
Abbiamo avuto paura. Molte persone durate questa torrida estate non si sono più sentite al sicuro. La crisi climatica ci ha abituati a pensare in termini di emergenza. Emergenza energetica, emergenza idrica, emergenza alimentare, emergenza climatica. Ma ci sono parole che descrivono meglio di altre ciò che sta accadendo. Sto parlando di vulnerabilità, insicurezza, malessere. Non siamo soltanto di fronte a un pianeta che si riscalda. Siamo di fronte a sistemi economici e sociali costruiti su un consumo crescente di energia, materie prime, suolo e acqua e quindi sempre più esposti agli effetti disastrosi che il cambiamento climatico produce sulla nostra vita quotidiana.

Si parla molto del rapporto tra mitigazione e adattamento. Sono due strategie diverse. La mitigazione interviene sulle cause del cambiamento climatico e punta a ridurre le emissioni di gas serra. L’adattamento interviene sulle conseguenze e cerca di rendere territori, infrastrutture, imprese e comunità capaci di funzionare in condizioni climatiche diverse da quelle sulle quali sono stati progettati. Semplice da dire, difficilissimo da fare. Per molto tempo abbiamo immaginato queste due politiche come due binari paralleli. Da una parte la decarbonizzazione dell’energia, dall’altra la difesa del territorio, la gestione dell’acqua, la progettazione urbana, le infrastrutture contro il rischio idrogeologico. Oggi questa separazione appare sempre meno convincente. La mitigazione avrebbe risolto tutti i problemi, l’adattabilità ci avrebbe accompagnato durante la transizione. Tutto questo non è sufficiente, siamo in ritardo, il clima non aspetta.

C’è però una terza dimensione che può accelerare la ricerca dell’equilibrio necessario alla nostra sopravvivenza. Sto parlando dell’economia circolare. Non perché la circolarità possa sostituire la decarbonizzazione o risolvere da sola la crisi climatica, ma perché interviene e risponde a una domanda fondamentale: quante risorse servono davvero per far funzionare la nostra economia e che cosa succede a quelle risorse dopo che le abbiamo estratte, trasformate, utilizzate e scartate?

Il clima non è soltanto una questione energetica

Il cuore della transizione climatica resta la riduzione delle emissioni. Ma sarebbe riduttivo pensare che queste dipendano soltanto da come produciamo energia. La produzione di materiali, la costruzione degli edifici, la manifattura, l’agricoltura, l’alimentazione e la gestione dei beni lungo il loro ciclo di vita generano una parte consistente delle emissioni globali. Una stima molto citata dalla Ellen MacArthur Foundation attribuisce alla produzione e all'uso di materiali, prodotti e cibo e alla gestione del territorio circa il 45% delle emissioni globali. È una cifra difficilmente verificabile nel dettaglio, ma che indica con chiarezza come non possiamo affrontare la crisi climatica intervenendo soltanto sull’energia. Dobbiamo intervenire sulla materia.

Mantenere un prodotto in funzione più a lungo significa evitare, almeno in parte, la produzione di un nuovo prodotto. Riparare un componente significa evitare che un intero bene diventi rifiuto. Rigenerare una macchina significa conservare valore industriale e materiale che altrimenti andrebbe perso. Utilizzare materie prime seconde significa ridurre, quando il bilancio ambientale lo rende conveniente, la necessità di estrarre e trasformare nuove risorse.

E soprattutto progettare in modo diverso significa cambiare in meglio il paradigma della progettazione. Un prodotto pensato per essere smontato, aggiornato, riparato e riciclato ha un destino diverso da un prodotto progettato per una vita breve e per una sostituzione integrale. L’economia circolare inizia dal valore delle idee, non dalla gestione del rifiuto. Il riciclo è fondamentale, ma arriva alla fine del percorso. Se un prodotto viene progettato male, dura poco, non può essere riparato e deve essere completamente distrutto per recuperare una parte dei suoi materiali, abbiamo già perso una quota importante del suo valore economico e ambientale. La gerarchia della circolarità è quindi più complessa. Prima vengono durata, manutenzione, riuso, riparazione, rigenerazione e riqualificazione; il riciclo interviene quando il mantenimento del prodotto o del componente in uso non è più possibile o conveniente. Anche il contributo climatico della circolarità deve essere letto con questo grado di precisione. La ricerca dell’Agenzia europea dell’ambiente mostra un potenziale significativo, ma anche una grande variabilità tra settori e interventi. Una revisione di oltre 130 studi ha rilevato una riduzione media stimata delle emissioni del 33% associata alle azioni di economia circolare, con valori molto diversi a seconda delle misure e dei comparti considerati. La qualità della progettazione, la durata dei prodotti, la logistica, la quantità di materiale recuperato, l’energia necessaria per il trattamento e la possibilità di sostituire effettivamente materia prima vergine sono tutte variabili che determinano il risultato.

Ma la partita non è soltanto la mitigazione

Se il rapporto tra circolarità e riduzione delle emissioni è ormai relativamente riconosciuto, quello con l’adattamento merita maggiore attenzione.

Perché un’economia circolare può essere anche un’economia più resiliente. Pensiamo alle materie prime. Un sistema industriale che dipende interamente da risorse estratte in pochi territori e trasportate attraverso catene logistiche molto lunghe è esposto non soltanto alle crisi geopolitiche, ma anche agli eventi climatici che possono colpire miniere, porti, infrastrutture e vie di comunicazione. Aumentare il recupero e la disponibilità di materie prime seconde non elimina questa dipendenza, ma può ridurla. La circolarità diventa così anche una strategia di sicurezza industriale.

C’è un esempio che rende ancora più evidente il legame tra mitigazione e adattamento: il suolo. Aumentare la sostanza organica del terreno significa accrescere la capacità del suolo di immagazzinare carbonio. È mitigazione. Ma un terreno ricco di sostanza organica ha anche una maggiore capacità di trattenere acqua, di resistere alla siccità e di assorbire le precipitazioni intense. È adattamento. La stessa pratica produce quindi due benefici climatici differenti.

Il compost prodotto dalla frazione organica raccolta separatamente può diventare un ammendante. Gli scarti agricoli possono tornare nel ciclo biologico. La materia organica può essere restituita al suolo invece di essere semplicemente trattata come un rifiuto.

La circolarità diventa una forma di infrastruttura naturale.

L’edilizia è il grande laboratorio della circolarità

Lo stesso principio vale per gli edifici. Il settore delle costruzioni è uno dei luoghi in cui la transizione circolare può produrre gli effetti più rilevanti perché concentra enormi quantità di materiali e capitale immobilizzato. Ogni edificio è una banca di materiali che custodisce cemento, acciaio, vetro, legno, laterizi, isolanti, componenti tecnici. Demolire significa distruggere una parte di quel capitale materiale. Recuperare, riutilizzare e progettare per lo smontaggio significa invece conservarlo. La prospettiva cambia completamente. Non si tratta più soltanto di trasformare i rifiuti da demolizione in aggregati riciclati. Si tratta di progettare edifici che possano essere modificati, riparati e, quando necessario, smontati senza perdere tutto il valore incorporato. È anche una questione di adattamento. Un edificio progettato in modo modulare e flessibile può essere trasformato più facilmente quando cambiano gli usi, le esigenze energetiche o le condizioni climatiche. La capacità di adattarsi diventa una caratteristica progettuale, non un intervento d’emergenza.

L’Unione europea sta progressivamente portando questi principi dentro la politica industriale e normativa, attraverso le misure sull’ecodesign, sui prodotti sostenibili, sui rifiuti da costruzione e sulla circolarità dei materiali. In Italia il PNRR ha destinato risorse ai cosiddetti progetti “faro” dell’economia circolare, sostenendo il rafforzamento delle infrastrutture di raccolta e trattamento in filiere come RAEE, carta e cartone, plastiche e tessili. È un passaggio necessario. Ma non sufficiente. Perché un impianto di riciclo funziona davvero soltanto se esistono prodotti progettati per essere riciclati, sistemi di raccolta efficienti, tecnologie adeguate e soprattutto un mercato disposto ad acquistare le materie prime seconde. Questa è la scommessa che potrebbe farci vincere la battaglia.

Prendiamo il tessile, dove la difficoltà della trasformazione è evidente. La possibilità tecnologica di recuperare fibre da abiti dismessi è cresciuta rapidamente, ma la strada verso una vera circolarità della moda è ancora lunga. La presenza di fibre miste, coloranti, finissaggi e contaminanti rende spesso complesso ottenere materiale riciclato di qualità equivalente a quello vergine. Il problema non è quindi soltanto costruire nuovi impianti. È ripensare il prodotto affinché possa essere recuperato.

La stessa questione riguarda l’elettronica, dove il valore contenuto in un dispositivo può essere molto superiore a quello che riusciamo effettivamente a recuperare alla fine della sua vita. Metalli critici, componenti e materiali strategici diventano sempre più importanti per la sicurezza industriale europea.

La circolarità è soprattutto una politica delle risorse. E in un mondo in cui il cambiamento climatico può rendere più fragile l’accesso a molte materie prime, questa dimensione diventa inseparabile dal concetto stesso di resilienza.

L’Italia parte da una posizione forte, ma non può fermarsi.

Nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali, cioè la quota di materiali riciclati reimmessi nell’economia rispetto al consumo complessivo di materiali, ha raggiunto il 21,6%, contro il 12,2% della media europea. È un risultato importante e conferma la forza di molte filiere industriali italiane legate al recupero e al riciclo. Il primato italiano nasce in larga parte dalla capacità industriale di recuperare materia e trasformarla in nuovi input produttivi. La sfida successiva è spostare la circolarità più a monte: nella progettazione, nella durata dei prodotti, nei modelli di servizio, nella riparazione e nella rigenerazione.

È qui che si misura la maturità di un’economia realmente circolare.

Il rapporto pubblicato da Banca europea per gli investimenti e Commissione europea nel 2026 stima un fabbisogno aggiuntivo di circa 82 miliardi di euro all’anno nel periodo 2025-2040 per sostenere la transizione europea verso l’economia circolare. Il dato non indica semplicemente quanto occorra spendere in nuovi impianti di riciclo. Il fabbisogno riguarda soprattutto le aree nelle quali il mercato non è ancora riuscito a sviluppare infrastrutture, tecnologie e modelli di business sufficienti.

È un problema industriale prima ancora che ambientale. Servono investimenti. Il bello è che sono investimenti sicuri anche se il beneficio ambientale è immediato, mentre il ritorno economico arriva più lentamente. Dobbiamo decidere di abbracciare questa nuova economia definendo standard, regole, mercati e domanda. Richiede imprese capaci di innovare, ma anche consumatori e amministrazioni pubbliche capaci di riconoscere il valore di ciò che è durevole, riparabile e rigenerato.

Il tema ci interroga sul valore stesso della crescita. L’economia lineare considera il consumo di materia come un indicatore implicito di sviluppo e il rifiuto come un costo inevitabile. Se, invece, riusciamo a misurare quanto valore economico riusciamo a ottenere da una stessa unità di materia, allora il bilancio cambia.

Mitigazione e adattamento, lo sappiamo, non sono la stessa cosa. La prima deve ridurre la quantità di gas serra che immettiamo nell’atmosfera. La seconda deve prepararci alle conseguenze di un cambiamento climatico che, anche nel migliore degli scenari, non possiamo più evitare completamente. Ma l’economia circolare ci insegna che possono e devono essere affrontate insieme. Ridurre l’uso di materie prime vergini significa diminuire le emissioni associate all’estrazione e alla produzione, ma anche ridurre la dipendenza da filiere globali vulnerabili. Prolungare la vita di un edificio significa evitare nuove emissioni incorporate nei materiali, ma anche conservare una struttura che può essere modificata e adattata. Restituire sostanza organica al suolo significa aumentare lo stoccaggio di carbonio e, contemporaneamente, migliorare la capacità del terreno di affrontare siccità e precipitazioni estreme. Recuperare materiali strategici significa ridurre la pressione sulle risorse naturali e rafforzare la sicurezza delle catene industriali. Perché il clima che stiamo costruendo dipende dalle emissioni che ancora produciamo. Ma la società che sarà in grado di vivere dentro quel clima dipenderà anche dalla quantità di risorse che avremo imparato a non sprecare.

La circolarità è la cerniera che unisce queste due sfide.