Il cuore della transizione climatica resta la riduzione delle emissioni. Ma sarebbe riduttivo pensare che queste dipendano soltanto da come produciamo energia. La produzione di materiali, la costruzione degli edifici, la manifattura, l’agricoltura, l’alimentazione e la gestione dei beni lungo il loro ciclo di vita generano una parte consistente delle emissioni globali. Una stima molto citata dalla Ellen MacArthur Foundation attribuisce alla produzione e all'uso di materiali, prodotti e cibo e alla gestione del territorio circa il 45% delle emissioni globali. È una cifra difficilmente verificabile nel dettaglio, ma che indica con chiarezza come non possiamo affrontare la crisi climatica intervenendo soltanto sull’energia. Dobbiamo intervenire sulla materia.
Mantenere un prodotto in funzione più a lungo significa evitare, almeno in parte, la produzione di un nuovo prodotto. Riparare un componente significa evitare che un intero bene diventi rifiuto. Rigenerare una macchina significa conservare valore industriale e materiale che altrimenti andrebbe perso. Utilizzare materie prime seconde significa ridurre, quando il bilancio ambientale lo rende conveniente, la necessità di estrarre e trasformare nuove risorse.
E soprattutto progettare in modo diverso significa cambiare in meglio il paradigma della progettazione. Un prodotto pensato per essere smontato, aggiornato, riparato e riciclato ha un destino diverso da un prodotto progettato per una vita breve e per una sostituzione integrale. L’economia circolare inizia dal valore delle idee, non dalla gestione del rifiuto. Il riciclo è fondamentale, ma arriva alla fine del percorso. Se un prodotto viene progettato male, dura poco, non può essere riparato e deve essere completamente distrutto per recuperare una parte dei suoi materiali, abbiamo già perso una quota importante del suo valore economico e ambientale. La gerarchia della circolarità è quindi più complessa. Prima vengono durata, manutenzione, riuso, riparazione, rigenerazione e riqualificazione; il riciclo interviene quando il mantenimento del prodotto o del componente in uso non è più possibile o conveniente. Anche il contributo climatico della circolarità deve essere letto con questo grado di precisione. La ricerca dell’Agenzia europea dell’ambiente mostra un potenziale significativo, ma anche una grande variabilità tra settori e interventi. Una revisione di oltre 130 studi ha rilevato una riduzione media stimata delle emissioni del 33% associata alle azioni di economia circolare, con valori molto diversi a seconda delle misure e dei comparti considerati. La qualità della progettazione, la durata dei prodotti, la logistica, la quantità di materiale recuperato, l’energia necessaria per il trattamento e la possibilità di sostituire effettivamente materia prima vergine sono tutte variabili che determinano il risultato.