Economia circolare sì, ma certificata

di Daniele Di Stefano

11/10/2019

Se googlo ‘economia circolare’ ottengo oltre dodicimila risultati. Se provo in inglese, circular economy, quasi centoventi milioni. Bastano questi risultati a farci capire quanto il tema sia d’attualità e sulla bocca di tutti. Con relativi aspetti positivi - un paradigma cruciale per lo sviluppo sostenibile è al centro
delle conversazioni di persone comuni, giornalisti, imprese e decisori pubblici - ma anche negativi - la tentazione, per le imprese, del green washing.

Un antidoto a quelli negativi possono essere le certificazioni, che rendono oggettiva l'affermazione di circolarità di un prodotto.
"Italia circolare" ha già raccontato del nuovo comitato ISO (ISO/TC 323) dedicato proprio all’economia circolare e nato, come spiega l’International Organization for Standardization, con l’obiettivo di “raggiungere una serie di principi e terminologia concordati a livello internazionale; delineare un quadro di cosa sia un'economia circolare; e sviluppare uno standard di sistema di gestione, oltre che lavorare su modelli e metodi di business alternativi per misurare e valutare la circolarità”. 

Claudio Perissinotti dell’UNI, uno dei membri della delegazione italiana presente al kickoff meeting dell'ISO/TC 323 di maggio scorso a Parigi, ci racconta che, ovviamente, il comitato non si occuperà solo dell’aspetto della materia, quello più immediatamente e comunemente legato all’economia circolare, ma anche di temi come la condivisione dei prodotti e la loro obsolescenza. 

“Per facilitare e velocizzare i lavori - spiega - sono stati creati 4 gruppi ad hoc”. Il primo dedicato a “definire i limiti del concetto di economia circolare (CE) e fornire un quadro generale e trasversale per tutti i progetti di norme CE”.
Il secondo, dedicato alla stesura di linee guida per l'implementazione e le applicazioni settoriali, “si concentrerà su argomenti specifici come i modelli di business e di cooperazione, la promozione del cambiamento dei comportamenti, l’orientamento per le piccole e medie imprese e i progetti CE nei parchi industriali”. 
Il terzo gruppo si occuperà invece degli strumenti: “valutazioni, indicatori, metriche, misurazione del grado di circolarità di prodotti e servizi, valutazione delle prestazioni dell'economia circolare”. 
Il quarto gruppo affronterà, infine, questioni legate all’approccio locale e territoriale per l'economia circolare e il fine della vita di prodotti e servizi. 

I gruppi si sono riuniti per la prima volta nel mese di settembre. Difficile sapere quando il nuovo standard ISO prenderà vita: “A maggio 2020 - aggiunge Perissinotti - dovranno essere pronti i New Work Item Proposal che spiegheranno i principali contenuti, gli indirizzi e gli obiettivi degli standard che si intenderà sviluppare”. La prossima riunione del comitato ISO è fissata per il giugno 2020 in Giappone. 

In attesa che arrivi questo nuovo standard, ci sono però altri strumenti che aiutano consumatori, imprese, pubblica amministrazione. “Ci sono svariate certificazioni che toccano i temi dell’economia circola, come i sistemi di gestione ambientale ISO 14001 ed Emas o le norme sull’energia: ne possiamo contare circa una ventina”, spiega Daniele D’amino di ACCREDIA, l'Ente italiano di accreditamento. 
Se però ci limitiamo all'aspetto materiale, abbiamo un riscontro oggettivo grazie ai Criteri ambientali minimi (CAM) previsti dal Ministero dell’Ambiente per gli acquisti verdi della pubblica amministrazione: “Nei CAM sono contemplate tre certificazioni per dimostrare il tasso di materia riciclata: ReMade in italy, Plastica seconda vita e le dichiarazioni ambientali di prodotto EPD , in cui oltre alle varie prestazioni c’è anche la percentuale di riciclato”. Se nelle certificazioni EPD il tasso di materia da riciclo è un’opzione, una possibilità (il tasso può essere anche zero), il riciclo è invece il cuore delle altre due certificazioni citate. 

ReMade in Italy misura il contenuto di circolarità di un materiale, un semilavorato o un prodotto finito”, spiega Simona Faccioli, direttrice dell’associazione che ha dato vita alla certificazione. Schema accreditato Accredia, la certificazione nasce nel 2014, quando ancora di economia circolare parlavano solo pochi tecnici, dopo una lunga gestazione avviata da un’iniziativa di CONAI, il Consorzio nazionale per il recupero e riciclo degli imballaggi. Attraverso una serie di disciplinari, questo standard descrive come un’azienda deve tracciare i materiali che compongono i propri prodotti affinché un ente terzo possa certificare la quota di materia de riciclo. La certificazione, che può essere applicata a tutti i prodotti ‘made in Italy’, indica appunto la percentuale di materia seconda sul totale della materia impiegata.
Oggi - aggiunge Faccioli - sono circa 400 i prodotti certificati ReMade in Italy: i settori più attivi sono quelli dei materiali per l'edilizia, le materie plastiche, gli imballaggi e poi il  legno arredo”.


La tracciabilità è uno dei capisaldi anche di Plastica seconda vita (PSV): creato da IPPR - Istituto per la promozione delle plastiche da riciclo, è il primo sistema di certificazione ambientale di prodotto in Italia e in Europa dedicata ai materiali ed ai manufatti ottenuti dal riciclo dei rifiuti plastici. Per ottenere la certificazione, anch'essa accreditata Accredia, è necessario che i materiali e i prodotti contengano almeno il 30% di plastica riciclata, per la quale l’azienda interessata deve dimostrare l’effettiva origine da riciclo. Le certificazioni PSV riguardano oggi soprattutto materiali plastici, poi impiegati per creare gli oggetti più diversi: dagli imballaggi ai cassonetti per la raccolta dei rifiuti ai prodotti per l’arredo urbano.

Se guardiamo oltre il mondo delle certificazioni accreditate (per le quali, dunque, Accredia garantisce affidabilità), va considerata anche Cradle to Cradle.
Cradle to Cradle o C2C (in inglese: dalla culla alla culla) è uno standard di certificazione del Cradle to Cradle Products Innovation Institute americano: nasce da una “circular design philosophy”, un approccio secondo il quale il mondo produttivo dovrebbe fare propri i modelli naturali, per arrivare ad “un'economia prospera in cui i materiali sicuri sono riciclati e fabbricati in modi che hanno un impatto positivo sulle persone e sul pianeta”. 

L’autorevolezza di questa certificazione è testimoniata dal fatto che l’Environmental Protection Agency (EPA) statunitense include la C2C nella sue “Recommendations of Specifications, Standards, and Ecolabels for Federal Purchasing”; oppure dal fatto che C2C concorre all’ottenimento di certificazioni internazionali per l’edilizia come LEED, BREEAM e WELL Building Standard.
In Italia non ci sono assessor autorizzati dal Cradle to Cradle Products Innovation Institute a svolgere le verifiche che portano alla certificazione. DENVA - Demetra Environmental Management, costola della cooperativa sociale che da 30 anni si occupa di ambiente a 360 gradi, oggi è partner di un assessor spagnolo e segue i produttori italiani interessati a C2C.

 “Cradle to Cradle - racconta Guido Scaccabarozzi di DENVA - è una certificazione di prodotto, una delle prime sull’economia circolare, che si basa su 5 categorie di indicatori: materiali riciclati, salubrità dei materiali, gestione delle acque, emissioni, e aspetti sociali. Si considera anche il fine vita, tenendo conto della percentuali di materiali riciclabili e compostabili”. Per i prodotti che si candidano alla C2C vengono analizzati i processi relativi a questi indicatori, non solo in azienda ma risalendo la filiera dei fornitori. I risultati vengono trasmessi all’istituto americano che li valuta e autorizza la certificazione, rilasciata in cinque livelli: basic, bronze, silver, gold e platinum.

 “La distinzione in livelli spinge le imprese a migliorare”, prosegue Scaccabarozzi: “tutto il processo di certificazione, in realtà, incentiva a studiare i processi produttivi, a scoprirne i punti deboli e a intervenire di conseguenza”. Oggi nel nostro Paese, dice ancora Scaccabarozzi, “ci sono grosso modo una ventina di certificazioni, soprattutto nei settori del building e dell’abbigliamento. Sono per lo più aziende che vendono negli Usa, ma pian piano l’interesse sta crescendo”. 

 
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