Chi di voi non ricorda il mitico Daitan* III, come lo pronunciavamo in Italia, il robot a energia solare che, subito dopo le due crisi petrolifere del ’73 e del ‘79, ci fece conoscere la potenza di un’energia futuristica catturata dal sole? Noi che, al tempo, conoscevamo solo la benzina della 127 di papà che veniva rifornita esclusivamente da volgari benzinai in salopette, col culo basso e la sigaretta costantemente in mano. Niente a che vedere con gli agili e statuari piloti dei samurai d’acciaio nipponici.
Il robot era enorme. Solo successivamente, grazie al cugino di un mio amico che comprava fumetti giapponesi, scoprii che misurava centoventi metri di altezza circa, quanto un palazzo di 40 piani e che pesava 800 tonnellate, cioè quanto due Boing 747 a pieno carico. Il pannello di ricarica era sulla fronte, rosso e lucente e aveva una superficie di circa otto metri quadri, la cucina di casa più o meno.
E grazie a quel portento tecnologico Haran Banjo, il pilota del mitico Daitan III, lo caricava a pallettoni solari in meno di dieci secondi e, con tutta quell’energia, ci bombardava il robot cattivo di turno che veniva distrutto senza appello. Un fungo atomico sullo sfondo ci rassicurava che giustizia era stata fatta e che potevamo gioire per l’ennesima vittoria.