Parlare di ambiente senza paralizzare chi ascolta è possibile, se si smette di puntare solo su numeri e si comincia a costruire narrazioni coinvolgenti (come insegna George Lakoff).
Quando sentite la parola “speech” abbinata a “sostenibilità”, vi spunta in automatico l’immagine di un tizio in giacca e cravatta (magari un po’ stropicciata) che proietta slide piene di grafici e percentuali incomprensibili, sbaglio?
Il tutto condito da un sottofondo sonoro che ricorda il ronzio di un frigorifero particolarmente depresso.
Vi capisco, ma circa vent’anni fa era perfino peggio!
Quando, nel lontano 2009, ho deciso che nei miei speech avrei parlato di cambiamenti climatici ed ecologia, la comunicazione ambientale dell’epoca era un tripudio di immagini catastrofiche, un continuo “Ricordati che devi morire!” (vi lascio immaginare i gesti apotropaici, ogni volta…), “Oddio, il riscaldamento globale ci devasterà!”
Ok, tutto vero, ma siamo sicuri che terrorizzare la gente sia il modo migliore per far passare un messaggio costruttivo?
Se vi dico che la vostra casa sta per essere invasa dalle cavallette giganti, la vostra prima reazione è forse quella di studiare un piano di bioedilizia acrobatica?
No, probabilmente la lucidità va a farsi benedire e cercate il lanciafiamme più vicino. Oppure fuggite via e cercate di non pensarci. Per poi finire col pagare l’affitto alle cavallette giganti!
Così, mi ritrovavo spesso a conferenze e convegni – quasi sempre per “addetti ai lavori” – dove eravamo sì e no quindici gatti (molto preparati, per carità!) a darci reciprocamente ragione, mentre il pubblico più ampio restava là fuori, a chiedersi se per caso stessimo parlando di una nuova serie TV distopica.
Erano eventi tecnicissimi, infarciti di dati noiosi come una lezione di algebra alle sette del mattino, e con quel costante sottotesto da “memento mori climatico“.
Il rischio, però, è che se continui a dire alla gente “Moriremo tutti, e pure a breve!”, quelli, giustamente, pensano: “Ah, ok. Visto che il destino è segnato, tanto vale godersela al massimo e consumare tutto il consumabile prima che scompaia da solo!”.
Non proprio l’obiettivo che ci si prefigge, vero?
Poi, un giorno, mentre nasceva mia figlia e io decidevo di scrivere il mio primo spettacolo sull’ambiente (si chiamava “Che BIO ce la mandi buona!”), mi è capitato tra le mani un articolo su Internazionale del 28 agosto 2009. Titolo: “Come parlare di ambiente“. Autore: un certo George Lakoff. “Linguista”, diceva la bio.
“Interessante”, ho pensato.
E quel pezzo mi ha aperto un mondo.
Lakoff diceva una cosa tanto semplice quanto rivoluzionaria: per parlare di ambiente in modo incisivo, dobbiamo smetterla di bombardare la gente solo con dati e statistiche (che spesso, pur essendo reali, non arrivano alla parte emozionale del nostro cervello perché troppo astratti) e iniziare a creare connessioni con i valori, le emozioni, le persone. Eureka!
Ma chi è ‘sto Lakoff e cosa sono ‘sti “frame”?
George Lakoff, per chi non lo conoscesse, è una specie di Yoda della linguistica cognitiva.
Uno che ha capito che le parole non sono solo suoni o segni su un foglio, ma potenti attivatori di “frame” mentali.
Cosa sono i frame?
Immaginateveli come degli occhiali invisibili che indossiamo e che filtrano la realtà, dandole un senso specifico. Sono strutture mentali fatte di idee, immagini, valori e associazioni che si accendono nel nostro cervello quando sentiamo una parola o un concetto.
Facciamo un esempio.
Se dico “tasse”, molti attivano il frame “perdita”, “punizione”, “Stato che mi frega i soldi”.
Se invece dico “investimento sociale”, magari si attiva il frame “cura per la comunità”, “futuro migliore”, “scelta collettiva”.
Parliamo della stessa cosa, ma le reazioni emotive sono agli antipodi!
Lakoff ci insegna che i fatti da soli non convincono se si scontrano con il frame mentale già attivo in una persona. È come tentare di dimagrire ingurgitando cibo spazzatura: puoi insistere quanto vuoi, ma non funzionerà.
Quindi, come usiamo ‘sti frame per parlare di ambiente senza far sbadigliare il pubblico?
Scegliere la cornice giusta, invece di “catastrofe globale” (che paralizza), perché non “opportunità di rinascita” (che motiva)? Invece di “carbon tax” (suona come una multa), perché non “dividendo climatico” o “investimento nella salute dei nostri figli”?
Non rafforzare le cornici dell’avversario, dire “il cambiamento climatico non è una bufala” è un autogol clamoroso, perché stai comunque nominando la “bufala” e le dai spazio. Meglio proporre una narrativa positiva: “La scienza ci guida verso un futuro sostenibile e più sano”.
Usare cornici morali, Lakoff parla del modello del “genitore premuroso”: cura, empatia, protezione collettiva. L’ambiente diventa un valore legato alla cura per la Terra, per gli altri, per chi verrà dopo di noi. “Siamo custodi della Terra per i nostri figli”. Suona meglio di “Dobbiamo ridurre le emissioni del X%”, no?
Raccontate storie, non solo numeri, le persone si muovono per emozioni e storie. “Salviamo le nostre comunità dalla siccità” è più potente di un arido grafico.
Parlate di identità e appartenenza, “noi proteggiamo ciò che amiamo”. Chi non vorrebbe far parte di questo “noi”?
Prendiamo una frase tecnica: “Entro il 2030 dobbiamo ridurre le emissioni di CO₂ del 55% rispetto ai livelli del 1990.” Fredda, astratta, un po’ ansiogena.
Trasformiamola alla Lakoff:
“Abbiamo l’opportunità di proteggere la salute dei nostri figli e delle nostre comunità, rendendo l’aria più pulita e creando un futuro più sicuro. Ridurre l’inquinamento oggi significa prenderci cura di chi amiamo domani.”
Sentite la differenza? È come passare da una tisana insapore a un tiramisù fatto dalla nonna!
La transizione ecologica? Va raccontata nel modo giusto! Se NON facciamo nulla, o continuiamo a comunicare la sostenibilità come se fosse l’elenco telefonico letto al contrario, il risultato è che le aziende la vedranno come l’ennesima seccatura burocratica, un costo, un freno. E i dipendenti come l’ora di punizione.
Il rischio è di devastare il pianeta e renderlo inabitabile. Come diceva l’economista Kenneth Boulding: «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo, oppure un economista».
E se il “libero mercato senza regole” continua a farci consumare il mondo come se fosse un buffet all-you-can-eat senza conseguenze, nel lungo termine sarà un casino per tutti. Perché, sorpresa sorpresa, nel mondo ci viviamo!
Se invece INIZIAMO a comunicare la sostenibilità come un’opportunità, un’innovazione, un modo per essere più fighi, più resilienti e, diciamocelo, anche più profittevoli nel lungo periodo?
Pensate che persino Larry Fink, il CEO di BlackRock (uno dei fondi d’investimento più grandi del pianeta, non proprio un gruppo di fricchettoni), nelle sue lettere annuali agli investitori parla ormai da tempo della necessità di una visione a lungo periodo, di come la sostenibilità influenzi i rendimenti e di come sia necessario investire in infrastrutture, tecnologia e futuro. Se lo dice lui, non proprio Greta Thunberg, forse un pensierino dovremmo farcelo tutti, no?
Raccontare la sostenibilità con leggerezza può attivare consapevolezza vera (ed è pure divertente)
Quindi, la prossima volta che pensate a uno speech sulla sostenibilità, non immaginatevi la solita via crucis di PowerPoint che induce al letargo farmacologico. No, no!
Immaginate piuttosto un momento “Eureka!” collettivo, un’esplosione di lampadine (a LED, ovviamente!) sopra le teste del vostro pubblico.
Un’occasione per scoprire che “verde” può davvero fare rima con “affascinante” (ok, con un po’ di licenza poetica, ma ci siamo capiti).
Vi assicuro che si può parlare di ambiente, di economia circolare, di impatto sociale facendo ridere e riflettere, attivando quei famosi “frame positivi” che fanno dire “Facciamolo!” invece di “Aiuto, scappo su Marte da Musk”.
Meglio iniziare a investire in conoscenza, consapevolezza e, perché no, in qualche sana, contagiosa risata. Che, come ben sapete, è l’energia più rinnovabile di tutte.