Inizia un viaggio (in tre puntate) alla scoperta del life cycle delle piattaforme petrolifere. Si stima che nel mondo ci siano tra le 7.000 e le 12.000 piattaforme offshore. Con il progressivo abbandono delle fonti fossili, molte di loro sono prossime alla dismissione. Con quali costi, quali conseguenze, quali opportunità?
Un quinto della produzione mondiale di petrolio viene dal mare. Per estrarlo vengono usate piattaforme di trivellazione offshore, cioè in mare aperto.
Le attività di perforazione in mare aperto ebbero inizio alla fine degli anni Trenta del Novecento nel Golfo del Messico. A partire dagli anni Cinquanta vennero installati i primi impianti offshore di concezione moderna che ebbero un vero e proprio boom nei Settanta. Negli anni Ottanta arrivano le tecnologie per l'estrazione in acque moderatamente profonde, mentre negli anni Novanta l'attenzione si sposta sui giacimenti di idrocarburi nei mari più profondi.
Si stima che nel mondo ci siano tra le 7.000 e le 12.000 piattaforme offshore: con la transizione energetica e il progressivo abbandono delle fonti fossili, molte di loro sono prossime alla dismissione.
Secondo un report di IHS Markit del 2021, tra il 2021 e il 2030 verranno smantellate circa 2.800 piattaforme fisse e 160 flottanti.
L'Europa sosterrà la maggior parte della spesa (circa il 33%), seguita da Asia Pacifico e dal Nord America (rispettivamente 23% e 17%). Il Regno Unito sarà il più grande decommissioning spender, seguito da USA, Brasile, Norvegia e Australia.
Il decommissioning, ovvero la dismissione di queste gigantesche strutture giunte al termine del loro ciclo di vita, interessa non solo il settore del petrolio e gas ma anche quello delle energie rinnovabili.
Anche le turbine eoliche offshore, ad esempio, non sono immuni da questo processo.
Il parco eolico offshore Yttre Stengrund in Svezia, smantellato nel 2015 dopo soli 27 anni di servizio, ha sottolineato l'evidenza che nessuna infrastruttura, anche se ben mantenuta, può durare per sempre.
Con circa 4.000 turbine installate dal 2020, la questione della dismissione diventa un argomento sempre più rilevante anche per le energie rinnovabili.
Quali sono le opzioni possibili quando una piattaforma ha terminato la sua vita economica utile?
Gli scenari sono due: rimuovere la piattaforma e riportare l'area alle condizioni originarie o individuare una nuova destinazione d'uso, valutando tutte le possibili alternative.
Per rispondere alla domanda "Estensione della vita utile sì o no?" è necessario compiere un'analisi approfondita e complessa, che consideri aspetti di sicurezza, stabilità e impatti economici.
È imprescindibile che, qualora vi sia un prolungamento della vita utile, non vi siano dubbi sulla loro stabilità e tenuta.
D'altra parte, concedere ancora qualche anno di esercizio (magari con interventi manutentivi circoscritti) porta a notevoli benefici in termini economici per i proprietari degli asset, in particolare se si parla di piattaforme offshore per l'estrazione degli idrocarburi dalle profondità marine, cioè di strutture dai costi medi di oltre 500 milioni di dollari.
Nella prossima puntata scopriremo in cosa consiste questo lavoro di reingegnerizzazione profondo, che comporta una riprogettazione di quanto già fatto venti o trenta anni prima e che necessita di professionalità esperte e in grado di seguire ogni singola fase.