#Green&CircularTech / Nuove reti per la nuova mitilicoltura

di Simona Giuliano

22/03/2024

#Green&CircularTech / Nuove reti per la nuova mitilicoltura

La storia di Taras – come gli spartani chiamarono il primo insediamento urbano sorto a Taranto – è legata alla mitilicoltura dalla notte dei tempi.
I primi documenti che fanno riferimento alle cozze nere risalgono al 1525. 
La ragione sono da ricercare nelle condizioni ambientali uniche: la laguna del Mar Piccolo offre condizioni eccezionali per l’allevamento delle cozze che crescono tra oltre trentaquattro sorgenti di acqua dolce proveniente dagli altopiani della Murgia, chiamate “citri”, che conferiscono loro una sapidità particolare. La bassa salinità dell’acqua crea così un ambiente ideale per il loro metabolismo e la loro crescita.

Fino agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso a Taranto, per l’allevamento dei mitili, si usavano le funi di sparto, una fibra vegetale ricavata da una graminacea che cresce spontanea nel sud Italia.
La procedura per innestare i piccoli mitili da allevare portava via molto tempo e necessitava di tanto lavoro ed esperienza.
Con l’avvento dei materiali plastici, le funi di sparto sono state sostituite da retine tubolari di polipropilene, le cosiddette calze: imputrescibili, più resistenti, più economiche e più facili da insertare.

È ormai accertato e noto che le retine di polipropilene nelle quali vengono allevati i mitili hanno un elevato impatto ambientale. Si calcola che il 18% di plastica dispersa nel nostro Mar Mediterraneo abbia origine dalle attività produttive.
È pertanto assolutamente indispensabile e indifferibile rendere anche la mitilicoltura ecosostenibile.

Da alcuni anni il Mar Piccolo di Taranto è stato trasformato in un parco regionale da oltre 6mila ettari e dal 2022 la cozza nera di Taranto è diventata Presidio Slow Food.
Il disciplinare di produzione adottato dal Presidio prevede l’uso di calze in fibre naturali e/o materiali biodegradabili/compostabili in sostituzione dei materiali plastici.
In collaborazione con partner tecnici e scientifici, come il CNR, Novamont e Federcanapa, gli oltre venti mitilicoltori che hanno finora aderito al progetto hanno avviato la sperimentazione di retine in vari materiali:
- Mater-Bi, una bioplastica prodotta dall’azienda Novamont;
- Sisal, fibre naturali di Agave sisalana, da sempre utilizzata per la produzione di funi, cime, tappeti;
- Canapa.

MATER-BI
La sperimentazione con le retine in bioplastica Mater-Bi è oggetto di vari studi universitari.
L’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo) e la Stazione Zoologica Anton Dohrn studiano il tipo di colonizzazione da parte di microrganismi in confronto ad altri materiali di riferimento (polipropilene e cotone) e il processo di biodegradazione da parte delle comunità microbiche.
L’Università di Siena acquisisce informazioni sull’utilizzo dei biopolimeri per la fabbricazione di reti per allevamento dei mitili.

CANAPA
La sperimentazione con la canapa è svolta in collaborazione con Federcanapa e Simona Tempesta, l’artigiana che sta creando a mano i primi prototipi delle reti.
L’impiego sperimentale di canapa per la rete da mitilicoltura ha già dato risultati molto promettenti:
dopo 9 o 10 mesi in mare il materiale si dissolve in acqua, trasformandosi in ulteriore nutrimento per la fauna marina. Le cozze inoltre crescono molto di più, fino a 6 volte rispetto a quando vengono allevate nelle reti di nylon.
L’obiettivo finale, se tutto andrà bene, è creare una vera e propria filiera che, dai campi di canapa, permetta la lavorazione della fibra per ottenere le reti.
Il progetto potrebbe prendere forma in una startup, che dovrebbe occuparsi anche delle attività corollarie previste sul territorio, come la coltivazione della canapa industriale, magari direttamente nei terreni a ridosso delle sponde del Mar Piccolo, soprattutto in quelli abbandonati, e la costruzione di uno stabilimento per l’assemblaggio delle reti, oggi intrecciate con la tecnica del macramè, dall’artigiana Simona Tempesta.
Sarebbe anche l’ennesima rivincita della canapa, che, proprio a causa della diffusione del nylon e di altre fibre sintetiche, ha rischiato di sparire dai nostri campi.