Più di un'azienda agricola italiana su due ha adottato pratiche di economia circolare. È il dato più significativo che emerge dalla prima edizione dell'Indagine Multiscopo dell'Agricoltura condotta dall'Istat nell'ambito del Censimento Permanente, pubblicata a fine febbraio 2026 con riferimento all'anno 2024. Nel 2024 il 53,7% delle aziende agricole italiane dichiara di aver introdotto pratiche connesse all'agricoltura circolare, puntando su riduzione degli sprechi, riutilizzo delle risorse e valorizzazione dei sottoprodotti. Una quota che, a prima vista, racconta una trasformazione profonda e diffusa. Guardando più da vicino i numeri, però, il quadro si fa più sfumato — e più interessante.
Una transizione che parte dal basso
Il primo elemento che colpisce non è quanto, ma come. La spinta al cambiamento arriva soprattutto dagli stessi imprenditori agricoli: l'86,6% delle decisioni legate all'innovazione green nasce dall'interno delle aziende. Non è la norma europea, non è il regolamento ministeriale, non è la pressione della distribuzione organizzata a guidare la svolta: è la consapevolezza diretta di chi lavora la terra. Un dato che dice molto sulla cultura che si sta sedimentando nel settore e che ribalta l'immagine, ancora diffusa, dell'agricoltore come attore passivo delle politiche ambientali.
Le associazioni di categoria giocano anch'esse un ruolo rilevante, soprattutto nel Mezzogiorno, dove suppliscono a una minore capacità progettuale individuale delle imprese più piccole. Ma la regia, in tutto il paese, rimane saldamente nelle mani degli agricoltori stessi.
Il nodo del finanziamento: chi paga la transizione
Il secondo dato che merita attenzione è quello delle risorse. Il 76,5% delle imprese agricole ha introdotto innovazioni tecniche o gestionali utilizzando risorse proprie. La transizione ecologica nei campi italiani è, in larghissima parte, autofinanziata. Solo circa quattro aziende su dieci hanno fatto ricorso ai fondi della Politica Agricola Comune europea per sostenere gli investimenti. Nel Nord Est l'autofinanziamento raggiunge l'82,2%, mentre nel Sud la quota scende al 68,6%, non tanto per una minore propensione all'innovazione quanto per una maggiore dipendenza da strumenti di sostegno pubblico.
È un segnale ambivalente. Da un lato testimonia una vitalità imprenditoriale reale, non dipendente dagli incentivi. Dall'altro solleva una domanda legittima: quanto è sostenibile, nel tempo, una transizione che grava quasi interamente sulle spalle di imprese spesso piccole, già strette tra costi di produzione elevati e margini ridotti?
La mappa della disomogeneità
Il terzo elemento da leggere con attenzione è geografico. La propensione all'agricoltura circolare è più elevata nel Nord Est, dove il 63,7% delle aziende ha introdotto pratiche di questo tipo, mentre tra le realtà più grandi la percentuale sale fino al 75,8%, probabilmente perché si tratta di realtà che dispongono di maggiori risorse economiche, personale specializzato e accesso al credito.
Il divario dimensionale è altrettanto netto. La propensione all'innovazione cresce sensibilmente all'aumentare della superficie agricola utilizzata, passando dal 7,9% delle aziende piccole fino a 10 ettari al 34,6% delle grandi oltre i 50 ettari. Il rischio che si intravede in questi dati è quello di una transizione a due velocità: le imprese già solide si rafforzano ulteriormente, mentre le micro-aziende — che in Italia sono ancora la maggioranza assoluta — restano ai margini della trasformazione circolare.
Il paradosso del Sud solare e poco rinnovabile
Tra le molte letture che i dati offrono, una in particolare merita di essere sottolineata per la sua contraddittorietà. Solo il 5,2% delle aziende agricole italiane ha dichiarato di utilizzare impianti per produrre energia da fonti rinnovabili. Il Nord Est si conferma l'area più dinamica con il 12,9% delle aziende dotate di impianti energetici rinnovabili, mentre il Mezzogiorno si ferma all'1,7%. Paradossalmente, proprio le regioni con la maggiore irradiazione solare — quelle che avrebbero il potenziale più alto per l'agrivoltaico e il fotovoltaico agricolo — sono quelle che lo sfruttano meno. Un cortocircuito che racconta quanto le infrastrutture, le competenze e l'accesso al credito pesino quanto, se non più, delle condizioni naturali favorevoli.
Innovazione sì, ma non troppo
Il rapporto Istat restituisce anche un'immagine più sobria della propensione complessiva all'innovazione. Nel 2024 solo il 12% delle aziende agricole dichiara di aver realizzato, negli ultimi cinque anni, interventi volti a innovare la tecnica di produzione o la gestione aziendale. Un dato che ridimensiona l'entusiasmo del 53,7% sull'agricoltura circolare: molte pratiche circolari — come il compostaggio dei residui colturali, il riutilizzo dell'acqua di irrigazione, la gestione integrata dei nutrienti — non richiedono investimenti in innovazione tecnologica vera e propria, ma sono più semplicemente buone pratiche agronomiche consolidate. Il che non ne sminuisce il valore, ma aiuta a calibrare le aspettative.
Solo il 5,9% delle aziende agricole italiane intende adottare tecniche di agricoltura 4.0 entro il 2027. La digitalizzazione dei campi — sensori, droni, intelligenza artificiale applicata alle colture — resta ancora un orizzonte lontano per la stragrande maggioranza delle imprese del settore.
Cosa ci dicono davvero questi numeri
Letti insieme, i dati Istat tratteggiano un'agricoltura italiana che sta cambiando, ma in modo diseguale e ancora fragile. La circolarità avanza, spinta dalla consapevolezza degli imprenditori più che dai grandi programmi di policy. Le risorse vengono in larga parte dagli agricoltori stessi, il che è un segnale di maturità ma anche di esposizione al rischio. Il Nord accelera, il Sud fatica non per mancanza di vocazione ma per carenza di infrastrutture e supporto.
Il quadro che ne emerge non è quello di un settore in ritardo, ma di uno in trasformazione attiva che ha bisogno di essere accompagnato con più efficacia di quanto non stia accadendo. Meno della metà dei finanziamenti all'innovazione arriva da strumenti pubblici. Meno di un'azienda su dieci produce energia rinnovabile. Meno di un'azienda su otto ha investito in innovazione produttiva nel quinquennio. Tre dati che, messi accanto al 53,7% sull'agricoltura circolare, invitano a una lettura più cauta e più utile: la transizione è cominciata, ma non è ancora strutturale. E perché lo diventi, serve molto più di quanto il mercato e la buona volontà individuale possano fare da soli.