Il clima può spegnere un Paese

di Christian Sansoni

09/09/2026

Il clima può spegnere un Paese
Immaginiamo per un momento che un Paese possa trovarsi improvvisamente con meno elettricità non perché manchi il combustibile, non perché una centrale sia guasta e nemmeno perché la rete sia collassata.

Perché manca l’acqua, o perché l’acqua stessa dei fiumi è già troppo calda o viene restituita a una temperatura superiore ai limiti consentiti.

È quello che sta accadendo in Ungheria.

Il Danubio ha raggiunto livelli eccezionalmente bassi dopo settimane di caldo e siccità, mettendo sotto pressione la centrale nucleare di Paks, uno degli impianti energetici più importanti del Paese. L’acqua del fiume viene utilizzata per il raffreddamento e il progressivo abbassamento della portata ha costretto l’impianto a ridurre la produzione, fino alla prospettiva di uno spegnimento completo.

Non è un problema di sicurezza nucleare: le autorità ungheresi hanno chiarito che la riduzione della produzione è legata alle condizioni ambientali e che sistemi e riserve consentono di mantenere il raffreddamento anche in condizioni estreme.

Ma siamo di fronte a un problema del nostro ecosistema.

La resilienza di un sistema energetico non dipende soltanto dalla tecnologia con cui produciamo energia, ma anche dalle condizioni climatiche nelle quali quella tecnologia deve funzionare.

E Paks non è un caso isolato.

In Europa, temperature elevate dei corsi d'acqua e ridotte portate stanno mettendo sotto pressione diversi impianti termoelettrici e nucleari. Allo stesso tempo, livelli critici dei grandi fiumi possono compromettere trasporti, industria e approvvigionamenti.

La Commissione europea lo evidenzia da tempo: l'aumento delle temperature e la siccità possono ridurre la disponibilità di acqua per il raffreddamento delle centrali proprio mentre le ondate di calore fanno crescere la domanda di elettricità per il raffrescamento. È una pericolosa combinazione: meno offerta potenziale e più domanda contemporaneamente.

Ma il problema va molto oltre l'energia.

Se il clima diventa un moltiplicatore di rischio

Guardiamo alla Francia e alla Spagna, quest'estate gli incendi hanno devastato vaste aree dell'Europa meridionale. Un'analisi di World Weather Attribution ha stimato che le condizioni meteorologiche favorevoli agli incendi siano diventate almeno due volte più probabili nel sud-ovest della Francia e fino a 20 volte più probabili nella Spagna centrale a causa del cambiamento climatico.

Caldo, siccità e vento non sono fenomeni indipendenti: possono sommarsi e trasformare una scintilla in un evento difficilmente controllabile. E quando gli incendi diventano simultanei in più Paesi, emerge un'altra vulnerabilità: le risorse per affrontarli non sono infinite. Aerei, mezzi, personale e capacità di intervento devono essere condivisi proprio quando più territori ne hanno contemporaneamente bisogno.

Lo stesso schema che ritroviamo nell'energia.

Un rischio climatico locale può trasformarsi rapidamente in un rischio sistemico.

Una centrale che riduce la produzione.
Un fiume che diventa impraticabile.
Un'autostrada interrotta da un incendio.
Una rete elettrica danneggiata da una tempesta.
Un raccolto compromesso dalla siccità.
Un'assicurazione che aumenta i premi o non copre più determinati rischi.

La Commissione europea considera infatti infrastrutture, energia, agricoltura, foreste, assicurazioni e imprese tra i settori maggiormente esposti agli impatti climatici.

Noi però continuiamo a progettare il futuro guardando al passato

Molte delle nostre infrastrutture hanno una vita utile di decenni, sono state progettate sulla base di serie storiche climatiche che descrivevano un mondo relativamente stabile, ma quel mondo sta cambiando.

Oggi non fa solamente più caldo, cambiano le probabilità, la frequenza e la simultaneità degli eventi estremi, e la resilienza diventa un punto centrale.

Non basta chiedersi se questa infrastruttura funziona nelle condizioni per cui è stata progettata ma se funzionerà ancora nel clima che avremo tra 20, 30 o 50 anni.

È una domanda che riguarda centrali elettriche, reti, porti, aeroporti, edifici, acquedotti, industrie e catene logistiche, e direttamente anche gli investimenti.

Il clima sta entrando nel bilancio economico

Ogni infrastruttura vulnerabile rappresenta un potenziale rischio finanziario.

Un fermo produttivo significa perdita di ricavi.
Una rete danneggiata significa costi di ripristino.
Una siccità significa meno acqua, meno produzione agricola e maggiore pressione sui prezzi.
Un incendio significa danni materiali, interruzioni e costi assicurativi.

La crisi climatica sta quindi trasformando il concetto stesso di rischio, per cui non è più sufficiente valutare soltanto il rischio finanziario tradizionale, occorre comprendere come il rischio climatico fisico possa tradursi in rischio operativo, finanziario e strategico.

E questo vale tanto per uno Stato quanto per una grande azienda.

Siamo sicuri di avere ancora tutto il tempo necessario?

Forse è la domanda più importante.

Un'analisi pubblicata da Yale Environment 360 richiama l'attenzione sui cosiddetti tipping points, punti di svolta oltre i quali alcuni sistemi climatici potrebbero subire cambiamenti difficilmente reversibili. Il superamento temporaneo della soglia di 1,5 °C non equivale automaticamente al superamento dell'obiettivo di Parigi, che viene valutato su una scala temporale più lunga, ma l'avvicinamento a quella soglia aumenta la pressione sui sistemi naturali e climatici.

Ciò significa che non possiamo affidare la nostra strategia soltanto alla speranza che il problema venga risolto in futuro, mettendo in luce una contraddizione ancora più evidente.

Mentre gli impatti climatici diventano sempre più concreti, la risposta politica internazionale procede con velocità insufficiente.

A luglio 2026, 45 Paesi non avevano ancora presentato il nuovo piano climatico nazionale previsto dall'Accordo di Parigi, 18 mesi dopo la scadenza del febbraio 2025. È difficile chiedere alle infrastrutture di diventare resilienti se la governance globale non riesce nemmeno a mantenere il ritmo degli impegni climatici.

La vera transizione energetica è anche una transizione verso la resilienza

La lezione di Paks non è che il nucleare sia incompatibile con il cambiamento climatico, sarebbe semplicistico. La lezione è un'altra: ogni tecnologia energetica deve essere valutata anche rispetto alla sua vulnerabilità climatica.

Serve quindi un sistema più diversificato e resiliente: rinnovabili distribuite, accumuli, reti intelligenti, efficienza energetica, interconnessioni, gestione della domanda e tecnologie capaci di ridurre la dipendenza da risorse idriche vulnerabili. Ma soprattutto serve una nuova cultura della progettazione, in cui l’ecodesign sia conditio sine qua non.

Se è vero che decarbonizzare significa ridurre le emissioni, adattarsi significa fare in modo che il sistema continui a funzionare quando il clima cambia.

Sono due obiettivi diversi e non possiamo prescindere da nessuno dei due.

Pertanto sarebbe più sensato chiedersi se saremo abbastanza veloci da costruire un sistema capace di funzionare anche quando il clima avrà smesso di essere quello su cui lo abbiamo progettato.