Il Green Manager come ponte tra competenze, lavoro e innovazione. Il valore dell’entusiasmo come fattore reale di cambiamento

di Paolo Marcesini

02/07/2026

Il Green Manager come ponte tra competenze, lavoro e innovazione. Il valore dell’entusiasmo come fattore reale di cambiamento
Vi racconto un aspetto della transizione di cui sono profondamente convinto. Parlo del dialogo tra imprese e studenti, lo strumento che può e deve accelerare la transizione ecologica. Ma partiamo dal contesto.

Nel quadro del programma Interreg VI Italia–Francia Marittimo 2021–2027, il progetto 00079 Extravert rappresenta un passaggio significativo nella costruzione concreta della transizione ecologica. Non una dichiarazione di intenti, ma un luogo formativo in cui una nuova figura professionale prende forma insieme alle competenze che la rendono possibile: il Green Manager Transfrontaliero.

Il progetto è coordinato dal Comune di Capannori, capofila dell’iniziativa, attraverso il suo Parco Scientifico per l’economia circolare, e coinvolge un partenariato transfrontaliero che rende evidente la natura europea e integrata di questa esperienza formativa.

Non si tratta soltanto di un percorso didattico, ma di un laboratorio in cui si definisce il lavoro del futuro.

Un mestiere che nasce da un territorio che si connette

Il punto di partenza è geografico, ma diventa immediatamente economico e culturale. Il programma si sviluppa nello spazio di cooperazione tra Italia e Francia affacciato sul Mediterraneo: Toscana costiera, Liguria, Corsica, Sardegna, Var e Alpi Marittime. Territori che condividono una stessa natura economica fatta di turismo, nautica, piccola e media impresa diffusa, ma anche una vulnerabilità ambientale che non conosce confini amministrativi.

La filiera della nautica e della cantieristica è una delle più rilevanti, perché rappresenta un settore ad alta intensità tecnologica e ambientale, in cui entrano temi come materiali compositi, gestione dei rifiuti speciali, efficientamento energetico delle imbarcazioni e logiche di economia circolare applicate alla manutenzione e al refitting.

C’è poi la filiera del turismo e dell’ospitalità, centrale in tutti i territori coinvolti. Qui la sostenibilità riguarda la gestione delle risorse, dall’acqua all’energia, la riduzione degli impatti delle strutture ricettive, la mobilità sostenibile e la costruzione di modelli di turismo esperienziale a basso impatto.

Un terzo ambito è quello delle piccole e medie imprese manifatturiere e artigiane, spesso distribuite in modo diffuso sul territorio. In questo caso il focus è sulla transizione verso modelli produttivi circolari: eco-design, riduzione degli scarti, utilizzo di materiali riciclati e ottimizzazione dei processi.

A queste si affianca la gestione dei rifiuti e dei materiali, che nel contesto dell’economia circolare diventa strategica perché collega produzione, consumo e recupero. Qui rientrano logiche di simbiosi industriale e valorizzazione degli scarti come nuove risorse, mentre assume crescente importanza l’efficientamento degli edifici e dei processi produttivi, con particolare attenzione alle rinnovabili, alla riduzione dei consumi e all’integrazione di sistemi intelligenti di monitoraggio e gestione.

Nel loro insieme, queste filiere non sono compartimenti separati, ma un ecosistema produttivo interconnesso.

In questo contesto il mare non è una linea di separazione, ma una infrastruttura naturale di connessione. Ed è proprio questa continuità territoriale a rendere sensata la costruzione di una figura professionale transfrontaliera. Il Green Manager non risponde a un’esigenza locale, ma a una domanda che attraversa sistemi produttivi simili, anche se formalmente appartenenti a Stati diversi.

Il progetto Extravert intercetta una dinamica già in atto nelle imprese: la crescente necessità di integrare la sostenibilità nei processi decisionali. Le aziende, anche le più piccole, stanno già affrontando questioni legate alla gestione degli impatti ambientali, alla riduzione dei consumi energetici, alla riprogettazione dei prodotti e alla necessità di accedere a strumenti di finanza sostenibile.

È qui che emerge il vuoto che il progetto intende colmare: non l’assenza di domanda, ma la carenza di figure professionali in grado di tradurla in azione. Il Green Manager nasce esattamente in questo spazio intermedio tra bisogno e risposta, tra impresa e conoscenza applicata.

Il suo profilo non è quello di un tecnico settoriale né quello di un manager tradizionale. È piuttosto una figura di integrazione, capace di tenere insieme dimensioni diverse della sostenibilità: dalla lettura dei dati ambientali alla comprensione dei processi produttivi, dalla gestione normativa alla capacità di costruire strategie di trasformazione aziendale. In questa ibridazione risiede il suo valore più profondo.

Ma ciò che rende questo percorso particolarmente significativo è anche la dimensione umana che lo attraversa. Nelle aule si percepisce un entusiasmo autentico, una partecipazione consapevole che nasce dalla percezione di essere parte di qualcosa che non è ancora completamente definito. Gli studenti non stanno semplicemente apprendendo un mestiere già esistente, stanno contribuendo a definirne i contorni, a dargli struttura, a trasformarlo in una professione riconoscibile. Questo dato non è marginale. In un mercato del lavoro spesso percepito come rigido e già codificato, la possibilità di partecipare alla costruzione di una nuova professionalità rappresenta un elemento di forte valore generativo.

Imprese in ascolto

Il contesto europeo aggiunge un ulteriore livello di complessità e, al tempo stesso, di opportunità. Con il pacchetto Omnibus I approvato nel 2026, l’Unione Europea ha ridefinito in modo significativo il perimetro della regolazione sulla sostenibilità d’impresa. Le principali direttive, dalla CSRD alla CS3D, sono state semplificate e rese più selettive, mentre per le PMI sono stati introdotti standard volontari più accessibili.

Questa evoluzione potrebbe essere letta superficialmente come un arretramento dell’agenda ambientale. In realtà rappresenta uno spostamento di asse: dalla compliance obbligatoria alla responsabilità strategica.

La sostenibilità, liberata in parte dalla pressione normativa, si sposta sempre più sul terreno delle scelte industriali, della competitività e della capacità di interpretare il cambiamento. Non si tratta più soltanto di rispondere a obblighi, ma di decidere come e perché intraprendere percorsi di trasformazione.

Il quadro che abbiamo davanti richiama in modo diretto una riflessione espressa in queste ore da Jeremy Rifkin, tra i più autorevoli interpreti della transizione ecologica. Rifkin ha affermato con chiarezza che le soluzioni tecnologiche per affrontare la crisi climatica esistono già; ciò che manca è la capacità di guidare il cambiamento con la velocità e il coraggio necessari. Per questo ha indicato nei giovani la vera forza propulsiva della transizione, arrivando a dire che dovremmo affidare proprio alla Generazione Z la guida di questo cambiamento, non come slogan generazionale ma come necessità storica.

È una riflessione che risuona in modo particolarmente forte dentro il progetto Extravert. Perché qui il punto non è soltanto formare nuovi professionisti della sostenibilità: il punto è riconoscere che ragazze e ragazzi che oggi si formano come Green Manager possono diventare agenti reali di trasformazione.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità delle imprese.

Questo rapporto non dovrebbe essere interpretato secondo uno schema tradizionale, in cui il mondo della formazione prepara competenze da trasferire al sistema produttivo. Qui c’è qualcosa di più profondo. C’è la possibilità di costruire uno spazio di scambio reale, in cui il cambiamento avviene in entrambe le direzioni.

Da una parte ci sono imprese che cercano strumenti, competenze e visione per affrontare la transizione ecologica. Dall’altra ci sono ragazze e ragazzi che si stanno formando con un approccio nuovo, interdisciplinare, fortemente orientato alla sostenibilità e all’innovazione.

Le imprese dovrebbero mettersi in ascolto.

In ascolto delle idee, delle intuizioni, delle domande e persino delle provocazioni che arrivano da questi giovani. Perché spesso il valore che portano non risiede soltanto nelle competenze tecniche acquisite, ma nello sguardo con cui osservano i processi produttivi. Uno sguardo meno condizionato da abitudini sedimentate, più aperto al cambiamento, più disponibile a immaginare soluzioni nuove.

Questo ascolto non è un gesto simbolico o generazionale. È una necessità strategica.

Se la transizione ecologica richiede innovazione, allora richiede anche la capacità di accogliere punti di vista nuovi dentro le organizzazioni. Ed è proprio qui che il dialogo tra imprese e studenti può diventare un acceleratore di cambiamento.

Extravert, in questo senso, non forma soltanto Green Manager. Costruisce un luogo di incontro tra esperienza e visione, tra sistema produttivo e nuove generazioni. Ed è in questo spazio che può nascere il cambiamento più autentico.

La transizione ecologica non sarà il risultato di un’unica politica o di un’unica tecnologia, ma l’esito di una molteplicità di competenze nuove capaci di entrare nei processi reali delle imprese. Il Green Manager Transfrontaliero appartiene a questa nuova generazione di professioni.

E chi oggi si forma in questo ambito non si sta collocando ai margini di un settore emergente, ma sta occupando una posizione anticipata rispetto a una domanda destinata a crescere. In un contesto in cui la normativa si semplifica ma la competenza diventa più decisiva, arrivare prima non è solo un vantaggio: è una forma di intelligenza strategica.