Il procurement diventa circolare. Dal Sant'Anna di Pisa arriva il CAoS, uno strumento concreto (e semplice) per le PMI

di Giulia Mochi

27/02/2026

Il procurement diventa circolare. Dal Sant'Anna di Pisa arriva il CAoS, uno strumento concreto (e semplice) per le PMI

La transizione delle imprese verso l’economia circolare non si svolge solo nei reparti di ricerca e sviluppo o nel redesign dei prodotti. Una parte decisiva della partita si gioca negli uffici acquisti. È lungo la catena di fornitura, infatti, che si concentra una quota significativa dei costi, dei materiali utilizzati e delle emissioni generate.

Immaginate una piccola azienda agroalimentare toscana, impegnata nella produzione di cereali e olive biologiche, che si interroga su quanto sia davvero “circolare” il proprio fornitore di energia elettrica. Oppure un’impresa del packaging che dipende da un unico fornitore di cellulosa e vuole capire se quella relazione commerciale è allineata con i propri impegni di sostenibilità. Sono due esempi di situazioni concrete, quotidiane. Domande a cui le imprese devono rispondere guardando in modo diverso alla loro filiera di fornitura cercando di fare la cosa giusta. Finora mancava uno strumento semplice per farlo. Ora c’è.

Mentre negli ultimi anni sono proliferati strumenti per misurare la circolarità di prodotti e modelli di business, molto meno è stato fatto per aiutare le imprese — soprattutto le piccole e medie — a integrare criteri di economia circolare nella selezione dei fornitori. A colmare questo vuoto interviene una recente ricerca della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, pubblicata sul Journal of Cleaner Production, che introduce il CAoS tool — Circular Assessment of Suppliers: uno strumento operativo pensato per rendere il procurement circolare una pratica concreta e accessibile, anche per chi non dispone di grandi risorse interne o competenze specialistiche. Il cuore dell’innovazione sta nella semplicità. I ricercatori — Filippo Corsini, Chiara De Bernardi, Natalia Marzia Gusmerotti e Marco Frey — hanno adattato la matrice di Kraljic, uno dei modelli più utilizzati nella gestione strategica degli acquisti, alla valutazione della circolarità dei fornitori. L’idea è tanto lineare quanto potente: non tutti i fornitori hanno lo stesso peso strategico per un’azienda, quindi non è realistico — né utile — richiedere a tutti lo stesso livello di performance circolare.

Dieci criteri, tre livelli di circolarità, un file Excel

La circolarità diventa così una richiesta modulata, proporzionata al ruolo del fornitore nella catena del valore.
 Se un fornitore è strategico e difficile da sostituire, il livello minimo richiesto sarà più “basic”: imporre standard troppo stringenti rischierebbe di escludere i pochi attori disponibili sul mercato, mettendo a repentaglio la continuità operativa dell’impresa. Se invece si tratta di un fornitore non critico, facilmente sostituibile e con basso rischio di approvvigionamento, l’azienda può permettersi di pretendere standard più elevati, raggiungendo il livello “circular”. Per i fornitori di beni “leva” o “collo di bottiglia” si applica un livello intermedio, detto “proactivist”. Questo approccio consente alle aziende di navigare quello che i ricercatori chiamano il “paradosso” tra efficienza economica ed economia circolare: invece di trattare i due obiettivi come opposti e spesso inconciliabili, lo strumento li gestisce insieme offrendo un percorso pratico per affrontarle.

Attraverso una revisione sistematica della letteratura a disposizione della ricerca e la consulenza di esperti tra accademici e professionisti, il team ha selezionato dieci criteri per valutare la circolarità di un fornitore, organizzati in tre categorie. La prima riguarda i requisiti ambientali fondamentali, come il rispetto della normativa ambientale e la considerazione sistematica degli impatti ambientali dell’attività: soglia minima che ogni fornitore dovrebbe soddisfare, indipendentemente dalla sua criticità. La seconda categoria valuta la circolarità della relazione con il fornitore, considerando aspetti come la distanza geografica, le modalità di trasporto utilizzate, la logistica inversa per il recupero degli imballaggi, la possibilità di acquistare un output funzionale anziché un prodotto fisico, e l’attivazione di percorsi di simbiosi industriale. La terza categoria, infine, esplora la circolarità interna del fornitore: uso di materiali circolari, ricorso a fonti energetiche rinnovabili e gestione responsabile dei rifiuti.

Lo strumento è stato testato proprio con le due aziende evocate in apertura. L’impresa del packaging ha valutato il suo principale fornitore di cellulosa — classificato come fornitore strategico a causa della dipendenza quasi esclusiva da una sola fonte — ottenendo un punteggio complessivo del 46%, sufficiente per il livello “Basic” richiesto, ma con ampi margini di miglioramento nella gestione della relazione circolare. L’azienda agroalimentare ha invece scoperto che il proprio fornitore di energia elettrica da fonti non rinnovabili, pur classificato come non critico e quindi soggetto ai requisiti più stringenti, si fermava al livello “Proactivist” quando ne sarebbe stato richiesto uno “Circular”: una valutazione che ha aperto una conversazione concreta sulla possibilità di cambiare fornitore, bilanciando i costi economici con i benefici di immagine. Un elemento particolarmente rilevante è che lo strumento non resta confinato nel paper accademico. Gli autori mettono infatti a disposizione gratuitamente un file Excel compilabile, progettato per essere intuitivo e immediatamente utilizzabile. La transizione circolare entra così in un foglio di calcolo, cioè nello strumento quotidiano di chi lavora negli uffici acquisti.

Una leva strategica per le PMI

Il contributo assume un valore speciale per le piccole e medie imprese. Le PMI, prese singolarmente, hanno un impatto ambientale limitato, ma nel loro insieme costituiscono l’ossatura del sistema produttivo. Offrire loro strumenti semplici e strutturati significa moltiplicare le possibilità di trasformazione dell’intero sistema. Il CAoS non pretende di sostituire le valutazioni economiche o tecniche tradizionali. Al contrario, si inserisce dopo una prima selezione basata su prezzo, qualità e affidabilità. La circolarità non cancella l’efficienza economica, ma la affianca e la integra. In questo modo, il tool aiuta le imprese a gestire il rapporto tra competitività e sostenibilità. Nei casi studio presentati nella ricerca, l’applicazione dello strumento ha generato non solo una fotografia dello stato attuale dei fornitori, ma anche l’avvio di un dialogo nuovo lungo la filiera. Ed è forse questo uno degli aspetti più rilevanti: il procurement circolare non è solo un filtro, ma può diventare un catalizzatore di cambiamento culturale all’interno della propria catena del valore.

Il CAoS tool non è — e i suoi stessi autori lo sottolineano — una soluzione definitiva ma le prospettive di sviluppo sono promettenti: i ricercatori immaginano versioni settoriali dello strumento, calibrate sulle specificità di industrie come quella alimentare — dove il consumo idrico è una variabile critica — o quella alberghiera, dove conta di più la trasparenza della filiera. Si aprono inoltre possibilità di integrazione con approcci più ampi, capaci di coinvolgere l’intera rete di relazioni commerciali di un’impresa, non solo i fornitori diretti. La sfida più grande è culturale prima che tecnica. Strumenti come il CAoS tool funzionano quando diventano parte di una conversazione più ampia tra imprese e fornitori, quando la circolarità smette di essere un semplice requisito da spuntare in un questionario e diventa un obiettivo condiviso lungo tutta la catena del valore. In questo senso, il vero contributo della ricerca non è solo metodologico: è l’idea che anche una piccola impresa, armata di un file Excel e di dieci domande ben poste, possa cominciare a cambiare le regole del gioco nei propri acquisti quotidiani.

In un contesto in cui si parla molto di transizione, il lavoro del Sant’Anna dimostra che servono anche strumenti operativi semplici e immediati, capaci di tradurre i principi in scelte quotidiane. Perché l’economia circolare non si costruisce solo con grandi strategie, ma con decisioni ripetute ogni giorno, fornitore dopo fornitore.