Proseguo il mio viaggio al CES 2026 di Las Vegas, nell’ambito della collaborazione fra Italia Circolare e
Scuola di Robotica, partendo proprio dalla scena del pollo a 4 zampe, così semplice da essere quasi comica. Mi venne raccontata dal padre del bambino (che di mestiere fa il regista) e fu la scintilla di un documentario: Unlearning. Un titolo che è già un programma, perché suggerisce che per tornare a vedere davvero la realtà, spesso dobbiamo prima disimparare le scorciatoie con cui la modernità ci ha addestrato a interpretarla. Anni fa, i fondatori di Scuola di Robotica, Gianmarco Veruggio e Fiorella Operto, portarono in ufficio Lucio Basadonne, il regista che stava lavorando proprio a quel progetto. Venne a filmare una nostra lezione: un contesto in cui, come facciamo spesso, teoria e pratica non sono due momenti separati, ma momenti educativi impastati fra loro in continuità. Capire e fare si alimentano a vicenda, senza gerarchie.
Oggi, ripensando a quel “pollo a quattro zampe”, mi accorgo che una parte del CES 2026 mi ha riportato esattamente lì: a un problema educativo prima ancora che tecnologico. Non tanto quali nuovi prodotti escono, ma che tipo di relazione costruiscono con il mondo. In particolare, mi hanno colpito tre dispositivi della linea Birdfy—Birdfy Bath Pro, Birdfy Feeder Vista e Birdfy Hum Bloom—perché, se letti con la lente giusta, non sono semplicemente gadget “smart” per il giardino. Sono, potenzialmente, tecnologie di ingaggio per l’osservazione della natura.
E l’ingaggio è una parola chiave per dare il via all’apprendimento. Perché osservare la natura non è un atto spontaneo e automatico: è un’abilità, una postura mentale, un ritmo. Si può imparare. E, quando serve, si può incentivare e facilitare.
Birdfy Bath Pro: l’osservazione comincia dall’acqua, non dal “contenuto”
Il primo prodotto è il Birdfy Bath Pro, una vasca per uccelli con camera e riconoscimento AI. La cosa più interessante, però, non è la camera. È il cambio di prospettiva: non “attiro l’animale per consumare un contenuto”, ma costruisco una micro-condizione di habitat.
L’acqua è un attrattore universale e, in un contesto urbano o periurbano, diventa un invito discreto alla biodiversità. Il bird bath lavora su elementi concreti (forma, posatoi, livelli) e su un dettaglio che racconta una filosofia: la gestione stagionale, con soluzioni pensate anche per l’inverno. È un oggetto che, se usato bene, non ti “dà” la natura: ti mette nelle condizioni di incontrarla più spesso.
Qui la tecnologia diventa un ponte: la doppia ottica e le funzioni di tracciamento/zoom non sono un vezzo estetico, ma un modo per rendere visibili micro-comportamenti che altrimenti perdi. Non per fare il film perfetto, ma per allenare lo sguardo: chi arriva, quando, come interagisce con l’acqua, con quali rituali, con quali differenze tra specie.
È una cosa piccola, quotidiana, ripetibile. Ed è esattamente lì che nasce l’osservazione: nella continuità, non nell’eccezione.
Birdfy Feeder Vista: ridurre la frizione per aumentare la costanza
Il secondo prodotto, Birdfy Feeder Vista, vuole darci una vista a 360 gradi.
Chiunque abbia provato a mantenere una mangiatoia sa che l’entusiasmo iniziale si scontra con tre nemici: lo sporco, lo spreco e “gli altri animali” (spesso scoiattoli o altri roditori). Qui troviamo soluzioni pensate proprio per questo: porzioni controllate, semi più freschi, meno manutenzione, e un sistema anti-intrusione che lavora sul peso.
Perché è importante? Perché se l’obiettivo è avviare all’osservazione, la costanza è più educativa della spettacolarità. Un dispositivo che ti fa “durare” nell’esperienza, che semplifica la gestione, che limita gli imprevisti frustranti, aumenta le probabilità che l’osservazione diventi abitudine.
E l’abitudine è didattica: crea domande, crea confronto (“oggi chi è arrivato?”), crea piccoli dataset familiari (“a che ora passano di solito?”), crea narrazioni. È in questo senso che la tecnologia può diventare un’educazione informale: non sostituisce la natura, ma ti aiuta a restarci vicino.
Birdfy Hum Bloom: quando la natura è troppo veloce per diventare conoscenza
Il terzo prodotto, Birdfy Hum Bloom, è quello che più chiaramente mostra il valore dell’ingaggio. Perché affronta un paradosso: ci sono fenomeni naturali talmente rapidi che, per noi, restano soltanto un’impressione.
I colibrì sono il simbolo perfetto. Un lampo. Un suono. Una presenza che sfugge. L’idea è di usare una camera in slow-motion per filmare i colibrì.
Lo slow motion, se usato come strumento e non come intrattenimento, trasforma lo stupore in osservazione: quante volte batte le ali? Quanto resta fermo su un posto? Che traiettorie usa? Ritorna negli stessi orari? Cambia comportamento col meteo? L’AI, in questo contesto, può aiutare a nominare, classificare, cercare: non per chiudere la questione, ma per aprirla.
È un passaggio fondamentale: dal “che bello!” al “perché accade così?”. Ed è lì che la natura smette di essere sfondo e torna a essere oggetto di educazione e di messa in relazione.
Tecnologie “starter”: non il fine, ma l’innesco
Visti insieme, questi tre prodotti raccontano una possibile traiettoria: tecnologie che abbassano la soglia d’ingresso. Non sono il birdwatching “vero” in senso classico—binocolo, taccuino, uscite, pazienza—ma possono essere il primo gradino. Possono agganciare chi non ha contesto, tempo, guida. Possono ingaggiare.
E qui torna quella lezione filmata anni fa, e torna la domanda implicita di Unlearning: come ricostruiamo un rapporto con il vivente quando il vivente non fa più parte dell’esperienza quotidiana? Una risposta possibile è: creando contesti. Non solo contenuti.
In questo senso, i progetti visti al CES 2026 hanno un valore che va oltre la scheda tecnica: se usati con consapevolezza, possono diventare una piccola palestra di attenzione. Un invito a rallentare, a riconoscere, a fare domande. Perché la sostenibilità, prima di essere un concetto, è una relazione. E ogni relazione comincia da una cosa molto semplice: l’osservazione.