Il concetto di biodiversità culturale forza la mano dal fronte strettamente scientifico a quello sociale e indica tutta la straordinaria varietà di modi di vivere degli esseri umani sul pianeta. Dalle lingue parlate alle espressioni di spiritualità, dalle forme artistiche fino al modo di amministrare la giustizia, dall’organizzazione dei riti di passaggio fino alla gestione degli scambi di beni. Questa nuova categoria concettuale è importante perché ci aiuta ad analizzare quanto stiamo perdendo e stiamo sacrificando. Il modello di sviluppo turbocapitalista occidentale, infatti, non si è limitato allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali: al contrario, ha imposto un modello di civiltà e socialità monocromatico che ha progressivamente marginalizzato e penalizzato tutto ciò che non vi si conformava completamente. In questo modo quei gruppi e quei popoli, in primis gli indigeni, che praticano un concetto differente di comunità e di socialità, oltre che di economia, hanno visto progressivamente contrarsi, spesso violentemente, i propri spazi vitali e culturali. Così si sono perse lingue parlate da millenni, usi e costumi, modelli di scambio basati sulla reciprocità e sul dono, approcci alla natura equilibrati e durevoli. Si è arrivati a quella cultura dello scarto spesso citata da Papa Francesco come una delle eredità più pericolose del momento storico attuale. Le diseguaglianze sociali sono in costante crescita in tutto il mondo e grida vendetta il divario tra i pochi ricchi privilegiati che godono di benessere economico, libertà di movimento, accesso alla cultura, alla salute e alla conoscenza e la grande massa di diseredati impoveriti e costretti a pagare il prezzo più alto, oltre che dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, anche degli sconquassi ambientali.
Sulla base di queste premesse poggia il concetto di “ecologia integrale”, ampiamente sviscerato nell’Enciclica Laudato si’ e che possiamo riassumere nella formula “non c’è attivismo ambientalista senza attivismo sociale”. Nella sostanza, non è possibile affrontare con decisione le enormi questioni della salvaguardia ambientale se non le connettiamo strettamente alla questione della diseguaglianza sociale ed economica. Per farlo, però, bisogna tornare a monte, ovvero alla biodiversità culturale. Intesa non solo nella sua accezione semantica, quanto piuttosto come elemento politico centrale, come progetto di nuovo umanesimo, nuovo paradigma da inseguire e da sposare. […]
C’è poi un elemento in più che dovrà tornare a essere patrimonio di tutti […]: la spiritualità. Per troppo tempo in Occidente, dalla tradizione illuminista in poi, abbiamo nutrito l’illusione che l’uomo potesse prescindere dalla spiritualità perché guidato dalla scienza, dal progresso tecnologico, dalla mera ragione.
Si è trattato di un errore madornale, perché abbiamo confuso la spiritualità con la religione, abbiamo pensato che tutto ciò che non riguarda il mondo materiale fosse il retaggio di un passato oscurantista e ci siamo preclusi un elemento cardine della definizione di ciò che è umano, ovvero lo slancio verso qualcosa di altro da noi, la ricerca di un disegno universale, di una connessione tra tutti gli esseri umani e tra gli umani e il loro ambiente. La spiritualità è invece un elemento profondamente umano, ne costituisce l’essenza tanto quanto la sessualità, la volontà, il desiderio, lo slancio vitale, la ragione. Da questo punto di vista sono profondamente convinto che la strada per ricostruire un nuovo umanesimo e un nuovo modo di abitare questo pianeta da fratelli non possa prescindere da un’ardente coltivazione della spiritualità. […]
La biodiversità culturale ci insegna a leggere le vicende del mondo con un approccio aperto e umile, a cogliere l’immensità di ciò che modi di vivere diversi dal nostro possono insegnarci e di come la diversità sia la forza per disegnare il nostro futuro. Accanto a questi due punti fermi, spiritualità e intelligenza affettiva potranno costituire le altre due gambe in grado di sostenere il tavolo di un futuro promettente e giusto per tutti. Penso agli innumerevoli esempi luminosi che ci circondano e ci mostrano che si può fare. Penso a quelle donne e a quegli uomini che hanno praticato simili valori e ne hanno fatto una bandiera. […] Penso a Olivia Arévalo Lomas, leader indigena peruviana che si è battuta fino alla morte per proteggere il proprio habitat, guidata dalla sicurezza che la fratellanza umana non potrà essere piegata dagli interessi economici di una multinazionale. Penso a tutti coloro che ogni giorno si impegnano per garantire assistenza all’umanità dolente che è costretta a scappare dalle proprie terre e a cercare un futuro per sé e per le proprie famiglie. La biodiversità culturale va preservata e va adottata come paradigma politico per il futuro di tutti, perché è da quella base che si può costruire un mondo degno e, finalmente, giusto. Albert Einstein, colui che per molti è l’emblema stesso del pensiero scientifico e dell’uomo di scienza, ha scritto: «L’uomo che non ha gli occhi aperti al mistero, passerà attraverso la vita senza vedere assolutamente nulla». Il più grande mistero del nostro mondo è la pluralità e la profondità dell’essere umano.
Tratto da Terrafutura – Dialoghi con Papa Francesco dell’ecologia integrale, Slow Food Editore – Giunti, 2020.