Dietro ogni marchio DOP o IGP c’è un territorio che vive. Nel 2023 la DOP Economy ha rappresentato il 19% del fatturato agroalimentare italiano, con una crescita del +52% in dieci anni. Secondo il XXII Rapporto Ismea-Qualivita, il comparto del cibo ha superato per la prima volta i 9 miliardi di euro di valore alla produzione (+3,5%), mentre il vino, pur in lieve flessione (-2,3%), mantiene livelli record con 11 miliardi di euro.
Oltre 194 mila imprese e 317 Consorzi di tutela costituiscono la spina dorsale di un sistema che trasforma l’origine in valore economico, ambientale e culturale.
Il Nord-Est spinge con Veneto, Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia che insieme valgono oltre la metà del totale nazionale, ma il dato più significativo arriva dal Sud e dalle Isole, in crescita da cinque anni consecutivi (+4,0%) e trainate da Sardegna (+19%) e Abruzzo (+11%).
Perché la DOP Economy non è solo produzione di qualità: è presidio territoriale, strumento di resilienza contro lo spopolamento e volano di turismo sostenibile. Ogni prodotto – dal Pecorino Romano DOP alla Pasta di Gragnano IGP, dal Prosecco DOP al Chianti Classico DOP – diventa un ambasciatore di identità e appartenenza, in grado di generare valore condiviso nei luoghi dove nasce.
Quando la qualità diventa esperienza
Il turismo enogastronomico è oggi uno dei motori più dinamici del turismo italiano. Secondo Il turismo enogastronomico è oggi uno dei motori più dinamici del turismo italiano. Secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2024, curato dall’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, il 70% degli italiani dichiara di aver svolto almeno una vacanza negli ultimi tre anni con motivazione primaria legata al cibo, al vino o ai prodotti tipici locali. La DOP Economy è il suo alleato naturale: rappresenta la rete viva di territori, imprese e persone che rendono concreta l’idea di turismo rigenerativo.
Accade nelle colline del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene, ad esempio, dove i produttori investono in percorsi sostenibili e didattici per valorizzare il paesaggio patrimonio Unesco; o nelle valli del Parmigiano Reggiano e del Prosciutto di Parma, dove i consorzi aprono le porte ai visitatori raccontando la filiera come esperienza culturale.
Nel Mezzogiorno, la spinta è altrettanto evidente: la Sardegna, in crescita del 19% nel valore DOP IGP, sperimenta itinerari che uniscono agriturismi, caseifici e borghi rurali; in Puglia, i percorsi dell’olio DOP – come Terra di Bari o Dauno – diventano laboratori di comunità e paesaggio.
Il turismo rigenerativo nasce proprio da qui: dal desiderio di partecipare, non solo visitare, di restituire, non solo consumare. La qualità certificata diventa un linguaggio comune tra produttori e viaggiatori, una forma di economia relazionale che trasforma la degustazione in esperienza di consapevolezza.
Rigenerare comunità, non solo economie
La DOP Economy rappresenta una delle infrastrutture sociali più forti del Paese. Gli 847 mila rapporti di lavoro che genera – di cui il 60% nella fase agricola – raccontano un sistema che valorizza le persone tanto quanto i prodotti. Nei distretti DOP IGP nascono cooperative, laboratori di trasformazione, agriturismi comunitari e percorsi formativi per i giovani.
È qui che il turismo incontra la rigenerazione: nella rinascita dei borghi, nel ritorno dei giovani alle campagne, nella salvaguardia del paesaggio come bene comune. Le filiere certificate, radicate nella qualità e nella tracciabilità, diventano strumenti di fiducia: alimentano economie locali e al tempo stesso creano senso di appartenenza.
Il Rapporto Ismea-Qualivita conferma un’Italia che trova nella qualità il proprio motore di sviluppo: un Paese che cresce non attraverso la quantità, ma attraverso la cura. Se il turismo del futuro sarà misurato non in arrivi ma in valore restituito ai territori, la DOP Economy ne rappresenta già oggi il laboratorio più evoluto: un modello in cui la produzione diventa cultura, il viaggio si fa conoscenza e l’identità dei luoghi si trasforma in un bene condiviso.