La vera eredità del Testo Unico Ambientale non sta soltanto nelle procedure che ha introdotto. Sta soprattutto nell’aver contribuito a consolidare una nuova cultura ambientale amministrativa e industriale. In questi vent’anni il sistema della raccolta differenziata è cresciuto in modo straordinario. Le filiere del riciclo si sono consolidate. La responsabilità estesa del produttore è diventata uno strumento centrale delle politiche industriali. Le valutazioni ambientali sono entrate stabilmente nella progettazione delle opere e delle infrastrutture. Naturalmente non tutti i problemi sono stati risolti. Le procedure autorizzative restano spesso complesse. Le bonifiche avanzano con lentezza. Persistono differenze territoriali significative tra Nord e Sud.
Eppure sarebbe difficile immaginare lo sviluppo dell’economia circolare italiana senza l’architettura normativa costruita attorno al Testo Unico Ambientale. Quando il decreto vide la luce, il dibattito ambientale italiano era dominato soprattutto dai temi dell’inquinamento e delle emergenze. Si parlava di discariche, scarichi industriali, siti contaminati, gestione dei rifiuti. Oggi il lessico è cambiato. Parliamo di economia circolare, di ecodesign, di materie prime seconde, di neutralità climatica, di transizione energetica. Non significa che le vecchie sfide siano scomparse o vinte definitivamente. Significa che l’ambiente non è più soltanto ciò che dobbiamo proteggere, ma anche ciò attraverso cui possiamo innovare, investire, crescere. Siamo passati da una politica della riparazione a una politica della trasformazione.
Una delle ragioni della longevità del D.Lgs. 152/2006 è la sua capacità di adattarsi. In vent’anni il testo è stato modificato decine e decine di volte. Sono entrati i principi dell’economia circolare. Sono stati recepiti i nuovi pacchetti europei sui rifiuti. Sono cambiate le discipline sulle autorizzazioni, sulle bonifiche e sulle valutazioni ambientali. La sua flessibilità ha funzionato come una piattaforma normativa capace di accogliere le trasformazioni economiche, tecnologiche e culturali che hanno attraversato il Paese. Vent’anni dopo, ci insegna che le grandi transizioni non si realizzano attraverso provvedimenti simbolici o annunci politici. Hanno bisogno di istituzioni, regole, procedure e competenze. L’economia circolare italiana, spesso indicata tra le più avanzate d’Europa, non nasce soltanto dalla creatività delle imprese o dalla sensibilità dei cittadini. È anche il risultato di un ecosistema normativo che, pur con tutti i suoi limiti, ha reso possibile investire, innovare e programmare nel lungo periodo.
Oggi il tema non è riscrivere da capo il Testo Unico Ambientale. È renderlo sempre più coerente con le sfide del nostro tempo: la decarbonizzazione, la competitività industriale, la sicurezza delle risorse, l’adattamento climatico e la tutela della biodiversità. Perché se il 2006 fu l’anno in cui l’Italia cercò di mettere ordine nelle proprie politiche ambientali, il 2026 è l’anno in cui quelle stesse politiche sono chiamate a diventare il motore di una nuova stagione di sviluppo sostenibile. In sintesi, il Testo Unico Ambientale è stato per l’Italia ciò che il Codice Civile è per l’economia privata, una grande infrastruttura giuridica che ha consentito al sistema di evolvere.