Nel report è incluso anche un video su YouTube che documenta un confronto interno tra il founder Niccolò Cipriani e il suo team. Il tema è centrale e decisivo. Più cresce la raccolta degli abiti usati attraverso i sistemi di take-back, più aumenta la quota di materiali non idonei al riciclo industriale. Il dato è significativo, si passa dal 10% iniziale di scarti al 32% nel 2025. In questo punto interviene lo stesso Cipriani, che sintetizza così la contraddizione emergente: “Più cresce la raccolta, più cresce anche la quota di materiali che non riusciamo a riciclare. È una contraddizione strutturale del sistema: stiamo intercettando più capi, ma non necessariamente capi adatti alle tecnologie di riciclo che abbiamo oggi a disposizione. Il problema non è solo la quantità, ma la qualità dei materiali che entrano nella filiera.”
Il nodo è strutturale. Una parte crescente dei capi conferiti non rispetta le soglie di composizione richieste dai processi industriali di riciclo dell’azienda, che richiede materiali con almeno il 95% di fibra pura, sia essa cotone, lana, denim o cashmere. La domanda che emerge è inevitabile: il sistema di raccolta comunica in modo inefficace oppure la qualità dei capi immessi sul mercato sta realmente peggiorando?
Non esiste una risposta unica. Nel confronto emergono ipotesi diverse, Si va dalla necessità crescente di liberarsi di capi accumulati nel tempo, ma emergono anche altri fattori come l’impatto del fast fashion e dei consumi passati, ma anche una possibile scarsa consapevolezza sulla reale composizione dei tessuti indicata in etichetta.
Nel frattempo il mercato evolve. Il paradigma delle fibre sintetiche sta cambiando e diversi grandi player del fast fashion stanno intervenendo su prezzi e strategie produttive. Il tema si sposta così su un livello più ampio.
Non è solo una questione di raccolta, ma di un sistema che fatica a valorizzare le fibre pure. Una filiera del fine vita ancora frammentata e un equilibrio fragile tra riciclo industriale e produzione tessile naturale, oggi spesso confinata a segmenti di nicchia.
Non esiste un solo modo in cui un capo d’abbigliamento arriva alla fine del suo ciclo di vita. Accanto al mercato del second hand e alle piattaforme digitali di rivendita, che alimentano una cultura del riuso sempre più diffusa, convivono i canali solidali gestiti da associazioni, Caritas e parrocchie. Qui i capi vengono selezionati, igienizzati e reimmessi sul mercato del riuso oppure avviati al riciclo industriale nei casi di non conformità.
Anche i contenitori stradali del tessile, differenziati per Comune e gestione, fanno parte di questo sistema. Introdotti nell’ambito dell’obbligo europeo di raccolta differenziata del tessile operativo dal 1° gennaio 2022, permettono oggi di intercettare anche materiali logori destinati al riciclo. Il quadro normativo deriva dal recepimento italiano del Pacchetto Economia Circolare attraverso il D. Lgs. 116/2020, che ha anticipato di tre anni la scadenza fissata a livello europeo. Gettare il tessile nell’indifferenziato non rappresenta soltanto un errore di gestione del rifiuto, ma una perdita diretta di materia prima e valore economico.