La raccolta del tessile aumenta ma la qualità crolla. Il caso Rifò Lab e il futuro dell’EPR

di Alessandra Caleca

01/07/2026

La raccolta del tessile aumenta ma la qualità crolla. Il caso Rifò Lab e il futuro dell’EPR
Leggiamo il report di sostenibilità di Rifò Lab, azienda tessile con sede a Prato, B Corp certificata dal 2020, una delle realtà leader nel panorama della moda circolare italiana. I numeri raccontano una crescita significativa. Nel 2025, grazie al servizio di raccolta e alla collaborazione con la cooperativa LF23, l’azienda intercetta 4,7 tonnellate di abiti usati, gestendo 97 punti di raccolta tra Europa, canali online e offline. Il 65% dei materiali viene avviato a riciclo: cotone, lana, cashmere e denim. Nello stesso anno vengono prodotti 78.050 capi e accessori circolari Made in Italy, effettuate 666 riparazioni e ottenute due nuove certificazioni, WFTO per la filiera e GRO per i processi produttivi.

Un modello che continua a crescere senza rinunciare ai propri principi fondativi. Alla base c’è una relazione solida con il distretto tessile di Prato e un percorso che, fin dal crowdfunding del 2017, ha mantenuto invariati i propri riferimenti: qualità, sostenibilità e responsabilità. Accanto alla produzione, Rifò sviluppa anche un impatto sociale significativo attraverso percorsi di formazione e inserimento lavorativo di persone in condizioni di vulnerabilità, contribuendo alla trasmissione del mestiere del cenciaiolo. Il tutto accompagnato da una comunicazione orientata a promuovere un consumo più consapevole e duraturo.

Il contesto normativo è in evoluzione. La raccolta del tessile in Italia si trova oggi nella fase finale di definizione del Decreto EPR tessile, atteso entro la fine dell’anno, in coerenza con gli obiettivi europei di economia circolare e riduzione dei rifiuti.

Dentro la filiera: crescita della raccolta e qualità in calo

Nel report è incluso anche un video su YouTube che documenta un confronto interno tra il founder Niccolò Cipriani e il suo team. Il tema è centrale e decisivo. Più cresce la raccolta degli abiti usati attraverso i sistemi di take-back, più aumenta la quota di materiali non idonei al riciclo industriale. Il dato è significativo, si passa dal 10% iniziale di scarti al 32% nel 2025. In questo punto interviene lo stesso Cipriani, che sintetizza così la contraddizione emergente: “Più cresce la raccolta, più cresce anche la quota di materiali che non riusciamo a riciclare. È una contraddizione strutturale del sistema: stiamo intercettando più capi, ma non necessariamente capi adatti alle tecnologie di riciclo che abbiamo oggi a disposizione. Il problema non è solo la quantità, ma la qualità dei materiali che entrano nella filiera.”

Il nodo è strutturale. Una parte crescente dei capi conferiti non rispetta le soglie di composizione richieste dai processi industriali di riciclo dell’azienda, che richiede materiali con almeno il 95% di fibra pura, sia essa cotone, lana, denim o cashmere. La domanda che emerge è inevitabile: il sistema di raccolta comunica in modo inefficace oppure la qualità dei capi immessi sul mercato sta realmente peggiorando?

Non esiste una risposta unica. Nel confronto emergono ipotesi diverse, Si va dalla necessità crescente di liberarsi di capi accumulati nel tempo, ma emergono anche altri fattori come  l’impatto del fast fashion e dei consumi passati, ma anche una possibile scarsa consapevolezza sulla reale composizione dei tessuti indicata in etichetta.

Nel frattempo il mercato evolve. Il paradigma delle fibre sintetiche sta cambiando e diversi grandi player del fast fashion stanno intervenendo su prezzi e strategie produttive. Il tema si sposta così su un livello più ampio.

Non è solo una questione di raccolta, ma di un sistema che fatica a valorizzare le fibre pure. Una filiera del fine vita ancora frammentata e un equilibrio fragile tra riciclo industriale e produzione tessile naturale, oggi spesso confinata a segmenti di nicchia.

Non esiste un solo modo in cui un capo d’abbigliamento arriva alla fine del suo ciclo di vita. Accanto al mercato del second hand e alle piattaforme digitali di rivendita, che alimentano una cultura del riuso sempre più diffusa, convivono i canali solidali gestiti da associazioni, Caritas e parrocchie. Qui i capi vengono selezionati, igienizzati e reimmessi sul mercato del riuso oppure avviati al riciclo industriale nei casi di non conformità.

Anche i contenitori stradali del tessile, differenziati per Comune e gestione, fanno parte di questo sistema. Introdotti nell’ambito dell’obbligo europeo di raccolta differenziata del tessile operativo dal 1° gennaio 2022, permettono oggi di intercettare anche materiali logori destinati al riciclo. Il quadro normativo deriva dal recepimento italiano del Pacchetto Economia Circolare attraverso il D. Lgs. 116/2020, che ha anticipato di tre anni la scadenza fissata a livello europeo. Gettare il tessile nell’indifferenziato non rappresenta soltanto un errore di gestione del rifiuto, ma una perdita diretta di materia prima e valore economico.

Textile Hub ed EPR: la nuova infrastruttura della circolarità

In questo scenario stanno nascendo i Textile Hub, poli industriali e tecnologici sostenuti anche da risorse del PNRR, destinati a trasformare la gestione del fine vita tessile attraverso sistemi avanzati di selezione automatizzata e intelligenza artificiale. Tra i più rilevanti, il polo lombardo di Rho, promosso da Vesti Solidale, già operativo con una capacità di circa 20.000 tonnellate annue. In Toscana, a Prato, è in fase di avvio un ulteriore hub con una capacità prevista di 33.000 tonnellate, destinato a rafforzare il ruolo del distretto come riferimento nazionale per il tessile circolare.

Accanto alle infrastrutture, resta centrale il ruolo dei consorzi di filiera, già attivi nella preparazione all’introduzione del meccanismo di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), che rappresenta uno dei passaggi chiave della transizione. Con l’EPR, il rifiuto tessile smette di essere un costo pubblico e diventa una responsabilità diretta dei produttori. Le imprese saranno chiamate a farsi carico dell’intero ciclo di vita dei prodotti immessi sul mercato, dall’abbigliamento agli accessori fino ai tessili per la casa. Questo cambiamento di paradigma spinge il settore verso strategie di eco-design, maggiore durabilità dei prodotti e utilizzo di materiali più sostenibili.

La fase di consultazione pubblica si è conclusa e l’adozione del decreto è attesa entro l’anno. Come ha dichiarato il Viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Vannia Gava, il provvedimento nasce da un lavoro condiviso con gli operatori del settore e punta a rendere più efficace la gestione del tessile attraverso semplificazione e responsabilizzazione della filiera.

Il caso Rifò Lab mostra con chiarezza una delle contraddizioni centrali della transizione: la crescita della raccolta non coincide automaticamente con un aumento della qualità dei materiali disponibili.

La filiera del tessile circolare si trova oggi davanti a un punto di equilibrio delicato, in cui innovazione industriale, comportamento dei consumatori e quadro normativo devono evolvere in modo coerente.

L’EPR rappresenta in questo senso un passaggio decisivo: non solo una misura regolatoria, ma un cambio di responsabilità che ridisegna il rapporto tra produzione, consumo e fine vita dei prodotti.

In questo spazio di trasformazione si gioca una partita che non riguarda soltanto l’industria della moda, ma la capacità stessa dell’economia circolare di diventare un modello scalabile e strutturale.