Nell’ambito di Cheese 2023, la biennale di Slow Food dedicata alla produzione casearia d’eccellenza che anima il centro di di Bra, c’è molto altro oltre al formaggio. Nel fitto programma di incontri, tavole rotonde e conferenze, abbiamo avuto l’occasione di prendere parte al convegno promosso dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (UniSG) in collaborazione con Filiera Futura, Terre abbandonate e ricambio generazionale.
Terre abbandonate e ricambio generazionale: lo studio
Scopo dell’incontro – a cui hanno partecipato enti, istituzioni, ricercatori e protagonisti di tante storie di recupero e rigenerazione di terreni dimenticati – è stato quello di promulgare l’avvio di uno studio nazionale volto al recupero e alla rivalorizzazione delle terre a vocazione agricola abbandonate, che costellano una buona fetta delle aree marginali del nostro Paese.
Per farlo sarà necessario elaborare strumenti atti all’individuazione, alla mappatura e al monitoraggio di tali territori e, congiuntamente a ciò, andranno sviluppate strategie che intercettino le nuove leve interessate a lavorare nel mondo agricolo, a cui però mancano le possibilità di accesso a terreni coltivabili.
Come evidenziato chiaramente da Barbara Nappini, Presidente di Slow Food Italia, nel nostro Paese viviamo una contraddizione paradossale in cui, da un lato, si assiste a un progressivo abbandono dei terreni agricoli in favore di una sempre crescente concentrazione nelle aree urbane; dall’altro, si registra un’inversione di tendenza, soprattutto tra le nuove generazioni, che vorrebbero ripopolare le aree rurali e avviare imprese agroalimentari, ma che incontrano ostacoli – talvolta insormontabili – che gli impediscono l’accesso alle terre.
Serve quindi fare rete tra i vari attori della filiera, fedeli all’approccio sistemico che si ritiene essenziale per l’attuazione di un progetto oggi più che mai necessario. Hanno partecipato tra gli altri: la prof.ssa Paola Migliorini (UniSG), Maria Beatrice Mencacci (ISMEA - Banca delle Terre Agricole), Marco Bussone (Presidente UNCEM), Matilde Casa (Associazione Fondiaria Cornalin), Armona Pistoletto (Let Eat Bi - Terre AbbanDonate), Francesco Simi (Presidente Associazione Versilia Verdelago) e Giuseppe Savino (Fondatore Vazzap).
UniSG e Filiera Futura capofila del convegno
I promotori dell’evento, come già detto, sono stati l’Università di Pollenzo e Filiera Futura. Se alla prima non servono presentazioni, è doveroso spendere qualche riga per parlare di Filiera Futura. L’associazione, costituita il 15 maggio 2020, si pone l’ambizioso obiettivo di tutelare l’unicità, promuovere l’innovazione e favorire la competitività del settore agroalimentare nazionale. Per farlo, si è ritenuto essenziale il coinvolgimento di Atenei (UniSG, Politecnico di Torino e Università di Udine), associazioni di categoria (Confartigianato Imprese e Coldiretti Italia) e fondazioni di origine bancaria (tra cui, per citarne solo alcune, Fondazione CRC, Fondazione CRT, Fondazione CARIGE ecc.).
Da un’attenta analisi delle radicali trasmutazioni che hanno interessato il comparto agroalimentare italiano nell’ultimo secolo, passato rapidamente da un’economia rurale di sussistenza a una massiccia industrializzazione e globalizzazione delle produzioni, emerge un inesorabile depauperamento di un'ampia porzione di patrimonio bioculturale agricolo, di pari passo con un impoverimento delle tipicità locali, inermi di fronte all’internazionalizzazione e all’appiattimento dei mercati.
La sfida di Filiera Futura è, pertanto, duplice. Da una parte, si propone di innovare il settore agroalimentare mantenendo, al contempo, intatte le specificità locali, la biodiversità e il patrimonio agricolo-culturale che connotano il comparto agroalimentare ed enogastronomico italiano. D’altra parte, l’individuazione e il recupero sostenibile di terreni dismessi si rende indispensabile per la riattivazione di filiere produttive abbandonate, così come per la tutela delle peculiarità bioculturali e il contrasto allo spopolamento delle aree marginali.
Cosa fare
L’azione è elemento fondamentale. Le conseguenze dell’immobilismo hanno, oramai, palesato la loro dirompente devastazione: riduzione delle biodiversità locali, abbandono delle terre, spopolamento delle aree interne e oblio culturale di pratiche e saperi tradizionali. Non è più, pertanto, il momento delle chiacchiere, bensì urge un’immediata presa di coscienza che si traduca nella messa in atto di strategie sistemiche volte alla tutela delle peculiarità territoriali e alla promozione delle eccellenze enogastronomiche locali su scala internazionale. Ciò sarà possibile soltanto sfruttando a proprio vantaggio la globalizzazione dei mercati che, anziché fagocitare le identità dei singoli, dovrà servire come vettore per l’esportazione di pratiche e tipicità altrimenti destinate a scomparire.
Un progetto, ambizioso, realizzabile soltanto se supportato da una rete di attori plurimi votati alla condivisione, coesione e collaborazione. Ragion per cui, ai sensi dello statuto di Filiera Futura, qualsiasi ente o istituzione che abbia tra i propri obiettivi la tutela e la valorizzazione del patrimonio agroalimentare italiano può aderire all’associazione, che conta già un nutrito gruppo di partner sparsi in tutto il Paese.