La sostenibilità del sé: per una manutenzione condivisa della salute mentale

di Andrea Begnini

16/10/2025

La sostenibilità del sé: per una manutenzione condivisa della salute mentale
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi un miliardo di persone nel mondo convive con un disturbo mentale. In Europa, una persona su sei presenta sintomi riconducibili a forme di ansia o depressione. In Italia, nel 2023, secondo il Rapporto Salute Mentale del Ministero della Salute, oltre 854 mila persone sono state assistite dai servizi psichiatrici, con un aumento di circa il 10% rispetto al 2022. L’Italia destina solo circa il 3,4% della spesa sanitaria nazionale alla salute mentale, una quota tra le più basse d’Europa. I disturbi psichici, che oggi interessano quasi un italiano su sei, generano un impatto economico stimato in oltre 20 miliardi di euro l’anno, tra costi diretti e perdita di produttività (“La salute mentale come motore della crescita socio-economica dell’Italia”, Angelini Pharma con The European House – Ambrosetti).

La salute mentale è un indicatore dello stato complessivo delle società contemporanee. La diffusione del disagio psichico, in forme più o meno gravi, riflette un disequilibrio diffuso che riguarda il modo in cui viviamo, lavoriamo, comunichiamo. Non è solo una questione di accesso ai servizi o di carenza di risorse, ma di sostenibilità delle condizioni di vita, individuali e collettive. In questa prospettiva emerge un quarto asse accanto a quelli ambientale, economico e sociale: la sostenibilità del sé, intesa come capacità di mantenere nel tempo la propria integrità mentale ed emotiva all’interno di sistemi sempre più complessi e accelerati.

Come ogni risorsa limitata, anche l’energia psichica è soggetta a erosione. La pressione costante, l’iperconnessione e la frammentazione dell’attenzione, tra l’altro, incidono sulla stabilità cognitiva e su quella emotiva. L’OCSE rileva che lo stress lavoro-correlato rappresenta una delle principali cause di assenza prolungata e riduzione della produttività nei Paesi industrializzati. I lavoratori che convivono con disturbi di salute mentale, come ansia o depressione, registrano in media oltre il 50% di giorni di malattia in più rispetto ai colleghi, con un impatto crescente sul benessere organizzativo e sulla sostenibilità dei sistemi occupazionali. 

Ma la questione non riguarda solo gli ambienti di lavoro e incide in ogni forma di collegamento tra la struttura dei sistemi sociali e la fisiologia della mente umana. E richiede condizioni ambientali, culturali e organizzative favorevoli: spazi di pausa reale, ritmi compatibili con i processi cognitivi, accesso equo a forme di supporto psicologico. In questa prospettiva, la salute mentale è una metrica di equilibrio sistemico: non una dimensione soggettiva, ma una condizione strutturale che misura la compatibilità tra le capacità mentali delle persone e la complessità dei sistemi in cui operano. Integrarla nelle strategie di sostenibilità significa riconoscere che la mente, come l’ambiente o l’economia, è una risorsa finita: può essere usurata, rigenerata o dispersa.

Promuovere una narrativa non necessariamente terapeutica ma sistemica della salute mentale consente di spostare l’attenzione dall’individuo al contesto. Oggi il discorso pubblico oscilla tra linguaggio clinico e motivazionale, polarizzando la complessità del fenomeno. Una prospettiva sistemica può interpretare la salute mentale come indicatore di funzionamento sociale, legato alle condizioni ambientali, organizzative e relazionali in cui si vive. Non si tratta di promuovere un “sentirsi bene”, ma di rendere sostenibili i contesti che influenzano la qualità dell’esperienza mentale. Questa impostazione colloca il dibattito nel campo della progettazione dei sistemi: la salute mentale come infrastruttura collettiva, non come competenza individuale. In tal senso, la sostenibilità del sé diventa manutenzione condivisa delle condizioni cognitive del vivere.