Come ricordava spesso Carlo Petrini, la sostenibilità non è soltanto una questione ambientale, ma riguarda la capacità di durata delle nostre azioni, dei modelli economici e delle relazioni. È un modo di abitare il tempo senza consumarlo tutto e subito, e senza compromettere il futuro. La sostenibilità oggi non è ancora pienamente un modo di “essere”, ma soprattutto un modo per “diventare”. Appartiene prima di tutto alla consapevolezza. E la consapevolezza, quasi sempre, è una conquista lenta, faticosa, sicuramente generazionale e, per questo, graduale e piena di contraddizioni. Talvolta, di paradossi.
Per questo la sostenibilità ha bisogno di entusiasmo, di partecipazione. Persino di rumore.
Lo dico perché da anni partecipo a incontri, lezioni, seminari, festival, dibattiti pubblici. E ogni volta, accanto all’interesse sincero di tante persone, sento arrivare puntuale qualcosa di subdolo. Una specie di stanchezza del pensiero. Un malumore diffuso. Una perplessità che si traveste da pragmatismo. A volte addirittura il vecchio riflesso del negazionismo, magari aggiornato, più elegante, meno aggressivo, ma sempre presente.
È il famoso “sì, però”.
Sì, però le auto elettriche non sono l’unica soluzione.
Sì, però il riciclo da solo non basta.
Sì, però tanto ormai il pianeta è compromesso.
Sì, però non siamo stati noi.
Sì, però anche produrre pannelli solari consuma energia.
Sì, però mica si può fare tutto con le rinnovabili.
Sì, però… però… però…
In parte i tanti “però” hanno un fondo di verità. Perché la sostenibilità, nella sua complessità, è davvero un percorso pieno di inciampi, di paradossi, di dubbi. Nessuno che lavori seriamente su questi temi pensa che esistano soluzioni pure, perfette o prive di contraddizioni. Sarebbe infantile crederlo.
Una volta mi sono ostinato a sostenere che la sostenibilità possa realizzarsi davvero solo dentro un sistema economico precompetitivo. E continuo a pensarlo.
Perché la transizione ecologica funziona quando alcuni obiettivi fondamentali vengono condivisi prima ancora della competizione di mercato: la tutela delle risorse, la riduzione delle emissioni, la qualità del lavoro, la salvaguardia dei territori. Sono basi comuni, non vantaggi da difendere in un regime di concorrenza.
La competizione resta necessaria, ma arriva dopo aver stabilito le regole. Si compete sull’innovazione, sull’efficienza, sulla qualità delle soluzioni. Non sulla convenienza di ignorare i costi ambientali o sociali. Le imprese più attente se ne stanno accorgendo. Capiscono che gli investimenti in sostenibilità diventano davvero produttivi quando cambiano paradigma. Ed è spesso lì che nasce anche il vantaggio competitivo più solido. Sono imprese più resilienti, più solide, che assumono, che vendono ed esportano prodotti e servizi.
Il problema nasce quando il dubbio diventa un alibi. Quando la complessità viene usata come scusa per ridurre l’impegno, per rallentare il cambiamento, per delegare sempre a qualcun altro la responsabilità di agire. In questo caso il benaltrismo diventa una condanna.
Ed è lì che bisogna reagire.
Perché mentre discutiamo all’infinito sui dettagli, la realtà continua a presentarci il conto. Le alluvioni che hanno travolto interi territori, le temperature record registrate in Europa e nel Mediterraneo, la siccità che continua a colpire alternandosi a eventi meteorologici sempre più violenti. Perfino il dibattito sul futuro dell’agricoltura, sulle città invivibili durante le ondate di calore o sull’aumento dei costi energetici dimostra che la sostenibilità guida ormai scelte che incidono sulla qualità della vita, sulla salute pubblica e sull’economia quotidiana.
Eppure, proprio mentre l’emergenza climatica diventa visibile, cresce anche una certa insofferenza verso il tema ambientale. In Europa si parla apertamente di “green backlash”, un rigetto della transizione ecologica alimentato dalla paura, dalle difficoltà economiche e da una comunicazione spesso sbagliata, troppo colpevolizzante o tecnocratica. Come se la sostenibilità fosse soltanto rinuncia, sacrificio, privazione.
Ed è forse questo uno degli errori più grandi.
Perché oggi la sostenibilità non può limitarsi ai dati, alle percentuali o agli obiettivi europei. Deve diventare racconto collettivo. Deve produrre immaginario, desiderio, partecipazione.
Ha bisogno di persone che parlano, discutono, si coinvolgono. Di scuole che aprono dibattiti. Di città che sperimentano. Di imprese che rischiano. Di ragazzi che fanno domande. Di amministratori che sbagliano ma ci provano. Perfino di chi contesta, purché lo faccia con onestà intellettuale e non per semplice pigrizia culturale.
La sostenibilità non crescerà mai nel silenzio dell’indifferenza. Non riguarda soltanto l’energia, la plastica o le emissioni. Riguarda anche il modo in cui scegliamo di essere. Il tempo che consumiamo. L’attenzione che sprechiamo. La qualità delle nostre relazioni.
Abbiamo bisogno di una sostenibilità meno imposta e più desiderata. Capace di generare entusiasmo invece che senso di colpa.
Perché le rivoluzioni culturali non nascono mai dalla paura, ma da una possibilità di futuro immaginata insieme.
E quell’energia, oggi, ha bisogno di voce. Anche di rumore.