La via circolare della seta italiana secondo il CREA

di Redazione

12/01/2023

La via circolare della seta italiana secondo il CREA

Associare l’idea della sostenibilità alla seta non è così immediato, e non solo perché tra tutti i tessuti la seta è per eccellenza una produzione di nicchia e l’emblema del lusso. Ma questo è l'obiettivo che il CREA Agricoltura e Ambiente sta perseguendo da diversi anni.  

Fino agli anni Cinquanta, anche l’Italia vantava una produzione di seta di un certo rilievo, e ancora oggi seterie famose portano avanti una tradizione tessile esclusiva che affonda le sue radici nel 1700. Ne sono un esempio le seterie di San Leucio, nel Casertano, quelle di Como in Lombardia, di Zoagli in Liguria o di San Frediano in Toscana. Ma è dagli anni Sessanta, che la bachicoltura, cioè l'allevamento di larve della specie Bombyx mori per la produzione di seta, diffusa soprattutto nel Nord Italia, è molto poco praticata, sia per l’avvento delle fibre sintetiche sia perché la seticoltura  economicamente più vantaggiosa si realizza in Oriente. 

Oggi la produzione di seta a livello mondiale, infatti, per il 75% proviene dalla Cina e per il 22% dall’India e, per quanto rappresenti soltanto lo 0,2% nella produzione mondiale di fibre tessili, purtroppo non può essere considerata sostenibile, né sotto il profilo ambientale né sociale. Le criticità riguardano l’impiego di fertilizzanti e pesticidi nella coltivazione del gelso, un largo impiego di risorse idriche, l’uso di carbone come fonte energetica per le lavorazioni della fibra, acque reflue non purificate dal contenuto di proteina organica residua. Ma anche il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori, malpagati e spesso sottoposti a turni gravosi, non può che interrogare il mondo della moda, che si avvale della pregevole bellezza di questo tessuto.  

La sfida del CREA Agricoltura e Ambiente, e nello specifico dei Ricercatori del Laboratorio di gelsibachicoltura di Padova, è proprio studiare se e come è possibile rilanciare una sericoltura realmente amica dell’ambiente, promuovendo una filiera italiana della seta redditizia per tutti gli operatori e dalla qualità certificata e interamente tracciabile.  

"Noi crediamo che ci sia ancora spazio per la bachicoltura in Italia, ma occorre che venga ricostruita una filiera che va dalla coltivazione dei gelsi, all'allevamento dei bachi fino alla lavorazione dei bozzoli e alla tessitura del filo o all'individuazione di altre applicazioni", ha dichiarato Silvia Cappellozza, responsabile del Laboratorio di Gelsibachicoltura.
 
E la risposta, ancora una volta, si chiama “economia circolare”, come nuovo paradigma di produzione e di utilizzo, alla luce del quale ripensare l’intera filiera della seta, non considerata più soltanto come fibra tessile. 
Senza trascurare il fatto che: “Le pratiche agricole legate alla gelsibachicoltura, se correttamente interpretate, hanno un ottimo impatto sul dissesto idrogeologico, sul contrasto all’erosione dei suoli, sulla diversificazione colturale e paesaggistica e sul sequestro di anidride carbonica. E il baco viene considerato un biosensore degli inquinamenti ambientali.”  

La questione centrale per ridare impulso alla produzione sostenibile della seta, risiede negli alti costi che la bachicoltura comporta, in quanto attività ad alto impiego di manodopera, ma anche nella elevata quantità di scarti.   
“Il processo di trattura (dipanatura industriale) consiste di diversi passaggi di lavorazione – spiegano i ricercatori –. Ipotizziamo di partire da 1.000 kg di bozzoli freschi prodotti dagli agricoltori: i bozzoli devono essere selezionati, perché solo i migliori vanno in trattura; ci sono, poi, limiti tecnologici alla quantità di filo totale che può essere estratto e un altro scarto è costituito dalla crisalide all’interno del bozzolo. Il rapporto finale bozzolo kg seta/kg bozzolo fresco è circa 1/10.”
Se gli scarti vengono però considerati come sottoprodotti, utilizzabili in un’ottica di economia circolare, e non più come rifiuti da smaltire, l’intero processo può diventare sostenibile sotto il profilo ambientale, economico e sociale. L’idea del Crea è stata proprio quella di cercare di valorizzare al massimo i sottoprodotti (bozzoli non atti alla trattura, sericina, crisalide) da un lato, e dall’altro, sviluppare la tracciabilità del prodotto e l’altissima qualità in termini di salubrità. 

La Regione Veneto si è dimostrata molto sensibile al sostegno dell’attività sericola, e nel corso di pochi anni ha finanziato tre progetti: 1) “La Rinascita della Via della Seta in Veneto”, per recuperare una tradizione produttiva capace di realizzare manufatti particolari, come gioielli in seta e oro e abiti preziosi, “talled” di seta della tradizione ebraica ecc.; 2) “Serinnovation”, per promuovere una rete di agricoltori che cooperasse per l’allevamento centralizzato dei bachi, la meccanizzazione e lo sviluppo di un disciplinare per la gelsibachicoltura biologica; 3) “Silk-Plus”, per  valorizzare i sottoprodotti della filiera serica in campo cosmetico e alimentare. 

“Oltre all’utilizzo della seta del bozzolo per diverse finalità, la crisalide è sfruttabile per l’alimentazione animale e fra qualche tempo, lo sarà anche per quella umana, sulla base degli ultimi sviluppi della legislazione europea sugli insetti come ‘Novel food’. Come CREA Agricoltura e Ambiente, stiamo esplorando gli utilizzi dei residui della coltivazione del gelso per finalità farmaceutiche, ma dai rami di gelso ottenuti dalla potatura e allevamento è possibile produrre bioplastiche e biomasse per l’impiego energetico.”

Ma non finisce qui: “Qualsiasi cosa si possa fare con la plastica in natura si può fare con la seta”, ha infatti affermato il prof. Kaplan della Tuft University di Boston. 
“La seta è un polimero (ossia una sorta di macromolecola) naturale – concludono i ricercatori -, e sta avendo nuovi utilizzi anche per settori diversi da quelli tradizionali: biomedico, cosmetico, biotecnologico, con la progettazione di protesi artificiali come cornee, legamenti, by-pass, ponti neuronali creati con questo materiale biocompatibile e riassorbibile dal nostro corpo; inoltre, creme, pomate, shampoo, biosensori, indumenti tecnici, filtri, film di copertura per alimenti al fine di aumentarne la conservabilità.”
La via della seta italiana sembra proprio seguire un tracciato circolare.