La Rete Italiana delle Città Circolari nasce a Genova con la manifestazione d’interesse da parte di 27 amministrazioni che rappresentano un primo e significativo impulso da parte del sistema urbano nazionale alla costruzione di un sistema per la creazione di valore dalle pratiche circolari. È un passaggio che va oltre la semplice condivisione di esperienze virtuose: è il tentativo concreto di costruire una grammatica comune con cui le città italiane possano leggere, progettare e governare la transizione ecologica. Il lancio ufficiale, oggi nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi nell’ambito del Circular City Forum e davanti a istituzioni, esperti e operatori del settore racconta quanto le città siano oggi il luogo in cui si concentrano le principali tensioni della transizione ecologica. Ospitano oltre la metà della popolazione mondiale e generano la maggior parte delle emissioni e dei consumi energetici. La scelta di costruire una rete tra amministrazioni locali introduce un elemento operativo che finora, in parte, è mancato. Coordinare politiche, condividere dati, mettere in comune progettualità e definire una forza di interlocuzione su queste tematiche incide su scala reale. Genova promuove l’iniziativa, ma la sua forza risiede e risiederà sempre di più nella capacità delle città coinvolte di agire come sistema. Non si tratta solo di “fare meglio”, come spiega l’Assessora all’Ambiente, Ciclo dei Rifiuti, Sostenibilità, Economia Circolare del Comune di Genova Silvia Pericu, ma di imparare a fare insieme, in modo più coerente, misurabile e trasformativo.
La Rete parte da 27 città. Che valore attribuisce a questo dato?
Il numero è rilevante perché fotografa una disponibilità concreta al cambiamento, ma soprattutto perché racconta un passaggio di fase. Fino a pochi anni fa l’economia circolare era spesso confinata a progetti pilota o a politiche settoriali. Oggi vediamo città molto diverse tra loro che riconoscono la necessità di lavorare su questo tema in modo sistemico. La sfida che abbiamo davanti è passare dalla somma di buone pratiche alla costruzione di sistemi, condividendo dati, strumenti e responsabilità. L’interesse di queste prime 27 realtà italiane indica che esiste già una massa critica sufficiente per costruire un’infrastruttura stabile di collaborazione. Questo significa poter partire da esperienze reali, già testate e non da ipotesi teoriche. Significa anche avere la possibilità di affrontare la complessità urbana con uno sguardo più ampio, condividendo strumenti e approcci. In altre parole, il dato quantitativo diventa qualitativo perché consente di accelerare un processo che altrimenti resterebbe frammentato.
Che tipo di contributo portano al progetto tutte queste città?
Accanto ai grandi capoluoghi come Roma, Torino, Firenze e Napoli, ci sono realtà di medie dimensioni come Parma, Verona, Perugia, Pavia, Livorno e Mantova, fino a esperienze particolari come Capannori, che ha sviluppato un percorso molto avanzato su specifiche filiere ed è inserita in iniziative europee. Genova porta in questo percorso la propria identità di città complessa, portuale e industriale, abituata a confrontarsi ogni giorno con flussi materiali ed energetici che la attraversano e la definiscono. Proprio questa natura ci insegna che la circolarità non è uno slogan, ma un modo diverso di organizzare le relazioni tra economia, territorio e qualità della vita. Questa prima composizione consente di mettere insieme livelli diversi di maturità e competenze. Alcune città hanno lavorato molto sulla gestione dei rifiuti e sull’ottimizzazione dei flussi di materia, altre sulla rigenerazione urbana o sull’innovazione nei servizi. Il contributo non è uniforme e proprio per questo diventa prezioso. La Rete non nasce per omologare, ma per costruire un sistema in cui ogni esperienza possa essere letta, adattata e, se necessario, scalata.
In che modo questa articolazione di città diventa un elemento strutturale della Rete?
Più che nella differenza dimensionale tra le città, il centro del livello di articolazione che la Rete punta a mettere insieme coinvolge capoluoghi metropolitani, città di medie dimensioni e realtà con percorsi molto specifici così da coprire un ampio spettro di politiche e strumenti legati alla circolarità. Questo permette di lavorare contemporaneamente su più livelli. Da un lato, si sviluppano indirizzi comuni e strumenti condivisi, come piattaforme dati e modelli di governance. Dall’altro, si mantengono spazi operativi in cui le singole città possono adattare le soluzioni alle proprie caratteristiche.
La Rete cerca di diventare, quindi, una struttura capace di tenere insieme coordinamento e operatività. Non limitandosi a mettere in relazione esperienze ma costruendo un sistema in cui le politiche urbane possono essere sviluppate in modo più coerente, evitando sovrapposizioni e rafforzando l’efficacia complessiva degli interventi. È un’infrastruttura di lavoro e responsabilità collettiva, non un luogo di adesione formale.
Quali strumenti concreti metterete in campo per coordinare il lavoro tra le città?
La costruzione della Rete si basa su strumenti che devono garantire continuità e concretezza. La piattaforma digitale rappresenta uno degli elementi centrali, perché consente di raccogliere, organizzare e rendere accessibili le esperienze delle città. Si tratta di uno strumento di lavoro che permette di confrontare soluzioni, valutarne l’efficacia e adattarle ai diversi contesti. Accanto a questo, la piattaforma consentirà di raccogliere ed elaborare dati utili a leggere il posizionamento della circolarità urbana e a supportare le scelte delle amministrazioni, anche attraverso il monitoraggio e la valorizzazione delle buone pratiche. I gruppi di lavoro tematici, che cercheremo di attivare, avranno il compito di approfondire ambiti specifici e di sviluppare proposte operative, mentre il modello di governance e il Manifesto che sarà costruito assieme contribuiranno a definire un quadro di riferimento stabile, capace di orientare le politiche nel medio periodo. Infrastrutture digitali e metriche comuni di valutazione diventano, infatti, sempre più essenziali per superare la frammentazione e costruire una capacità amministrativa più solida e condivisa.
Quali saranno i passaggi chiave nei prossimi mesi?
Il lavoro si concentrerà su alcuni assi prioritari che servono a dare struttura e continuità all’iniziativa. Un primo ambito riguarda la costruzione degli strumenti comuni, a partire dalla piattaforma nazionale che dovrà raccogliere e organizzare le esperienze delle città, rendendole accessibili e fruibili in modo sistematico. Parallelamente, verrà definito un modello di coordinamento che consenta alle amministrazioni di lavorare in modo stabile e non episodico. Un secondo livello riguarda l’attivazione operativa. Andranno, come detto, pensati gruppi di lavoro tematici su ambiti chiave della circolarità urbana con l’obiettivo di sviluppare progettualità condivise e rafforzare le competenze. Accanto a questo, sarà fondamentale costruire un posizionamento riconoscibile della Rete, anche attraverso un documento di indirizzo comune che definisca principi, obiettivi e linguaggio condiviso tra le città aderenti.
In che il Bilancio di sostenibilità appena presentato dal Comune di Genova dialoga con il progetto della Rete?
Il bilancio di sostenibilità introduce un cambio di prospettiva importante, perché porta al centro il tema della misurazione e della trasparenza. Non si tratta solo di comunicare ciò che è stato fatto, ma di costruire strumenti che permettano di valutare l’efficacia delle politiche e di orientare le scelte future. La Rete amplia questo approccio, perché consente di confrontare dati e indicatori con altre città. Questo confronto rende più robusta l’analisi e permette di individuare margini di miglioramento in modo più preciso. Inoltre, favorisce la costruzione di standard condivisi, che possono diventare un riferimento anche a livello nazionale. Il collegamento tra bilancio di sostenibilità e Rete crea quindi un sistema più integrato, in cui rendicontazione e progettazione si rafforzano reciprocamente.
Che ruolo avranno i territori e gli stakeholder locali nello sviluppo della Rete?
Le politiche urbane producono risultati solo se riescono a coinvolgere gli attori che operano sul territorio. Imprese, università, centri di ricerca e comunità locali rappresentano una componente essenziale del processo. La Rete offre un contesto in cui queste esperienze possono essere condivise e messe in relazione, facilitando la diffusione di modelli efficaci. Allo stesso tempo, il confronto tra città permette di sviluppare approcci più strutturati alla partecipazione e alla co-progettazione. Si tratta, in sostanza, di costruire modalità di coinvolgimento che possano essere adattate ai diversi contesti. Questo contribuisce a rafforzare l’impatto delle politiche e a renderle più aderenti alle esigenze reali. Ma la circolarità non è solo una questione tecnica: è anche sociale e culturale. Significa ripensare i modelli di consumo, rafforzare la coesione delle comunità e rendere le politiche pubbliche più accessibili e comprensibili per i cittadini, che sono i primi attori di questo cambiamento.
Quale sviluppo immagina per la Rete nei prossimi anni?
La prospettiva è quella di consolidare un sistema che possa crescere nel tempo sia in termini di numero di città coinvolte sia in termini di qualità delle attività sviluppate. Un elemento chiave sarà la capacità di rendere la Rete uno strumento stabile, capace di produrre risultati concreti e di generare valore per i territori. Parallelamente, il dialogo con le istituzioni nazionali all’interno del contesto europeo rappresenta un’opportunità importante solo se si riesce a costruire un sapere robusto e condiviso in comune. Le politiche comunitarie stanno, infatti, andando sempre più nella direzione della circolarità e della centralità delle città. Avere una piattaforma nazionale strutturata consente di inserirsi in questo scenario in modo più efficace, contribuendo anche alla definizione di modelli replicabili su scala più ampia. Genova partecipa con convinzione, mettendo a disposizione esperienze e aprendosi al confronto, con l’obiettivo di contribuire a trasformare la transizione circolare in una politica urbana concreta, stabile e misurabile nei suoi effetti sui territori.