Uno dei capitoli più rilevanti del Rapporto riguarda la governance, tema che dà il titolo stesso allo studio insieme a capitale umano e geopolitica. L'assetto proprietario delle medie imprese italiane resta fortemente concentrato: il 65% è riconducibile a un'unica famiglia o a un solo individuo, il 53% è oggi guidato dalla seconda generazione e il 28% ha ancora il fondatore al comando.
A fronte di questa centralità della componente familiare, il Rapporto rileva una scarsa strutturazione degli strumenti di governance: oltre il 40% delle imprese non adotta strumenti codificati per regolare passaggi generazionali o rapporti tra soci. Tra chi si dota di strumenti più formali prevalgono i patti di famiglia (24,7%) e gli accordi parasociali (16,1%), mentre i processi di successione restano affidati per oltre l'80% dei casi a formule interne e informali.
I consigli di amministrazione restano snelli, con una media di 3,6 membri e un amministratore unico nel 17,5% dei casi. L'età media nei board è di 60 anni, con i ruoli apicali concentrati tra i 64 e i 68 anni: uno spazio ridotto, dunque, per i profili più giovani. Il 46% degli amministratori ha una laurea e circa un quarto ha maturato esperienze internazionali, ma la diversità di genere resta bassa. Il 79% delle cariche è in mano a uomini, il 21% a donne, per lo più in ruoli privi di deleghe operative e l'apertura internazionale dei board è minima, con appena il 3,3% di consiglieri stranieri. Resta invece fortissimo il radicamento territoriale: il 65% degli amministratori lavora nella stessa provincia in cui è nato.
Anche sul fronte del capitale, la prudenza domina: il 45% delle imprese non esclude l'ingresso di capitali terzi in futuro ma non lo valuta nell'immediato, il 38% lo rifiuta esplicitamente e solo il 17% è orientato ad aprirsi nel breve periodo. Quando l'apertura viene presa in considerazione, i motivi principali sono il finanziamento di acquisizioni (56,7%) e nuovi investimenti (41,4%), mentre il timore più diffuso resta la perdita di autonomia decisionale (58,9%). Tra i potenziali investitori, le imprese preferiscono nettamente operatori industriali (68,6%) rispetto a fondi finanziari puri, cercando un partner stabile capace di trasferire competenze strategiche più che solo capitali.