Paolo Bertolani, il poeta che rubava le poesia alla letteratura
È proprio lui il “Custode delle voci”, Paolo Bertolani. Nato a Lerici il 26 gennaio 1931 e morto ad Arcola il 19 febbraio 2007, Bertolani è stato uno dei poeti dialettali più rilevanti del secondo Novecento italiano, legato indissolubilmente alla Serra di Lerici, il piccolo borgo collinare del Golfo dei Poeti dove nacque e a cui restò fedele per tutta la vita. Lavorò come vigile urbano, senza mai fare una multa e senza nemmeno prendere la patente. Ma scriveva, lo faceva in silenzio, defilato, quasi appartato, nascosto nel dialetto, la lingua che sua nonna gli parlava da bambino, una lingua “dal lessico campagnolo e dalla meravigliosa musicalità”.
Me lo ero dimenticato, ma credo di dovergli molto. Fu uno dei primi a rassicurarmi sull’assurda ambizione che avevo di fare il giornalista culturale. Ambizione che mi era stata trasmessa da un altro poeta che lui mi aveva presentato, Attilio Bertolucci. La madelaine finisce qua.
Eh sì, perché nonostante la fama relativamente circoscritta rispetto ad altri poeti del suo tempo, Bertolani ebbe frequentazioni di primo piano: lo stesso Bertolucci, ma poi Vittorio Sereni, Mario Soldati, Luciano Erba, Charles Tomlinson. Ottenne la cittadinanza onoraria di Lerici e di Castelnuovo Magra per il suo legame con il territorio del Golfo, e la sua opera, scritta “sottovoce”, resta tra le più autentiche testimonianze di una poesia che nasce dal luogo e vi rimane radicata. Sarebbe piaciuto a Francesco Guccini, di sicuro appartiene alla geografia culturale di Vinicio Capossela.
Sul palco, accanto a Vinicio, alcuni dei suoi complici musicali di sempre: Alessandro “Asso” Stefana, Vincenzo Vasi, Daniela Savoldi e Vincenzo Costantino Cinasky, insieme all’Antica Rumeria Lagrima de Oro. Con Cinasky, in particolare, il legame è lungo e racconta un’idea di musica come rito collettivo, non come esibizione solista.
Le tredici urgenze del nostro tempo
Intanto è salito sul palco. Sta provando alcuni pezzi, quasi tutti tratti da “Tredici canzoni urgenti”, l’album del 2023 che ha vinto la Targa Tenco come miglior disco dell’anno. Ricordo che, presentando il disco, lo stesso Capossela ha detto di aver sentito che “il tempo per rimandare le questioni urgenti non è illimitato”, e che quelle tredici canzoni erano nate come diretta conseguenza del momento storico che stiamo vivendo. Pezzi come La crociata dei bambini, primo singolo uscito nell’anniversario dell’invasione dell’Ucraina, fino a Il tempo dei regali, che affrontano le grandi problematiche del nostro tempo attraverso il filtro della grande letteratura, senza mai scadere nel citazionismo fine a sé stesso.
Fra le Tredici canzoni urgenti, soprattutto una, quella sera nel bosco, diventa urgentissima: Staffette in bicicletta. Capossela ne ha raccontato la genesi quando, durante una passeggiata in bicicletta del 25 aprile a Scandiano, suo paese d’origine, vide dipinti su un muro una trentina di nomi di donne, sotto la scritta “omaggio alle staffette partigiane”. Nomi antichi caduti in disuso, che raccontavano un’Italia diversa, quella della Resistenza e del Dopoguerra.
Il brano è costruito come una filastrocca che recita a memoria quei nomi, Vanda, Gina, Rosina, Iside, Stella, che scandiscono il ritmo, in un crescendo che da lista si fa epica, stiria, battaglia. Le staffette, quasi sempre giovanissime, non potevano imbracciare le armi, ma ricoprirono un ruolo altrettanto rischioso e fondamentale nel collegamento e nel trasporto di armi e messaggi durante la lotta di Liberazione. Spesso lo facevano in bicicletta. Il testo restituisce dignità a una “storia minore”, troppo spesso trascurata, alcune volte dimenticata.
Improvvisamente dal pianoforte escono le note di I musicanti di Brema. Qua dobbiamo andare più indietro nel tempo, nel 2019, quando Capossela decide di riscrivere la celebre fiaba dei fratelli Grimm tradotta da Gramsci. Un asino, un cane, un gatto e un gallo, tutti dichiarati esuberi, scartati e inutili dai rispettivi padroni perché troppo vecchi o non più produttivi, decidono di unirsi e camminare insieme verso Brema, per suonare nella banda municipale. Ognuno porta con sé lo scarto che lo ha reso inutile agli occhi altrui (la voce roca dell’asino, i denti spuntati del gatto) e lo trasforma in materia sonora, in motivo per stare insieme.
È una favola sull’inutilità come punto di partenza, non come condanna. Gli scartati, messi insieme, diventano un’orchestra, diventano futuro. Un tema che risuona, ancora una volta, con la vocazione di Capossela a raccogliere le voci che il mondo produttivo, o la Storia con la esse maiuscola, tende a mettere ai margini, che siano animali da soma, staffette partigiane dimenticate, o castagni di un bosco che nessuno pensava potessero parlare. Per uno come me che per mestiere e vocazione dirige Italia Circolare, questo è un inno alla gioia. Per i miei nonni la parola “rifiuto” significava dire no. Altro che civiltà dello scarto.
Vent’anni di “Ovunque proteggi”
Il 2026 porta con sé un anniversario prezioso. Sto parlando dei vent’anni di “Ovunque proteggi”, il disco che nel 2006 valse a Capossela la Targa Tenco e che Rolling Stone Italia colloca tra i sei migliori album italiani di sempre. Un lavoro che supera la forma canzone e si confronta con temi universali come il rapporto con il sacro e la caducità di ciò che è mortale. Un disco che, disse lo stesso autore, nasceva dal bisogno di “scavare nelle coordinate terrene che ci tengono lontani dal cielo”. La canzone è una preghiera d’amore, che invoca protezione in ogni condizione della vita, nella gioia come nel dolore. Il concetto finirà con queste parole.
Fra i castagni del bosco di Fosdinovo e la voce di Paolo Bertolani, fra le tredici urgenze del nostro tempo che bisogna ascoltare, con le voci che tornano a raccontare la storia e il canto di una preghiera laica e spirituale scritta vent’anni fa, si disegna il profilo di un artista che non ha mai smesso di considerare la canzone come responsabilità capace di arrivare davvero “al cuore della rivolta”.
Ma secondo voi, ho parlato del concerto?