L’Erbolario racconta la natura dentro e fuori il prodotto

di Alessandra Caleca

11/09/2026

L’Erbolario racconta la natura dentro e fuori il prodotto
Quando mettiamo una crema L’Erbolario sul viso, scegliamo un profumo o uno dei suoi prodotti per la cura del corpo, difficilmente immaginiamo che, alle porte di Lodi, molte delle piante che hanno ispirato quelle formule crescono davvero.

Altea, assenzio, calendula, dragoncello, echinacea, issopo, lavanda, malva, melissa, menta, rosmarino e salvia sono alcune delle specie coltivate nell’orto botanico dell’azienda che vengono trasformate in estratti e acque distillate nel Laboratorio di Estrazione, che si trova a pochi metri dall’orto. L’azienda dichiara di produrre internamente oltre 350 tra estratti e acque distillate aromatiche, utilizzando acqua, glicerina vegetale e olio di girasole biologico come solventi. C’è anche un altro dettaglio che dice molto della storia di questo marchio: prima che diventasse un gruppo presente in 42 Paesi, L’Erbolario era una piccola erboristeria artigiana nata a Lodi nel 1978. Oggi la produzione è ancora interamente italiana e nessuna fase produttiva è stata delocalizzata in Paesi terzi. Dalla pianta al cosmetico, dunque, bisogna guardare anche a ciò che succede al prodotto, al suo packaging, ai suoi scarti, all’energia necessaria per realizzarlo e al territorio nel quale l’impresa opera. È questo il percorso che L’Erbolario prova a raccontare nella sua ultima Relazione d’Impatto.

Una produzione italiana, dalle piante al prodotto

La villa di San Grato, alle porte di Lodi, è il cuore produttivo de L’Erbolario. Lo stabilimento si trova nel cuore del Parco Naturale Adda Sud e occupa un’area verde di circa 200 mila metri quadrati, dove l’azienda dichiara la presenza di oltre 30 mila tra alberi, arbusti ed erbe spontanee. È un ambiente che somiglia poco all’immagine tradizionale di un impianto industriale. Eppure qui si producono cosmetici su scala industriale, con laboratori, reparti produttivi e un polo logistico.

La storia comincia nel 1978, quando Daniela Villa e Franco Bergamaschi aprono a Lodi una piccola erboristeria artigiana. Quasi cinquant’anni dopo, L’Erbolario è diventato un gruppo strutturato, con una rete di 4.500 punti vendita in Italia, 215 negozi in franchising, di cui 14 all’estero, e una distribuzione in 42 Paesi. Nel 2021 l’azienda ha scelto di diventare Società Benefit, inserendo nel proprio statuto l’impegno verso il beneficio comune. La Relazione d’Impatto è quindi il documento con cui ogni anno racconta i risultati raggiunti e gli obiettivi successivi. La produzione è rimasta italiana. L’azienda dichiara di non aver mai delocalizzato alcuna fase produttiva in Paesi terzi e di formulare e preparare i propri fitocosmetici secondo le Pratiche di Buona Fabbricazione. A completare questo modello c’è Erbamea, la società del gruppo specializzata in piante officinali e integratori alimentari, che rappresenta anche un importante fornitore di materie prime vegetali.

A Lodi, intanto, il percorso delle piante prosegue dentro i laboratori. Il Laboratorio di Estrazione produce oltre 350 estratti e acque distillate aromatiche e sottopone le materie prime vegetali a controlli molto articolati: tra questi, L’Erbolario indica anche analisi multiresiduali finalizzate a escludere la presenza di oltre 600 diversi fitofarmaci. La ricerca e sviluppo rappresentano un passaggio decisivo della filiera. Nei laboratori dell’azienda si usano materie prime di derivazione vegetale, tra estratti, oli, burri e cere, e si selezionano anche emulsionanti e tensioattivi di origine vegetale, derivati da avena, orzo e riso. L’origine vegetale riguarda anche alcuni ingredienti funzionali necessari per ottenere la consistenza, la stabilità o la texture del prodotto. L’azienda dichiara di non utilizzare ingredienti OGM e nanoparticelle.

Certificazioni e packaging

Dal 2002 L’Erbolario dispone di un Sistema di Gestione Ambientale certificato secondo la norma UNI EN ISO 14001. Dal 2005 le attività agricole dell’orto botanico sono certificate biologiche da ICEA, con l’eccezione di una piccola parte ornamentale del giardino gestita con tecniche di agricoltura integrata. Sul fronte del packaging, l’azienda utilizza materiali diversi a seconda delle applicazioni come il Green PE derivato al 100% da canna da zucchero, RPET proveniente dal riciclo di bottiglie post-consumo e carta certificata FSC. Nel 2025 sono stati introdotti due sistemi ricaricabili per la linea CollagenAttivo, con ricariche in alluminio riciclato. Secondo i dati riportati nella Relazione d’Impatto, la quota di materiali riciclati impiegati nella realizzazione e nel confezionamento dei prodotti di punta è cresciuta dal 2% del 2024 al 7% del 2025, passando da 63 a 234 tonnellate. Anche la gestione dei rifiuti mostra una progressione: la quota sottratta allo smaltimento è salita dal 72% del 2023 al 79% del 2025.

Quando un prato smette di essere soltanto un prato

Quando un prato smette di essere soltanto un prato
Tra il 2024 e il 2025 L’Erbolario ha trasformato circa 3.000 metri quadrati di prato ornamentale vicino al polo logistico in un prato fiorito, introducendo specie attrattive per gli impollinatori e prevedendo un solo sfalcio annuale. La superficie non è enorme rispetto ai 200 mila metri quadrati complessivi dell’area, ma cambia la funzione di quello spazio trasformandolo in un piccolo habitat. La stessa logica si ritrova nelle 60 casette-nido installate nell’area verde dello stabilimento per offrire rifugio alle api mellifere selvatiche. Non si tratta di un progetto di apicoltura: l’azienda specifica che non prevede la gestione degli sciami né il prelievo di miele o favi. L’eventuale insediamento viene semplicemente monitorato, lasciando gli insetti liberi di svolgere la loro attività naturale. A questo si aggiunge un progetto di riqualificazione dei fontanili presenti su circa 16 ettari di proprietà adiacenti allo stabilimento, con l’obiettivo di favorire la presenza di anfibi e uccelli migratori e contribuire alla protezione di Knipowitschia, una specie ittica endemica del Nord Italia indicata dall’azienda come minacciata d’estinzione. È un esempio interessante di come il tema della biodiversità possa entrare nella gestione concreta di un’area produttiva.

La parte invisibile del prodotto

Per la prima volta il Gruppo ha ampliato il calcolo della propria impronta climatica alla catena del valore, andando oltre le sole emissioni direttamente riconducibili agli stabilimenti. Lo Scope 1 riguarda le emissioni dirette dell’azienda; lo Scope 2 quelle indirette legate all’energia acquistata; lo Scope 3 comprende invece una parte molto più ampia delle attività che avvengono lungo la catena del valore.

Ed è proprio nello Scope 3 che si concentra la parte principale dell’impronta indicata nel Report: beni e servizi acquistati, beni capitali, attività energetiche a monte, trasporti e distribuzione, rifiuti, spostamenti, viaggi di lavoro e franchising. Secondo i dati riportati nella Relazione, le emissioni GHG complessive sono pari a 14.936 tonnellate di CO₂ equivalente su base market-based, con circa il 96% attribuito allo Scope 3. Le emissioni Scope 1 sono invece indicate in 565 tonnellate di CO₂ equivalente, in diminuzione del 5% rispetto all’anno precedente, anche grazie alla riduzione del 20% del consumo di gasolio della flotta aziendale. Essere realmente sostenibili significa guardare all’intera vita dei prodotti. Significa considerare la natura come origine del prodotto, ma anche come responsabilità.

Intanto nel 2025 il consumo energetico complessivo del Gruppo, secondo i dati riportati nella Relazione d’Impatto, è aumentato del 6%, passando da 21.485 GJ nel 2024 a 22.730 GJ nel 2025. Allo stesso tempo, il 96% dell’elettricità utilizzata proviene da fonti rinnovabili, attraverso una combinazione di autoconsumo fotovoltaico e acquisti dalla rete accompagnati da Garanzie d’Origine. L’azienda indica inoltre un impianto fotovoltaico da 1.677 kWp tra le fonti della propria produzione energetica.

L’Erbolario ha scelto di rimanere a Lodi e di mantenere in Italia le proprie fasi produttive. E ha costruito intorno allo stabilimento una parte importante della propria identità, un laboratorio a cielo aperto nel quale sperimentare interventi sulla biodiversità, dal prato fiorito ai fontanili, fino alle casette-nido per le api selvatiche. Il percorso è destinato a evolvere. Un’impresa non diventa sostenibile e circolare perché ha trovato una soluzione definitiva alla sua riduzione d’impatto. Diventa più sostenibile e circolare quando conosce meglio quanta materia ed energia consuma e rigenera, misura ciò che prima non misurava e usa quei dati per decidere come proteggere l’ecosistema. Perché la natura prima di tutto è sinonimo di responsabilità.