Il rapporto "
State of the Nation 2026" non è stato concepito come un elogio dell'industria del ciclismo. Al contrario, si presenta come un "reality check" necessario per comprendere come la bicicletta sia effettivamente vissuta oggi dalle famiglie, dai pendolari e da chi naviga quotidianamente tra infrastrutture spesso carenti.
Shimano, con l'obiettivo dichiarato di aumentare il numero di ciclisti in Europa per promuovere salute e felicità attraverso il contatto con la natura, ha scelto di indagare tre pilastri fondamentali: manutenzione, sicurezza dei bambini e infrastrutture. I dati raccolti sono segnali, non verdetti, ma indicano con chiarezza dove l'azione politica e industriale deve concentrarsi per evitare che la bicicletta diventi un "mezzo del passato" anziché il motore di una mobilità futura sana e sostenibile.
La Manutenzione: dove l'entusiasmo incontra la realtà
Uno dei dati più sorprendenti del rapporto riguarda l'impatto che la difficoltà di mantenere una bicicletta ha sull'uso effettivo del mezzo. La manutenzione non è semplice e l'assistenza post-vendita è il momento decisivo in cui una persona sceglie se continuare a pedalare o tornare all'automobile.
In Europa, 212 milioni di persone incontrano barriere quando devono riparare la propria bici. Queste barriere si traducono in:
- 1. Costi elevati: In paesi come la Svizzera e la Finlandia, il 52% di chi ha problemi cita il costo come ostacolo principale.
- 2. Tempi di attesa biblici: La Germania detiene il record negativo, con il 33% degli utenti che lamenta attese eccessive nelle officine.
- 3. Mancanza di negozi: In Romania, il 42% dei ciclisti non ha un negozio di bici locale raggiungibile o ne trova gli orari proibitivi.
- 4. Sfiducia nelle competenze: In Turchia, ben il 27% dei intervistati non ha fiducia nelle abilità tecniche dei meccanici locali.
Il rischio strutturale per l'industria è evidente: quando tenere una bici in strada diventa complesso, costoso o incerto, la partecipazione cala. Il dato sui giovani è particolarmente preoccupante per un magazine ambientale: se la Generazione Z e i Millennials, i più sensibili al tema del cambiamento climatico, trovano difficile mantenere una bici, perderemo i difensori della mobilità dolce di domani.
Sicurezza dei bambini: un futuro in stallo
Se non rendiamo il ciclismo sicuro per i bambini, stiamo scegliendo un futuro in cui ci si muoverà meno e si vivrà in modo meno connesso. La percezione pubblica suggerisce che i progressi sulla sicurezza dei più piccoli stiano rallentando in molti mercati chiave.
Esiste una correlazione diretta tra la fiducia dei genitori e l'abitudine dei figli: se un genitore non si sente sicuro, il bambino non inizierà mai a pedalare, mancando così l'occasione di sviluppare un'abitudine che duri tutta la vita.
La Polonia si distingue positivamente (60% di opinioni favorevoli), mentre la Grecia si trova all'estremo opposto, con il 58% dei cittadini che ritiene il ciclismo per bambini meno sicuro rispetto al passato. Sorprende il dato dei Paesi Bassi, quarti dal basso per miglioramenti percepiti nella sicurezza infantile nell'ultimo anno, segno che anche dove la cultura della bici è radicata, non ci si può permettere di stare fermi.
Cosa chiedono gli europei? La risposta è univoca: infrastrutture protette. Il 65% degli intervistati ritiene che piste ciclabili sicure e zone car-free siano la priorità assoluta, molto più di campagne di sensibilizzazione o sussidi economici.
Infrastrutture: Il paradosso dei pionieri ciclabili
L'infrastruttura è l'elemento abilitante che permette alle persone di godersi la vita in sella. Sebbene a livello europeo ci sia un generale accordo sul fatto che le reti ciclabili stiano migliorando, emerge un fenomeno interessante: i "mercati maturi" come Danimarca e Paesi Bassi riportano alcuni dei punteggi più bassi.
Questo non significa necessariamente un fallimento, ma riflette un’altissima aspettativa. In questi paesi, i piccoli progressi incrementali vengono percepiti meno, mentre la stagnazione viene notata subito. Il pericolo è che questi modelli di riferimento perdano slancio, trasformando il ciclismo in una "modalità legacy" invece di un driver dinamico di innovazione urbana.
Al contrario, paesi come Francia (+60%) e Polonia (+67%) mostrano un dinamismo straordinario, con cittadini che percepiscono chiaramente lo sforzo delle amministrazioni locali nel creare nuovi spazi per le due ruote.
Focus Italia: luci e ombre
L'Italia presenta un quadro complesso che riflette le sue storiche contraddizioni. Il 74,7% degli italiani possiede una bicicletta, un dato in linea con la media europea, ma le criticità sono profonde.
Sul fronte delle infrastrutture, il 47% degli intervistati vede miglioramenti, un segnale positivo ma ancora lontano dall'entusiasmo francese.
Tuttavia, la sicurezza dei bambini rimane una nota dolente: il 41% degli italiani non concorda sul fatto che pedalare sia diventato più sicuro per i piccoli, un dato che ci pone in una posizione di svantaggio rispetto alla media continentale.
Ma è nella manutenzione che l'Italia mostra le ferite più evidenti:
- • Il 28% degli italiani lamenta tempi di attesa troppo lunghi dai rivenditori.
- • Il 34% soffre per la mancanza di negozi di prossimità o per orari di apertura scomodi.
Nonostante ciò, gli italiani sembrano resilienti: le barriere alla manutenzione hanno un impatto minore sulla frequenza d'uso rispetto ad altri paesi, con "solo" il 20% che riduce drasticamente l'attività ciclabile a causa di problemi meccanici.
Le conclusioni del rapporto
Il messaggio del rapporto "State of the Nation 2026" è chiaro: stare fermi non è un'opzione. Se vogliamo che la bicicletta contribuisca seriamente alla riduzione delle emissioni e al miglioramento della salute pubblica, dobbiamo affrontare le frizioni che oggi allontanano le persone dal suo utilizzo.
Non basta costruire piste ciclabili se poi le biciclette restano ferme in garage perché ripararle costa troppo o richiede mesi di attesa. Non basta promuovere la bici come mezzo ecologico se i genitori hanno paura a lasciare che i propri figli la usino per andare a scuola.
La sfida per il prossimo decennio sarà quella di costruire un ecosistema ciclabile resiliente, dove l'infrastruttura fisica sia supportata da una rete capillare di assistenza tecnica e da una cultura della sicurezza che metta al centro i più vulnerabili. Solo così la bicicletta potrà passare da "alternativa per pochi entusiasti" a "colonna vertebrale della mobilità europea".