Se si guarda la mappa dell’Italia culturale dall’alto, la geografia racconta una storia di concentrazione ma anche di movimento. Il Lazio è la regione con la più alta incidenza culturale sull’economia regionale, l’8,1%, un primato che si spiega con la presenza di Roma e con la densità delle sue istituzioni culturali, delle attività audiovisive, editoriali e delle funzioni amministrative del Paese. La Lombardia, pur con un’incidenza leggermente inferiore, resta la locomotiva in termini assoluti: oltre 33 miliardi di euro di valore aggiunto generato dal Sistema Produttivo Culturale e Creativo, un numero che nessun’altra regione avvicina.
Subito dopo questi due giganti si colloca il Piemonte, con un’incidenza del 6,5%, mentre Veneto e Toscana condividono la quarta posizione con il 5,6%. Sono territori in cui il patrimonio storico si fonde con sistemi produttivi maturi e con una fitta rete di imprese creative. L’Emilia-Romagna, con quasi 10 miliardi di euro generati dal settore e un’incidenza del 5,4%, e le Marche, al 5,3%, dimostrano come anche regioni meno centrali nel racconto pubblico della cultura italiana sappiano integrare manifattura di qualità, artigianato e creatività in un unico ecosistema produttivo.
Più giù nella graduatoria si trovano Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Campania e Umbria — territori economicamente più piccoli ma capaci, ciascuno a modo suo, di generare valore culturale in proporzioni significative. Il Friuli-Venezia Giulia si ferma al 5,2%. Ma è la Campania la vera sorpresa di questa parte della classifica: con quasi 5,9 miliardi di euro di valore aggiunto e un’incidenza del 4,6%, supera diverse regioni del Centro-Nord, diventando l’eccezione più evidente in un Mezzogiorno che tradizionalmente mostra livelli di specializzazione culturale inferiori alla media nazionale. Seguono Abruzzo al 3,7%, Sicilia al 3,6%, Basilicata al 3,5%, Puglia al 3,4%, Molise e Calabria al 3,3%, mentre Sardegna e Valle d’Aosta chiudono la graduatoria sotto il 3,2%.
Ma è quando si guarda alla crescita, più che ai livelli assoluti, che il racconto del Sud diventa davvero interessante. Nel Mezzogiorno il Sistema Produttivo Culturale e Creativo cresce del 3,7%, un ritmo superiore alla media nazionale, mentre il Core Cultura sale del 2,8%. E la Campania, in particolare, conquista un primato nazionale che nessuna regione del Nord può vantare: è la prima in Italia per crescita di imprese culturali e creative nel quinquennio 2021-2025, con un incremento del 12,3%. Alle sue spalle si muovono il Molise, con l’11,8%, e il Trentino-Alto Adige, con l’11,7%. Poco più indietro Abruzzo (11,5%), Sicilia (11,4%), Basilicata (10,4%) e Calabria (10,1%) — sei regioni, quasi tutte meridionali, che nell’arco di cinque anni hanno visto crescere il proprio tessuto imprenditoriale culturale a ritmi che il Nord Italia, pur restando più ricco in termini assoluti, non riesce a eguagliare.
Nella geografia delle province, Milano non ha rivali: guida sia la classifica del valore aggiunto, con un’incidenza del 10,1% sull’economia provinciale, sia quella dell’occupazione, al 10,0%. Roma segue con il 9,0% di valore aggiunto, Torino con l’8,4%. Ma è la presenza di Arezzo, al quarto posto con l’8,1%, a colpire di più: una provincia toscana di dimensioni medie che si inserisce tra le grandi metropoli grazie a una fortissima integrazione tra tradizione artigianale, oreficeria e creatività. Firenze, al quinto posto con il 7,6%, e Vicenza, sesta con il 6,8%, completano un quadro in cui la cultura non è solo affare di grandi capitali, ma anche di territori medi capaci di trasformare il proprio saper fare in valore economico misurabile. Sul fronte occupazionale la classifica si ricompone leggermente: Milano resta prima con il 10,0%, ma Firenze scavalca Roma salendo al secondo posto con l’8,5%, davanti alla Capitale, ferma all’8,4%, e ad Arezzo, all’8,2%, con Torino che chiude la top five all’8,0%.