L'Italia della raccolta è già realtà. Ora deve diventare l'Italia della circolarità

di Paolo Marcesini

02/06/2026

L'Italia della raccolta è già realtà. Ora deve diventare l'Italia della circolarità
Percentuali, classifiche, record. Comuni virtuosi contro Comuni in ritardo. Una competizione che ha avuto il merito di diffondere una nuova cultura ambientale e di coinvolgere milioni di cittadini in una delle più importanti trasformazioni civiche degli ultimi decenni.
Oggi, però, quella stagione non basta più.

Il Green Book 2026 della Fondazione Utilitatis racconta un Paese che ha imparato a raccogliere i rifiuti, ma che deve ancora completare il passaggio decisivo: trasformarli in valore economico, industriale e sociale.

La differenza non è semantica. È sostanziale.
Nel 2024 l'Italia ha prodotto 29,9 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, con una crescita del 2,3% rispetto all'anno precedente. La raccolta differenziata ha raggiunto il 68%, confermando una delle performance più avanzate in Europa. Ma il tasso di preparazione per il riutilizzo e il riciclo si è fermato al 52%.

È proprio in questo scarto che si nasconde la vera sfida della transizione circolare.
Perché raccogliere bene non significa necessariamente riciclare bene.
La circolarità si realizza quando ciò che viene raccolto torna effettivamente a essere materia prima, quando il rifiuto rientra nel ciclo produttivo e genera nuovo valore. In altre parole, quando l'economia del recupero diventa economia della rigenerazione.

Il Green Book ci invita a cambiare prospettiva. Non basta più valutare la quantità dei materiali intercettati. Occorre misurare la capacità del sistema di trasformarli in nuove risorse.
In un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, scarsità di materie prime e crescente competizione industriale, questa capacità assume un significato strategico.
L'economia circolare non è più soltanto una politica ambientale. È una politica industriale.

I numeri lo dimostrano. Il settore italiano della gestione dei rifiuti urbani genera circa 19 miliardi di euro di fatturato e occupa oltre 122 mila addetti. Nel solo 2024 gli investimenti hanno raggiunto circa 2 miliardi di euro, più del doppio rispetto a meno di dieci anni fa.
Dietro questi dati emerge una filiera sempre più centrale per la competitività del Paese.

Eppure le criticità non mancano.
Una delle questioni più rilevanti riguarda il sistema della responsabilità estesa del produttore (EPR), destinato a diventare uno degli strumenti fondamentali dell'economia circolare europea.
Come sottolinea il Green Book, «l'effettiva applicazione del principio "chi inquina paga" richiede che i sistemi EPR assicurino la corretta copertura dei costi efficienti sostenuti dai gestori lungo la filiera del post-consumo, evitando che gli oneri della circolarità siano trasferiti impropriamente sulla tariffa e sugli utenti finali».
Una riflessione che va oltre gli aspetti tecnici. Significa stabilire chi sostiene realmente il costo della transizione ecologica e come distribuire in modo equo le responsabilità lungo la catena del valore.

Ma il vero nodo resta quello degli impianti.
L'Italia continua a presentare forti squilibri territoriali nella capacità di trattamento dei rifiuti. Le carenze risultano particolarmente evidenti nella gestione della frazione organica e del rifiuto residuo, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle Isole.
Il Green Book parla di un fabbisogno impiantistico ancora significativo e richiama la necessità di accelerare gli investimenti infrastrutturali per raggiungere gli obiettivi europei fissati al 2035: almeno il 65% di riciclo e non oltre il 10% di conferimento in discarica.

È un tema che il dibattito pubblico continua troppo spesso a rimuovere. Dobbiamo essere chiari: senza impianti non esiste economia circolare. Esistono soltanto rifiuti che viaggiano da un territorio all'altro, aumentando costi, emissioni e conflitti sociali.
La transizione ecologica richiede certamente innovazione, partecipazione e comportamenti responsabili. Ma richiede anche infrastrutture adeguate, pianificazione e capacità industriale.

La geografia della circolarità coincide ancora, in larga misura, con la geografia degli impianti.
Laddove esistono strutture moderne e integrate, i risultati ambientali ed economici migliorano. Dove gli impianti mancano, aumentano i costi e diminuisce l'efficienza complessiva del sistema.

Questa disomogeneità si riflette anche sulle tariffe.
Nel 2025 la TARI media nazionale ha raggiunto i 333 euro annui, con differenze significative tra le diverse aree del Paese: 288 euro al Nord, 358 euro al Centro e 378 euro al Sud.
Non si tratta soltanto di numeri.
Dietro queste differenze si nascondono modelli organizzativi differenti, disponibilità infrastrutturali diverse e capacità non omogenee di valorizzare i materiali raccolti.

La sostenibilità, dunque, non è un costo aggiuntivo. Quando il sistema funziona, diventa un fattore di efficienza e competitività.

Anche sul piano della governance il Green Book evidenzia margini di miglioramento. La frammentazione amministrativa e la prevalenza di affidamenti di durata limitata continuano a rendere più difficile la programmazione di investimenti di lungo periodo.
Eppure la transizione ecologica richiede esattamente il contrario: visione, stabilità e capacità di pianificare infrastrutture che producano benefici per decenni.

L'Italia dispone già di molte delle competenze necessarie per vincere questa sfida. Possiede filiere industriali mature, imprese innovative, tecnologie avanzate e una consolidata cultura del recupero dei materiali.
Quello che manca è il passaggio definitivo dalla logica dell'emergenza a quella della strategia.

Dobbiamo smettere di considerare i rifiuti come il punto finale del ciclo economico e iniziare a vederli come il punto di partenza di una nuova produzione.
È questa la lezione più importante che emerge dal Green Book 2026.

Il futuro dell'economia circolare non dipenderà dalla capacità di raccogliere più rifiuti. Dipenderà dalla capacità di trasformarli in nuova materia, nuova energia, nuova occupazione e nuova competitività industriale.
In fondo, la vera sfida non è differenziare di più ma dare nuovo valore a ciò che oggi continuiamo impropriamente a chiamare rifiuto.