Un'inchiesta pubblicata da The Guardian riporta al centro del dibattito europeo una domanda scomoda ma necessaria: quanto è davvero sostenibile la plastica che troviamo sugli scaffali dei supermercati con l’etichetta “riciclata”?
L’inchiesta mette in discussione la sostenibilità del riciclo chimico della plastica tramite pirolisi, denunciando possibili pratiche di greenwashing da parte dell’industria del packaging. Secondo il quotidiano britannico molti imballaggi pubblicizzati come “riciclati” conterrebbero in realtà solo una piccola quota di materiale ottenuto da pirolisi, mescolato in larga parte con plastica vergine derivata dal petrolio.
L’inchiesta evidenzia inoltre che il processo di pirolisi è energivoro e potrebbe non garantire i benefici climatici dichiarati. Il tema è particolarmente rilevante mentre l’Unione Europea sta rivedendo le norme sugli imballaggi: secondo i giornalisti, senza criteri più rigorosi si rischia di legittimare etichette ambientali poco trasparenti.Il quotidiano britannico mette quindi in luce un meccanismo poco noto ai consumatori, ma cruciale per capire la qualità della transizione ecologica in corso.
Di cosa si tratta? Il nodo riguarda il cosiddetto riciclo chimico, in particolare la pirolisi. A differenza del riciclo meccanico – che recupera e ritrattata la plastica trasformandola nuovamente in materia prima seconda – la pirolisi scompone i rifiuti plastici ad alte temperature producendo un olio che, per poter essere riutilizzato nei processi industriali, viene spesso miscelato in larga parte con materia prima vergine di origine fossile. È qui che si apre una cosiddetta zona grigia: anche quando la percentuale di materiale derivato da rifiuti è minima rispetto alla componente petrolchimica, il prodotto finale può essere contabilizzato come “contenente plastica riciclata”, grazie a sistemi di bilancio di massa difficilmente comprensibili per il grande pubblico.
Il risultato potrebbe essere una distanza crescente tra percezione e realtà. Il consumatore, orientato verso scelte più sostenibili, crede di acquistare un imballaggio frutto di un ciclo chiuso, mentre in molti casi si trova di fronte a un prodotto che continua a dipendere in modo sostanziale dalle fonti fossili. Non si tratta solo di una questione semantica, ma di trasparenza e credibilità dell’intero sistema. Se l’economia circolare diventa un’etichetta elastica, capace di includere processi che riducono solo marginalmente l’uso di risorse vergini, il rischio di greenwashing è concreto.
Anche in Italia la pirolisi è entrata nel dibattito industriale e normativo come possibile tassello della transizione circolare. Non rappresenta oggi l’asse portante del sistema – che continua a poggiare sul riciclo meccanico gestito dalla filiera consortile coordinata da CONAI e dal consorzio di settore COREPLA – ma è oggetto di investimenti e sperimentazioni da parte di grandi gruppi energetici e chimici. Tra questi Eni sta sviluppando progetti di riciclo chimico per trattare frazioni plastiche oggi difficilmente recuperabili. L’obiettivo dichiarato è intercettare quei rifiuti misti o contaminati che non trovano sbocco nel riciclo tradizionale, trasformandoli in nuova materia prima per la chimica. In sintesi la pirolisi trasforma plastiche miste, sporche o difficili da riciclare meccanicamente, produce olio di pirolisi, utilizzabile come materia prima chimica (virgin nafta) per produrre nuova plastica, idrogeno verde o combustibili, con un'impronta di carbonio inferiore rispetto all'incenerimento. Il punto critico quindi non è tanto l’esistenza della tecnologia, quanto il suo inquadramento ambientale e regolatorio. Non è una questione di lsna caprina, ma in paradosso che solleva interrogativi sulla trasparenza verso i consumatori e sulla reale riduzione dell’uso di fonti fossili.
Per il nostro Paese che rivendica giustamente una posizione di leadership nei tassi di riciclo, la sfida è duplice: da un lato sostenere l’innovazione tecnologica capace di ridurre il conferimento in discarica o l’incenerimento; dall’altro garantire che ogni nuova soluzione sia valutata con criteri scientifici rigorosi lungo l’intero ciclo di vita, dall’energia impiegata alle emissioni generate, fino alla qualità del materiale ottenuto. Senza questa verifica, il rischio è che la pirolisi diventi più uno strumento contabile che un reale salto di qualità ambientale. Con regole chiare e dati pubblici, invece, potrebbe rappresentare una componente complementare – e non sostitutiva – di una strategia di economia circolare fondata su prevenzione, riuso e riciclo effettivo.
La nuova stagione normativa europea sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio punta ad aumentare il contenuto di plastica riciclata nei prodotti e a rafforzare i criteri di progettazione ecocompatibile. Ma la definizione di cosa debba essere considerato “riciclato” diventa decisiva. Se il riciclo chimico verrà equiparato senza distinzioni al riciclo meccanico, si rischia di creare un cortocircuito: da un lato obiettivi quantitativi ambiziosi, dall’altro un abbassamento della qualità ambientale reale dei materiali immessi sul mercato.
Il riciclo chimico può rappresentare una soluzione complementare per flussi di rifiuti complessi o contaminati che oggi non trovano sbocchi nel riciclo tradizionale. Ma perché sia coerente con l’economia circolare, deve dimostrare un bilancio ambientale positivo lungo l’intero ciclo di vita, dalla raccolta al prodotto finale. In assenza di dati trasparenti e comparabili, la fiducia rischia di incrinarsi. Se la plastica “riciclata” resta in larga parte plastica fossile con una piccola quota simbolica di materiale recuperato, la narrazione rischia di svuotarsi. Se invece si investe in trasparenza, tracciabilità e innovazione autentica, l’Italia può consolidare il proprio ruolo di laboratorio europeo della circolarità.